Video intervista ai Nadàr Solo

Siamo stati al Contestaccio, dove i Nadàr Solo, da qualche tempo in formazione allargata con l’ausilio di Daniele Celona alle tastiere e seconda chitarra, hanno presentato al pubblico romano il loro ultimo album “Semplice”. È un set sorprendente, tirato, carico ed energico, che satura la sala di calore e libera l’intensità emotiva del repertorio dei “quattro”. Prima del concerto abbiamo potuto scambiare due parole con loro, ecco il risultato della nostra chiacchierata.

Intervista: Emanuele Binelli

Riprese e Montaggio: Ida Stamile

Versione integrale dell’intervista 

a cura di Emanuele Binelli

Foto di Daniele L. Bianchi

Nadar Solo

Il disco si apre con un brano, Marco, che contiene una sorta di dichiarazione d’intenti: “toccati pure i coglioni, ma questo è un disco che non ha paura, di avere paura, di fare cattiva figura”. Mi sembra di poterci leggere una dichiarazione di libertà artistica dalle imposizioni e dalle autocensure, per un album che non ha paura di giocare su varie tavolozze di colori, anche su quelle del pop. Voi come la leggete questa frase?

Matteo de Simone: Beh, quella frase in particolare si riferisce all’esigenza che era premessa a questo disco, ovvero di cercare di farlo nella maniera più indipendente possibile, sotto ogni profilo, quindi innanzitutto della libertà artistica più totale. Noi venivamo da tre album nei quali, pur essendo sostanzialmente liberi, avevamo sempre una sorta di controllo discografico, un dialogo fondamentalmente “obbligatorio” con l’etichetta che produceva tutto dall’inizio alla fine. Pur essendo contenti dei dischi precedenti, questa volta abbiamo voluto controllarlo nel suo complesso e sicuramente, essendoci noi concessi – e in particolar modo io dal punto di vista dei testi – di scriverlo in maniera molto più diretta e in certi momenti davvero molto più “pop” rispetto al passato, quella frase esprime il sentimento che ci ha animati all’inizio dei lavori, e che sta alla base della produzione dell’album.

Dal disco emerge una volontà di “mettersi a nudo”, andando dritti al punto, sia musicalmente che nei testi, ed esplicitando l’essenza dei brani fino alle estreme conseguenze, anche quando questi conducono in una direzione melodica. Il che mi ha fatto pensare che un titolo come “semplice” sia stato scelto per chiarire fin da principio che l’album non è il frutto di una ricerca del “facile” o dell’ “easy listening” a tutti i costi, ma di un processo di semplificazione, di linearità e di chiarezza comunicativa.

Matteo De Simone: Non c’era una conscia intenzione polemica dietro al titolo del disco. Piuttosto l’intenzione di rimarcare il modo in cui ci abbiamo lavorato: è venuto tutto in maniera molto spontanea, abbiamo lavorato alla scrittura dei brani anche in una maniera abbastanza veloce… Io e Federico (Puttilli), che questa volta è l’autore della quasi totalità delle musiche, li abbiamo incominciati a scrivere quando eravamo nel bel mezzo del tour di fame, e abbiamo poi sviluppato i brani davvero con l’intenzione di farci meno domande possibili, meno calcoli possibili, e di scrivere sulla base di quello che ci piaceva di più, senza porci dei limiti particolari … che poi è il motivo per cui è venuto fuori un album dagli arrangiamenti più complessi rispetto al passato, ed è anche il motivo per cui ci siamo portati dietro Daniele (Celona) ad aiutarci dal vivo…. Semplice ma non facile dunque.

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Il brano Semplice è un ottimo esempio, colpisce fin dal primo ascolto, è musicalmente dritto al punto, e dotato di un testo molto schietto: “Vorrei avere carisma, contarvi balle e convincere tutti che ho sempre ragione, e nessuno vedrebbe che sono il peggiore”. Com’è nata l’ispirazione per questo splendido brano?

Matteo De Simone: Guarda, dovessi parlarti adesso dell’ispirazione da cui è nato il brano, non me lo ricorderei neanche più. Però Semplice è un pezzo che sicuramente si avvicina molto a quello che dicevi tu, ovvero all’idea di mettersi a nudo e di liberarsi completamente delle sovrastrutture e delle autocensure e … beh! È molto banale quel pezzo nel suo contenuto: vorrei poter fare, vorrei poter dire… vorrei che la vita in generale andasse proprio come io voglio che vada. Ed è chiaro che non può essere così, non può esistere questa condizione! Però insomma… è quasi uno sfogo quella canzone. In generale posso dire che per questo disco avevamo le idee molto chiare. Credo che ormai sviluppato i punti cardine della nostra poetica, per così dire. Avevamo più che altro delle esigenze di partenza, e soprattutto il bisogno di prenderci una pausa dal periodo precedente, stare calmi, non avere fretta, non subire pressioni. Abbiamo avuto la fortuna di poter lavorare nello studio che Federico gestisce con Andrea Boeti – che è il tecnico che ci segue dal vivo – e che si trova a Rivoli nella struttura della Maison Musique, il “Macello Recording Studio”. Questa era la cosa che desideravamo di più, “disintossicarci” un pochino… e questo credo abbia avuto effetto positivo su quello che stavamo facendo, ci ha aiutati ad avere le idee più chiare, a non essere confusi, e a essere più lucidi.

Federico, tu hai lavorato molto più che in passato agli arrangiamenti, alle preproduzioni e alla composizione dei brani… secondo te questo lavoro di “semplificazione”, o se vuoi di lucidità e di chiarezza comunicativa, ha portato a un disco più “semplice” da arrangiare e da costruire, oppure è stato l’esatto contrario? Sarebbe forse stato più semplice buttare tutto fuori con lo stile da power-trio?

Federico Puttilli: allora… diciamo che l’aspetto complesso del power-trio in generale, e in particolare del nostro modo di intenderlo, è quello di dover tradurre “l’orchestra sinfonica” che hai in mente in una struttura definita per tre elementi, chitarra, basso e batteria. Ci siamo sempre considerati un gruppo che quando suona dal vivo ti deve rendere genuinamente quello che ti ha promesso sul disco. Per cui spesso i provini nascevano più articolati, e poi c’era sempre il bisogno di demolirne le strutture e di andare a ricostruire i brani a partire dalla loro idea di base, “compattandoli” per queste tre entità singole, con la volontà di essere identici su disco a quello che si andava a proporre dal vivo. Questo comporta la necessità di lavorare molto in studio, e di dover suonare moltissimo insieme durante le produzioni. Su questo disco quel tipo di approccio non è stato proprio materialmente possibile, nel senso che ci siamo trovati ad avere un batterista nuovo, che vive a Milano [Andrea Dissimile, il nuovo batterista dei Nadár]. Dunque questa volta abbiamo scelto di lavorare in maniera diversa, disinteressandoci del fatto che questo disco dovesse per forza risultare facile da riprodurre dal vivo, e bypassando del tutto quel momento in cui “le otto chitarre del provino” si dovevano compattare in una: se volevamo fare otto chitarre abbiamo fatto otto chitarre. Quindi, pur essendo più complesso e più articolato negli arrangiamenti, in realtà è stato MOLTO più semplice a livello di scrittura. Nella maggior parte dei casi io componevo una musica e la mandavo a Matteo e lui ci scriveva il testo, oppure lui mi mandava un pezzo già strutturato al 99% e decidevamo di tenerlo così, o magari mi mandava un semplice abbozzo e io ci rimettevo mano, a volte anche in maniera drastica, ma ci sono stati pochissimi rimpalli, forse nessuno!

Matteo De Simone: beh, forse uno… mi ricordo di Weekend, sul testo…

Aprile chi l’ha scritta?

Federico Puttilli: Aprile è tutta farina del sacco di Matteo.

Matteo De Simone: Così come il brano Semplice…

Federico Puttilli: E poi anche Marco…. con cui si è lavato la coscienza (ridono)

Quindi sei tu l’animo più pop che è venuto fuori in questo disco!

Matteo De Simone: Sì, quelle sono le tre canzoni scritte interamente da me, e forse l’animo più “pop” nel senso di melodia, semplicità di strutture ecc. è più cosa mia, lui ha tanto “chitarrismo”…

Beh comunque la produzione è sua, quindi Federico ha condiviso pienamente!

Matteo De Simone: certo, certo

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Si diceva, album nato sotto il segno della spontaneità e della libertà creativa, che però ha richiesto l’ausilio di un membro aggiunto sul palco, Daniele Celona, per suonare tastiere e seconda chitarra. Tu Daniele come ti sei inserito….

Matteo De Simone: Uhh, Daniele è stato difficilissimo convincerlo, il suo agente non voleva farci parlare! (risate)

Daniele Celona: Ahah guarda, mi hanno scritto una mail del tipo “Ehi zio! Ci serve qualcuno dal vivo”… ahah beh, è andata un po’ così. La premessa da fare è che ci conosciamo da tantissimi anni, loro sono stati la mia backing-band, e poi io li ho aiutati con il secondo disco, quindi veniamo da un grado di confidenza molto alto. Nel 2013 per fortuna o purtroppo le nostre strade si sono divise, le cose hanno iniziato ad andare bene per entrambi, e non riuscivamo più a far coincidere gli impegni di ciascuno, è stato un atto dovuto. Ma quando mi hanno richiamato, benché io fossi a fine del mio giro, con ancora tre date da fare e con il terzo disco tutto da scrivere, quindi diciamo in un momento in cui una persona saggia avrebbe detto di no, ho detto sì praticamente subito, e penso che la cosa stia iniziando a funzionare parecchio bene, stiamo trovando il giusto passo data dopo data. Chiaramente la parte vecchia del repertorio si è dovuta riarrangiare, per permettere degli inserti da parte mia, ma avendo suonato per tanti anni assieme, loro sanno dialogare con il mio modo un po’ grezzo di suonare la chitarra, che in qualche modo si sposa molto bene con le chitarre fini e fraseggiate di Federico, e si è creato un bell’amalgama.

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C’è un aneddoto o un episodio della produzione o delle sessioni di registrazione che ci vorreste raccontare per riassumere il lavoro che avete fatto su questo disco?

Matteo De Simone: …. Beh accennavamo a Weekend, che è legato a un episodio interessante per spiegare il rapporto che negli anni si è venuto a creare tra me e Federico. Noi siamo due persone fondamentalmente molto diverse, sia nel carattere, sia nei gusti e nei riferimenti, a volte addirittura agli antipodi. E in qualche modo siamo riusciti a restare uniti, intanto sviluppando una conoscenza reciproca molto forte, ma anche sviluppando la capacità di “accettarci”, anche priori, e a volte senza neanche comprendere bene da subito quello che ci stiamo proponendo, perché non è detto che tutto quello che ci mandiamo ci piaccia fin dal primo ascolto, o che siamo in grado di intuirne immediatamente le potenzialità! E al tempo stesso a volte capita di doversi criticare, e quella forse è stata la cosa più difficile da imparare a fare, perché il nostro istinto ci porterebbe sempre a mandarci a quel paese, senza tanti complimenti. Si diceva di Weekend… io avevo scritto un testo sulla sua musica, lui l’ha ascoltato e l’ha “demolito”, sostanzialmente, così, su due piedi, pur sapendo che andava a toccare un tasto delicato. Però l’ha fatto bene… l’ha cassato con delle motivazioni forti, cosa che in passato, anche pochi anni fa, mi avrebbe fatto incazzare da morire. E invece in questo caso mi ha spinto a rifletterci tantissimo, e il risultato è che il testo l’ho riscritto praticamente per intero, anche se il tema è rimasto lo stesso.

Il tema del brano è quello del terrorismo, mi ha fatto venire in mente in particolare gli eventi del Batclan…

Matteo De Simone: Sì, parla proprio di un terrorista e si riferisce esplicitamente all’episodio di Parigi e del Bataclan in particolare, il taglio però è cambiato, ed è migliorato enormemente.

Questo a posteriori lo ritengo un grosso valore per questa band. Abbiamo sviluppato col tempo la capacità di non darci addosso, mai, e di accettare le critiche, anche dure, anche quelle che ti rodono, senza farne un dramma, rimettendosi in gioco. Non so se a te viene in mente un aneddoto diverso….

Federico Puttilli: Ma… più o meno lo stesso…. quello che voglio dire è che si è creata veramente una relazione di fiducia tra di noi per cui “ti ascolto”, e se magari non capisco subito quello che mi proponi, gli do una seconda chance, o anche una terza e una quarta. Il che poi ha fatto sì che su alcuni brani che io non avevo capito da subito, e che non per forza ho capito ancora adesso, per esempio Aprile, che è un brano veramente fuori dalle me corde, è scattato proprio il meccanismo del dire “mi fido”, lo capirò, prima o poi ci arrivo, e mi ci impegno. E questo magari ti dà anche un po’ più di forza nel momento in cui c’è bisogno di una critica, perché è chiaro che se non hai un muro di fronte a te, ma una persona che raccoglie, a volte più, a volte meno, ma che comunque raccoglie quello che gli proponi, nel momento in cui ti dice “guarda che questa roba proprio non mi convince”, invece di credere che ci sia qualcosa sotto, veramente ti poni delle domande e ti dici che magari è meglio che ci lavori ancora un pochino, che forse potrebbe venire meglio di così. È un processo che abbiamo sviluppato sui dischi precedenti, ma che magari si è concretizzato proprio su questo disco.

Una domanda di carattere generale… Abbiamo parlato di immediatezza, di chiarezza comunicativa e di linearità. Si dice che gli artisti siano in grado di captare dei segnali dal proprio tempo: pensate che in questi tempi ci sia un sentire comune, una richiesta di una maggiore chiarezza e linearità?

Matteo De Simone: Non te lo so dire… Anche perché questo tipo di scrittura che, a piccoli passi, tento di abbracciare ormai da qualche anno, è un’esigenza prima di tutto mia. Mi permette di andare a capire meglio, innanzi tutto, le cose che voglio dire: se mi costringo, anziché a fare milioni di giri, ad andare sempre dritto al punto, mi accorgo anche da solo che meglio riesco a vedere, e in maniera più chiara, le cose che penso, le cose che sento, le cose che ho osservato nel corso della mia vita. Mi rendo conto senz’altro che questo tipo di scrittura “tocca” maggiormente chi ascolta. I Nadár Solo hanno incominciato ad avere un proprio pubblico dal 2013, a partire da diversamente, come? in poi. Non prima. È da quel disco che è iniziato quel tipo di discorso, e mi accorgo che i nostri testi iniziano a smuovere un pochino di animi. Non c’è dubbio che la semplicità e la chiarezza aiutino la comunicazione, in qualsiasi campo e in qualsiasi settore. Non so se il pubblico abbia un’esigenza consapevole… davvero non so se su questo punto riesco a interpretare un bisogno…

Più che del pubblico ti domandavo proprio di un sentire comune, di un segno dei tempi…

C’è un gusto. Che va in una certa direzione. Ripeto, non so dirtelo con chiarezza, perché può darsi che io capti delle cose, come sono certo di non captarne molte altre. Adesso parlo per me, perché l’idea di “Semplice” che c’è nel disco deriva anche tanto dai testi che ci sono dentro. Non so bene quanto quello che succede sia il risultato di mode che vengono innescate e si susseguono l’una all’altra, oppure di qualcos’altro. Di certo è un momento in cui la gente vive male, vive in maniera insoddisfatta. In particolare nel nostro Paese c’è un senso di frustrazione e di rabbia sociale e, quando si va ad ascoltare musica, sicuramente si cerca anche l’intrattenimento, che poi è pure il risultato di un processo di “capitalizzazione”: stiamo prendendo il modello americano e lo stiamo portando sempre di più alle estreme conseguenze. Molti si oppongono a questo processo, però la gente cerca sempre di più l’intrattenimento, e quindi qualsiasi operazione culturale oggi, difficilmente può prescindere dall’utilizzare dei codici che arrivino a rendere un prodotto culturale anche intrattenimento. Oppure puoi prescinderne, ma ti condanni automaticamente alla marginalità. Trovo che per un artista misurarsi con i linguaggi e con i codici del cosiddetto “mainstream” possa rappresentare una sfida interessante. Con dei contenuti ovviamente! Non so se ho risposto adeguatamente alla domanda.

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Senti Matteo, io ricordo sempre la tua attività di romanziere, Denti guasti, uscito ormai nel 2011, è uno splendido racconto che attraverso le aspirazioni, legittime o meno, di un ragazzo immigrato che sfugge al suo protettore e si dà alla microcriminalità, e di una ragazzina italiana che sogna i talent-show, dipinge criticamente e sarcasticamente l’Italia del nostro tempo. Se tu dovessi raccontare adesso l’Italia, ora che il 2016 sta per finire, di che cosa scriveresti?

Matteo De Simone: eh! (sospira) bella domanda… sto procrastinando il momento in cui mi metterò di nuovo a fare… il narratore. Ci ho pensato, ma faccio fatica a interpretare i tempi che corrono, o meglio, certe cose sono molto chiare, però le conseguenze di quello che sta succedendo ora non riesco a intuirle con chiarezza. Non è un caso che dopo Denti guasti non mi sia ancora ributtato sul romanzo, perché vorrei, semmai lo farò, vorrei arrivarci con una lucidità e consapevolezza maggiore. Vedo che stanno cambiando tante cose, è un periodo di fermento, politico e soprattutto nelle coscienze della gente si sta smuovendo tantissimo, però è anche il tempo – proprio perché è in corso una grande transizione – di una grande confusione, quindi…

Quindi chiudiamo dicendo “Ma non ora perché non è il tempo, ora il tempo di perdere tempo…”

Matteo De Simone: “… a non capire”. Ecco, vedi? Benissimo.