Baustelle – L’Amore e la Violenza

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“Tu non sai che peso ha questa musica leggera”, così canta(va) Gianni Morandi nella sua hit “Uno su mille” del 1985. Pezzo che segnò il suo ritorno sulle scene in pompa magna. Però, se stiamo qui, è per parlare di ben altro ritorno. Quello dei Baustelle da Montepulciano. E ci vorrebbe forse, che so, la penna di un poeta mutante, magari di un Luzi ibridato con Bukowski, per narrare (meglio, per capire) le gesta poetiche del capomastro Francesco Bianconi, stretto in sodalizio artistico con Rachele Bastreghi e Claudio Brasini da circa vent’anni. Già, ne è passato di tempo dalla pubblicazione del seminale “Il Sussidiario Illustrato della Giovinezza” (2000), esordio (in)felicissimo e manifesto programmatico da riassumere (semplificando, sottraendo) in tre versi, tutti presi dalla traccia conclusiva, ovvero “Il Musichiere 999”: “Voglio essere Gainsbourg”, “Voglio il ciuffo di De André”, “Build the modern chansonnier”.

Insomma, il capo della Banda aveva studiato un piano perfetto. E in quelle dieci canzoni oggi possiamo intravedere un abbozzo teorico/pratico delle opere successive. Un lato sinfonico ancora in penombra – “Le Vacanze dell’83”, la coda sul finale, poi citata più avanti nel singolo “Charlie fa Surf” (“Amen”, 2008). Lato sinfonico che avrebbe preso sempre più piede, fino a culminare in “Fantasma” nel 2013.  E poi, certo, la passione per tutto ciò che è stato e che riverbera, si rimembra (dal cinema, alla musica, ad altro). Qualcuno parlò di “modernariato pop”. Non si può mettere in dubbio che il passato, per i Baustelle, sia più comprensibile, più abitabile rispetto al presente. Osservatorio prediletto (ma non esclusivo) e insieme sgabuzzino di arnesi, escamotage, stratagemmi. E sentimenti, rievocazioni. Ma non esente dal “perturbante”. Il Tempo e il suo corto-circuito (il “Fantasma” come passato che ri-appare nel presente).

Teniamo a mente che le prime parole enunciate da Bianconi nella discografia baustelliana sono “Era, me lo ricordo bene”. Sempre tratte da “Le Vacanze dell’83” (“sempre”, che avverbio curioso). Melodie da canticchiare, appiccicose canzonette che spargono indizi sulla propria complessità. E fin dai tempi del “Sussidiario”. Un’insospettabile (allora) esigenza (narrativa) di trascendere l’esperienza umana – “La Canzone del Parco”, scritta dal punto di vista di un albero, o addirittura dell’intero parco. Il rapporto con Roma (e il Cinema, Morricone) nel brano “Cinecittà”, che pare rifarsi a un divertito duetto stile Mina/Alberto Lupo ma a ruoli invertiti, dove la parte recitata spetta all’attrice Camilla Filippi. La Capitale rientra dunque a pieno titolo fra le muse del Sor Bianconi – anche milanese, ancora una volta d’adozione. Non pensiamo solo a “Piangi Roma”, ma anche al capitolo “Tempo Effimero nella Città Eterna” estratto dal suo romanzo d’esordio “Il Regno Animale” (2011).

Fra le tematiche ricorrono spesso il Male (di vivere), la Paura (del nulla, di morire), e quindi la Morte (per forza). Ma non dimentichiamo “L’Amore e la Violenza”, che danno giustamente il titolo alla settima fatica in studio del trio. Come non pensare ancora al primo album, a Virginia e al suo dolce fragile aguzzino ne “La Canzone del Riformatorio”. Oppure a pagine più sadiche, quasi da Thriller come: “Il Seno” – da “La Moda del Lento” del 2003. Compresa la sedicenne che “si mise insieme ad un nazista conosciuto in una rissa”, prima di suicidarsi. E scrivere “La Guerra è Finita” (“La Malavita”, 2005). Personaggi dolenti, di un noir post-pasoliniano, con echi di Ferdinando di Leo. Ragazzi di strada (“per la vita dei ragazzi, per il crimine”, da “Sadik”, terza traccia del “Sussidiario”). E ragazzi borghesi, viziati. Tutte vittime più o meno inconsapevoli di una società fondata su falsi idoli, costretta al nichilismo.

E veniamo all’odierna “Betty”, la quarta traccia del nuovo album. Una cupa strofa elettronica in cui Bianconi preme sul pedale De André (gliel’ha fatto lo scalpo, eccome). Che poi si apre in un ritornello romantico, sanremese (a Sanremo Bianconi non ci è mai voluto andare, se non in contumacia come autore). La canzone è un’ode a Betty che “Sa ballare con l’amore e la violenza”, per cui “Non esiste differenza fra la morte di una rosa e l’adolescenza”. O “Fra il fiorire di una rosa e la decadenza”. C’è dunque modo di citare D’Annunzio e “La Pioggia nel Pineto” in accostamento ardito a Facebook: “Piove su immondizia e tamerici, sui suoi 5000 amici”. E Rachele aggiunge: “Tanto poi ritorna il sole”, che sembra ricalcare “Tanto poi esce il sole”. Esatto, il titolo del libro firmato Barbara D’Urso.

Scrive Andrea Bernardini nel suo illuminante “I Baustelle e la Canzone” (atmosphere, 2013), che l’arte compositiva dei Baustelle consisterebbe essenzialmente in un “gioco di fascinazione e spiazzamento” nei confronti dell’ascoltatore. E ancora, in una continua (ma anche giocosa) de-contestualizzazione, o spostamento semantico, di elementi appartenenti alla cultura (di massa e non).  Alto e basso. Sacro e profano. Contrasti, spesso e volentieri deflagranti. Un po’ come la “musica sinfonica in discoteca” che canta Rachele Bastreghi nel nuovo album. Musica classica e colonne sonore, vedi il precedente e acclamato “Fantasma” (grazie agli arrangiamenti del maestro Enrico Gabrielli, il Mr. Wolf della musica alternative italiana), in cui convivono Bernard Herrmannn e Richard Wagner, John Barry e Gustav Mahler. E oggi, con “L’Amore e la Violenza”, il micro-sampling anni ’70 che, come ha dichiarato Bianconi, ha dato vita alle tracce di batteria. Di nuovo il tempo e il suo corto-circuito. Provocato ad Arte.

Ma le citazioni per i Baustelle non sono una trovata come un’altra, rivestono un ruolo specifico. Un esempio ulteriore può fornircelo il vecchio singolo “Charlie fa Surf”, forte di un ritornello che non avrebbe sfigurato in una sigla per cartoni cantata da Cristina D’Avena. Il testo in questione è ispirato a un’installazione di Maurizio Cattelan intitolata “Charlie don’t surf” (“ha le mani inchiodate”), proprio come quella canzone dei The Clash, quella ispirata ad “Apocalypse Now”. Un attimo però, “Apocalypse Now” non è ispirato a sua volta a “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad? E “Cuore di Tenebra” non è anche il brano che conclude l’album “La Malavita” (benché il titolo sia l’unico legame fra il brano e il suddetto romanzo breve)? Coincidenze, inezie, può darsi. Fatto sta che il repertorio dei Baustelle è a tutti gli effetti un micro-universo espanso, polisemico, un gomitolo (o “gnommero”, direbbe Gadda).

Un universo in cui cultura alta e bassa convivono, si scontrano, producono scarti, criticità, spunti di riflessione. E spazi d’ironia lacerante, connessioni inattese all’interno di un testo, ma anche da canzone a canzone. La canzone, ancora lei. La cantilena contagiosa di un refrain (“Arriva lo yé-yé”, “La guerra è finita”, “Charlie fa surf”, et cetera). Che nasconde però la magagna, come un novello Cavallo di Troia in formato radiofonico. Ecco un marchio riconoscibile dei Baustelle: la melodia può invogliarci a cantare, ma le parole non dicono mai quello che vorremmo sentirci dire (e no, neanche nei brani più “compassionevoli”, tipo la stessa “Cuore di Tenebra”, o la nuova e toccante “La Vita”). La Tenebra e il Male vanno affrontati attraverso un lavoro “filosofico”, che è anche un’auto-indagine dell’Io e del Noi, volta a smascherare il “lato oscuro”, i “peccati”, la “cattiva coscienza”, in primis occidentale:

“Arriva un investigatore, ci deduce l’anima

La nostra cognizione del dolore illumina” (“Colombo” da “Amen”, 2008)

“Abbiamo sempre praticato sospensioni del dolore e modi di scappare,

invece è esistenziale la mia bestialità, struttura elementare del tuo D.N.A” (“Maya Colpisce Ancora” da “Fantasma”, 2013)

“Vieni Justine in questo mondo d’amore e di violenza” (“Eurofestival” da “L’amore e la violenza”, 2017)

Ma torniamo a “Betty”, perché “Che cos’è la vita senza una dose di qualcosa, una dipendenza?”. Chissà com’è, ma ci torna in mente “Per Elisa” di Alice/Battiato/Giusto Pio, quel “Vivere, vivere, vivere non è più vivere”. Ricordiamo che il brano vinse il Festival di Sanremo del 1981. Che i vari duetti Alice/Battiato (insieme a Birkin/Gainsbourg) sono il prodromo dell’accoppiata Bianconi/Bastreghi (e se vogliamo anche dell’episodio isolato Bianconi/Golino in “Piangi Roma”)Più distaccato il baritono di lui, più sensuale e “nel pezzo” la voce di lei, di Rachele. Inoltre il tema dell’omonima bagatella di Beethoven ricorre nell’incipit della canzone, tutt’altro che lusinghiera nei confronti di questa “nuova Elisa”. Dalla classica al pop-rock. Ecco un altro esempio di quella de-contestualizzazione a cui accennavamo prima.  E metti pure che il duo Battiato/Pio curò gli arrangiamenti dell’opera di Teatro-Canzone “Polli d’Allevamento” di Gaber/Luporini, musicalmente e filosoficamente affine all’estetica del gruppo.

A tal proposito, merita una menzione la cover “Latte 70” di Gaber presente nel repertorio della band. Quanto a “Per Elisa”, avanziamo il sospetto che il brano, per varie ragioni, custodisca alcuni segreti, alcuni “trucchi” del gioco baustelliano. Ormai è chiaro, un gioco d’Amore e di Violenza, E così “Betty”, l’ultima arrivata in famiglia, ci riporta alla tematica per nulla semplicistica della Droga. Quella per antonomasia, la roba, le sostanze. Dalla “Benzedrina per non dormire” di “La Canzone del Riformatorio” alla “Paroxetina” di “Charlie fa Surf”, passando per l’ansiolitico “E.N” dell’omonima canzone (il cui titolo sulla carta celerebbe le iniziali di una certa Elisa, tu guarda). E infine il Valium di “Perché una ragazza d’oggi può uccidersi?” (“La Malavita”), storia suggerita dalla mitica Stefania Sandrelli che interpreta un’aspirante attrice, vittima sacrificale della dolce vita romana, che si suicida gettandosi da un palazzo vicino Ponte Testaccio nel film “Io la Conoscevo Bene” (1965) di Antonio Pietrangeli (“Lei mi fa male dentro come in quella scena di Pietrangeli”, cantava F.B in “Cinecittà”).

Poi però c’è una diversa dipendenza, e ce lo dice l’ultimo singolo “Amanda Lear”: “un regista, un coreografo, che ne so, un lavoro come un altro, una droga, per illuderci e credere di essere uomini”. Qualcosa di simile all’oblio heideggeriano. Una coscienza muta e sorda, fintanto che la mondanità la preservi dal disvelarsi del Nulla. Tu hai fiducia nel pop, sei rock’roll, indossi il mito, passeggi Puma, mangi cinema”. E ancora “Accorgersi nel caos dell’ipermercato, o in un beato megastore, della bugia che sta alla base del mondo. In un secondo coglierlo, spogliato e crudo, il Nulla”. Tutti versi tratti, appunto, da “Il Nulla” (“La Malavita”).

Oppure pensiamo a “Il Vangelo di Giovanni” prima canzone del nuovo album, che segue la splendida intro strumentale “Love”. Pensiamo a versi come “Giorni senza fine, croci lungomare, profughi siriani costretti a vomitare”, o “Certe volte l’esistenza si rivela con violenza intorno a me”, “Io non ho più voglia di ascoltare questa musica leggera”, “resta poco tempo per capire il significato dell’amore, l’idiozia di questi anni, il Vangelo di Giovanni, la mia vera identità”. Un’identità “di soglia” quindi , divisa fra luce e tenebra, in perenne tensione. Nella merda guardando all’assoluto. Che al “tuo pessimismo da quattro soldi” post-grunge oppone la vecchia scuola leopardiana, ossia pessimismo storico e anche cosmico. Ma mitigato appena nel suo materialismo da fugaci sussulti di speranza oltremondana (di nuovo “Cuore di Tenebra”, o “L’Indaco”, una canzone-amica secondo Bianconi).

“L’Amore e la Violenza” è stato definito dai Baustelle come l’album più giocoso della loro carriera. Di sicuro è un gioco ben congegnato. Dieci canzoni, più due brevi strumentali (la intro “Love” e “Continental Stomp”). Si tratta dell’album più breve della loro discografia, e forse anche del più bello. Se il “Sussidiario” è il capolavoro della giovinezza, “L’Amore e la Violenza” è quello della maturità (ormai i tre stanno tutti nei quaranta). Idealmente diviso in due tempi come un film, il disco nella prima parte passa in rassegna una serie di mali “pubblici e privati”, per poi mostrare nella seconda parte gli ipotetici “rimedi”. La sofferenza e il suo superamento sono i temi principali (non a caso si citano gli Epicurei, ma di sfuggita, nel brano “Eurofestival”, che comprende un riferimento a de Sade e al suo romanzo”Justine”, che a noi però accende la spia sulla critica di de Sade e del seguito “Juliette” operata da Adorno e Horkeimer in “Dialettica dell’Illuminismo”, visto che i “Minima immoralia” di Battiato su “Bandiera Bianca” sono pur sempre figli dei “Minima Moralia” di Adorno). 

Hanno anche detto che è un disco “oscenamente pop”. Perché è al contempo il più serio e il più faceto. Si parte con Bianconi che canta solenne “Io non ho più voglia di ascoltare questa musica leggera” ne “Il Vangelo di Giovanni”, per poi ritrovarsi ad ascoltare Rachele Bastreghi che intona “I wanna be Amanda Lear, soltanto per un LP, il lato A, il lato B” nella traccia successiva. Si passa dalla tetraggine interpretativa del verso “Come la foglia al vento trema l’Europa unita” su “Betty” alla parodia scanzonata ma dai contenuti agghiaccianti di “Eurofestival”. Un pezzo che vanta un bel riff di Claudio Brasini, e una melodia a metà fra Battiato e i Pulp (nella cui “Disco 2000” spuntava “Gloria” di Umberto Tozzi) Un pezzo che racconta della nostra allucinante Europa fatta di consumismo e diseguaglianze, di terrorismo e talent-show, di nausea e vomitoE con Bianconi che alla fine fa “Via, portatemi via”, “Buttatemi fuori dal festival”, alzando “Bandiera Bianca” (ce la infilavano i Baustelle, quando dal vivo suonavano “Colombo”).

A un certo punto si parla di divorzio nella sfacciata “Basso e Batteria” (composta prima però che Bianconi si separasse dalla sua compagna). E ci piace immaginare che il divorzio sia quello fra significante e significato in cui si crogiola molto indie e moltissimo pop radiofonico (“Ti ha lasciato un figlio, Foster Wallace, tre maglioni, e queste cazzo di parole senza senso dentro le canzoni”). Ritorna poi la Bastreghi alle prese con le rondini, le parrocchie, e le tentazioni innominabili (“La musica sinfonica”, in passato “Love Affair” e “L’aeroplano”), ma stavolta con una delle melodie più liberatorie di sempre. “Lepidoptera” ripiomba sulla “droga del vivere”, ma con una consapevolezza in più, che sboccia da un ridimensionamento del proprio ego: “Io non sono stato mai così tanto schiavo del mondo e attaccato alla vita, una falena di luce drogata”.

Un ridimensionamento dell’ego che è chiaro fin dall’inizio del pezzo, in quest’album in cui la band for the first time ever non aggiunge granché a quanto fatto in precedenza. Non aggiunge, ma lima, e lima alla grande questa gemma per anni bui (“Stai qui con me stasera, fai quel che sai già fare”). Ormai è da “I Mistici dell’Occidente” che è comparso, nel segno di un ego meno egoista e dunque titanico, uno sguardo più altruista verso l’umana specie, il suggerimento di un aldilà, di altri mondi possibili, necessariamente e tragicamente vaghi (il superamento delle Colonne di Ercole nel brano “L’Indaco”). A fargli da contraltare il disincanto in modalità “Ossi di Seppia” di “Follonica” (Montale è fra i poeti preferiti di Bianconi, ed è presente in “Fantasma” nel brano “Monumentale”), e più avanti (su “Fantasma”) l’ironia esiziale di “L’Estinzione della Razza Umana”. Una nevrosi creativa fra giochi di ripetizione, vendette contro il Nulla,  distacco emotivo alla Giorgio Manganelli (grazie a Giuly Rouge per l’assist), e slanci imprevisti di Pietas. Con l’equivoco di fondo che questa, come ammonisce Bianconi, non è letteratura fatta musica, ma musica fatta letteratura, casomai.

 “La Vita”, sorta di balladsequel più compassionevole della misantropa “Bouquet” (da “La Moda del Lento”), ci regala il ritornello dell’anno (“Lo so la vita è tragica, la vita è stupida, però è bellissima, essendo inutile”). E una stupenda irruzione della Bastreghi nel prefinale (“Non tremare mai la sera, ricordati che stai giocando un gioco senza vincitori”). Un po’ di “La morte non è nulla per noi” di Lucrezio, e un po’ di Conquista dell’Inutile. Non però la nave nella giungla del “Fitzcarraldo” di Herzog, bensì la “Vita Tranquilla” di Tricarico (canzone amata da Bianconi). E se “L’Era dell’Acquario” riesuma la disco-music per esorcizzare il fatto che le discoteche oggigiorno sono spesso casa di fucili e mitragliatori (e qui F.B nomina pure il giardino di Getsemani, come il pessimista Rust Cohle in “True Detective”: “la più vecchia delle storie”, “la luce contro l’oscurità”) la conclusiva “Ragazzina” prosegue sulle orme di “Diorama” (da “Fantasma”) sostituendo ai dilemmi di un uomo in crisi con la donna (e con l’esistenza), quelli di un padre che pensa alla felicità di sua figlia.

Ma nel finale ecco che arriva la zampata cinematografica, a tinte horror. Non è una novità per chi come Bianconi nel “Sussidiario” citava Mario Bava e Dario Argento, e per chi, in base a quanto letto sul ricchissimo “I Baustelle – Mistici dell’Occidente” di Paolo Jachia e Davide Pilla, avrebbe preso ispirazione per scrivere “La Cometa di Halley” di Irene Grandi (Sanremo 2010) niente di meno che dal film “Space Vampires” (in originale “Lifeforce”) del regista Tobe Hooper (quello di “Non aprite quella porta”, per intenderci). Ci riferiamo ai versi finali dell’ultima canzone, di “Ragazzina”:

“Scendi dalle stelle, scendi re del cielo

Vieni in questa grotta al freddo,

vieni in questa grotta al freddo e al gelo,

fra Gesù Bambino e l’Uomo Nero”

Se avete visto il recente horror a episodi “Holidays”, rammenterete l’episodio del “Coniglietto Pasquale”, una specie di mostro che scende dallo spazio, viene a casa di notte (tipo la fata dentina), e assume prima le sembianze di un Gesù Cristo Alieno, per poi rivelare la sua natura di Uomo Nero a tutti gli effetti. Magari il nostro è un abbaglio, un azzardo, un’allucinazione. Ma la suggestione rimane. Così come rimane il fascino di un album “oscenamente pop” (ma con meno guizzi pornografici rispetto al passato), dove i Baustelle armonizzano contrasti, ma senza occultare la crisi che li genera, fondendo melodie semplici e arrangiamenti colti. In breve, fanno il loro solito. Ma lo fanno al meglio, e con una versatilità e scioltezza finora inedite, frutto dell’esperienza e di un ingegno mai sopito.

Meravigliosa la copertina realizzata dal fotografo Gianluca Moro, storico sodale e collaboratore della band. Due ragazze che evocano un erotismo solare, giovanile, ma comunque obituario (sarà che siamo ancora influenzati dalla bimba simil-Nicoletta Elmi di “Fantasma”, o sarà perché effettivamente ricordano Lilli Carati e Gloria Guida in “Avere Vent’anni”, e sappiamo come va a finire nell’edizione integrale) Bianconi, Brasini, Bastreghi: tre B che meritano tre A. “Cerco il bene nell’orrore e l’eterno nell’età” , si cantava alla fine del disco precedente. Ma cosa resta nell’effimero, cosa resta nell’orrore? Resta lo stile, resta il gioco, il piacere della composizione, dell’arte, dell’inutilità. E Diavolo, il bene per sé e per i propri cari, nel poco e misterioso tempo che ci è dato vivere. Finisce la corsa, e hai la conferma che la Banda Baustelle, come “Betty”, sia davvero “bravissima a giocare con l’Amore e la Violenza”. Cinque saette, ma solo perché di più non si può dare.