The Pop Group @Bronson (RA) – 08.02.2017

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Per quanto noiosa edificante possa essere la visione della seconda serata Sanremese – magari nella modalità “gruppo d’ascolto e birrette”, cosa per me inedita ma ultimamente di grande richiamo –, nessun colpo di reni è servito per decidere di spostarsi in direzione Bronson ed abbracciare la storia. Sul palco questa sera saliranno i The Pop Group. Senza spalla, solo loro ché bastano e avanzano.

Ad accogliere i fan c’è un angolo merchandise in odore di Marxismo. Prezzi modici e bonarietà anti-capitalista. Niente pienone stratosferico, ma un crescente numero di appassionati dal capello brizzolato invade lentamente il locale. L’età matura di una buona fetta del parterre nasconde forse il bisogno di un sano rehab – dalla moglie, dalla radio –, di uno scatto culturalmente determinante nell’intento di sfuggire a quella coperta di plaid che nel breve si sarebbe potuta trasformare nell’unica difesa contro l’avanzare inesorabile di Michele Zarrillo. Cellulare spento e andiamo tutti a cantare quanto siamo prostitute. Touché.

Una chitarra per Gareth Sager ed un leggìo per Mark Stewart; cosa che non passa inosservata sotto palco, producendo un bisbiglìo sommesso del tipo: “sai la vecchiaia“, oppure “sai la bamba“. A noi ci garantiscono che non si tratta di stupefacenti – come se fosse un problema spassarsela. Del resto i live dei The Pop Group sono storti ed effervescenti da circa quarant’anni. Si rimane però nel dubbio, specie osservando le prime movenze sincopate di Stewart ed un Sager letteralmente in stato di grazia. La velocità d’esecuzione del chitarrista, unita ad una performance davvero indemoniata lasciano nell’udito e nella vista il dubbio del doping – sarà il giudice sportivo a decidere.

La band di Bristol propone una scaletta colma di pezzi presenti negli ultimi due lavori in studio: i recenti “Citizen Zombie” (2015) e “Honeymoon On Mars” (2016), che dal vivo scintillano come pepite d’oro. E’ davvero un piacere vedere quanto si divertono nel prendere per il culo sia il potere che i sottomessi (con grande gioia) ad esso – in questo senso, il balletto con tanto di braccia perpendicolari al corpo durante l’omonima “Citizen Zombie” risulta illuminante. Un tripudio di chitarre à la Talking Heads e atmosfere DubFunk al vetriolo, mandano in visibilio i presenti ormai uniti in un unico quesito: ma i Rapture chi?

Finisce in trionfo socialista, con Stewart stravaccato sui divani del locale a scambiare battute con chiunque gli capiti a tiro, mentre sopra la sua testa passa “Control“: il film di Anton Corbijn sulla vita di Ian Curtis (Joy Division). Che se ci pensate è un bel finire.

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