EDDA @ Locomotiv Club (Bologna) – 23 marzo 2017

Di solito al Locomotiv fa caldo ma al concerto di Edda non c’è troppa calca, non quella che ci sarà nella serata pubblicizzata dal manifesto che mi accoglie all’entrata, che recita “sold out”: tutto esaurito la prima sera, con replica straordinaria la sera dopo.

Edda invece è un po’ come Paganini, che non ripete, fa solo questa data, c’è gente ma c’ è spazio, i corpi non sono ammassati, siamo liberi di respirare. Di più: se vuoi stargli vicino puoi arrivare facilmente sotto al palco senza che nessuno ti rovesci la birra che hai appena preso al bar. Inoltre, quando il concerto inizia, puoi anche tranquillamente sognare di essere lì da solo.

Così è stata la data di Edda a Bologna, con una dimensione live semplice e priva di qualunque “messa in scena”, sul palco ma anche sotto. Sicuramente è stupido pensare che un artista possa affrontare un concerto con la stessa naturalezza di quando mangia un piatto di spaghetti a casa sua pensando che nessuno lo stia guardando. L’esperienza artistica “forma” l’uomo e, a parte questo, mangiare un piatto di spaghetti non è esattamente come cantare una canzone, ma la cosa sorprendente di Edda è che lui fa sembrare che in fondo siano la stessa cosa, e forse lo sono, anche se non è da tutti essere all’altezza di questa specie di normalità. Con Edda l’effetto è questo, chissà se è reale, però è questo, non c’è margine di dubbio: te lo immagini che sia così, sempre uguale, sul palco o quando cammina per casa.

E’ qui stasera per cantare le nuove canzoni di “Graziosa Utopia“, che danno al concerto una nota di dolcezza e di profondità, e alcune di quelle vecchie da “Stavolta come mi ammazzerai?” che sono la parte più movimentata e spasmodica. Ottimo equilibrio tra l’innamorato della vita e la bestiaccia con la pelle dura, due parti umane che in Edda si mescolano alla perfezione.

Abbiamo ascoltato un Edda impeccabile e disarmante, un po’ sgangherato, in jeans e maglietta e un’invidiabile autoironia mentre imbraccia chitarre che dice di non saper suonare bene, o introduce i brani con la prima frase che gli viene in mente: “Cazzo non riesco più nemmeno a leggere, ma cosa facevo a scuola? Ah sì, ero innamorato” – “Che cazzo devo cantare adesso? Ah sì, Pensiero d’amore” – “Scusate è già mezzanotte? a me a mezzanotte succedono cose” – “Questa canzone l’ho scritta ma poi mi sono vergognato, si intitola Spaziale”. Serenità? Arrendevolezza?

L’effetto è che ci ha rapito tutti, fin da subito: apertura da chiodi nelle mani con “Il santo e il capriolo”, chiusura da pugni nello stomaco con “Saibene“. Inizio e fine potevano pure bastare. Chi aveva dei nervi scoperti l’ha sentita, quella “comunanza” di cui si parla tanto, quella sensazione che una canzone ti possa rimbalzare nel petto: non è emozione che passa e se ne va, è una voce che si adatta a una realtà viva, dura, concreta. Quello che arriva, arriva: in fondo è soltanto un concerto, direbbe lui. Se poi non riusciamo a dormire sono fatti nostri, aggiungo io.

Parole: Giuly Rouge
Foto: Sabrina Campagna