Future Islands – The Far Field

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Dopo l’esplosione di Singles (l’album del 2014 che non era un greatest hits ma lo è quasi diventato), i Future Islands tornano con The Far Field. Inquadrato nella loro carriera, questo non è un disco che spinge più in là qualche confine. Insomma, l’album numero cinque (senza contare gli EP) è uno di quei lavori che consolidano l’esistente. Ma il punto vero è che il trio di Baltimora sa ancora neutralizzare qualsiasi chiacchiera sul pop, sull’immagine e sull’immediatezza.

Non vorremmo dilungarci sulla faccia e il fisico di Samuel T. Herring, la voce del gruppo. Anche perché lo abbiamo già fatto. Così come abbiamo già alzato le mani al cospetto del suo modo unico di stare sulla scena. Herring ci frega quando vogliamo farne un divo, perché è evidente che non lo è. Ma ci frega anche quando lo scambiamo per una persona comune perché generalmente le persone comuni non si strappano il cuore con le mani sul palco di un festival. Resta serenamente indecifrabile così come il suo sorriso da bimbo o la sua sconfinata cultura hip hop.

In molti chiamano synthpop la musica dei Future Islands. E per alcuni ci sono similitudini con i New Order. Magari formalmente qualcosa c’è, tipo le linee di basso di William Cashion. Ma, davvero, nella sostanza che cos’ha The Far Field di quell’estetica? E cosa c’è in un pezzo come “Cave” di così assimilabile al pop degli ’80, eccetto la corposa presenza dei sintetizzatori? È musica intrisa di un senso di nostalgia ma non c’è un briciolo della nostalgia per quella decade. E non è facile collocare il trio neanche tra le indie band americane attuali che più realisticamente sarebbero l’area di riferimento. Magari resta meno dichiaratamente alternativo della maggior parte dei gruppi di pari fama ma conserva una potenza emotiva sopra la media.

Forse perché quella voce teatrale va a sbattere contro il muro di sintetizzatori di Gerrit Welmers (perché di muro si tratta). O perché le liriche sulle piccole storie quotidiane vanno in cortocircuito con l’enfasi che sta intorno. E poi perché i volteggi di Herring hanno la precarietà dei suoi  pantaloni stretti, sempre lì lì per strapparsi. E uno che ascolta The Far Field rischia di rompersi la testa se cerca di spiegarsi perché “Ran” sia così bella. Bella anche oltre la sua logica. O forse è solo una canzone zeppa di pulsazioni e melodia con i dosaggi tutti all’eccesso. Come il resto del disco, in fondo.

Sappiamo ormai bene che i Future Islands on stage offrono un’esperienza dal carattere un po’ mostruoso. Eppure anche in quella sede riusciamo a sentirli  rassicuranti come il pranzo della domenica dalla nonna. Sì, perché, tra l’altro, basta poco per capire quanto affetto sia mediamente riversato verso Samuel Herring. In un discorso su The Far Field, una menzione speciale va poi a “Shadows”. È in questa traccia  che fa la sua comparsa una signora chiamata Debbie Harry. E anche qui viene da accostare all’immagine live dei Future Islands quella dei Blondie all’Apollo nel 1979. Quando vedere la cantante muoversi era più un’esperienza mistica che una questione di bellezza. E così il cortocircuito è rinnovato.

A proposito di collaborazioni, Herring, individualmente non si fa mancare esperienze in territori rap con Madlib e Clams Casino e nel jazz ibrido con i BadBadNotGood. Sono mondi che in realtà non hanno trovato eco in questo nuovo album. Forse non ce n’era neanche bisogno. C’era bisogno, invece, di  canzoni come “North Star”, piccola storia fra tempeste, voli cancellati e bisogno di mantenere le promesse. Storie quotidiane e umane, senza supereroi intesi in senso classico. Solo intenti sinceri e tastiere fulgide.

Poi ognuno nel suo buco di stanza, nella sua macchina in coda, nel posto che ama o che odia, si sente una rockstar che si muove leggera, pensa frasi che vorrebbe scolpire e canta per il pubblico di un’altra vita. Sam Herring va un po’ più in là, ci mette tutto il corpo e tutta la gola e si convince che queste cose le possa fare davvero.

Data:
Album:
Future Islands - The Far Field
Voto:
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