Radiohead @ Arena del Visarno – Firenze, 14 Giugno 2017

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Firenze, Radiohead, live atto VII. Dopo i primi concerti alla Flog e al Tenax, il primo grande evento al Palasport nel 1997, si arriva alle Cascine (2012 e 2017), passando per due location decisamente più affascinanti come Piazza Santa Croce e Piazzale Michelangelo.

Mercoledì scorso, invece, la musica ha colmato lo scarto con le precedenti location: perché se l’Ippodromo del Visarno non possiede il fascino dei luoghi di cui sopra, lo stesso non si può dire di quello che è andato in scena sul palco – e non solo. Vent’anni esatti da quel 1997 in cui tutto cambiò con “Ok Computer” e i Radiohead non possono far altro che suonare nelle grandi arene, talmente sono diventati popolari.

Più di 50.000 persone a vederli, proprio nel momento in cui la loro traiettoria artistica ha inforcato nuovamente una via ostica al grande pubblico: dopo le concessioni alla forma canzone adottate nell’album “In Rainbows”, seguito dal più indigesto dei loro dischi “The King Of Limbs” e dall’ultimo, “A Moon Shaped Pool”.

In questi vent’anni, Thom Yorke e soci sono rimasti sostanzialmente gli stessi, senza cambi di formazione, pur mutando approccio artistico più di una volta, riuscendo a mantenere un’invidiabile amalgama fra tutte le componenti che animano il gruppo.

Questo loro lo sanno, e quegli schermi posizionati a bordo palco – divisi in sei parti, nelle quali venivano letteralmente mescolate facce, mani e strumenti –, erano lì a simboleggiare quanto i Radiohead siano una band totale. Totale anche perché sono l’unica vera grande band capace di esprimere se stessa in mille declinazioni differenti, pur mantenendo intatta e fortissima la propria catalizzante identità – caratteristica che gli vale un pubblico di fedelissimi così trasversale da racchiudere quasi chiunque: dall’appassionato di psichedelia, a quello di elettronica, roots-rock , brit-pop, indie in genere e perfino progressive. Totale perché ieri sera hanno dato prova di poter sfornare una scaletta live equilibrata, in un susseguirsi di pezzi uno più bello dell’altro, uno più diverso dall’altro. Esattamente come quelle facce che si mescolavano negli schermi, le mille sfaccettature dei Radiohead hanno trovato la sintesi perfetta nello svolgersi di questo live stratosferico non a caso definito da moltissimi dei loro fan il più bel concerto a cui abbiano assistito.

Complice forse il ventennale di Ok Computer, la band di Oxford ha messo in scena uno show per la prima volta “completo”: meno ripiegati su loro stessi, meno cervellotici e più emotivi, oseremmo dire quasi aperto alle esigenze del pubblico stesso, andando a ripescare pezzi del passato senza per questo rinunciare al peso specifico e peculiare delle loro ultime produzioni, in un equilibrio perfetto fra quei Radiohead da “sputare fuori” in un canto collettivo, e quelli più da ingoiare dentro, spesso in un silenzio sorprendente. A giocare un ruolo forse centrale in questa scelta, un Thom Yorke incredibilmente rilassato e rivolto verso la platea, con quel suo italiano buffo a chiederci “come state?” o “Ne volete ancora?”, spesso cimentandosi in balli da contorsionista e improvvisandosi fomentatore di folle in una versione di Idioteque dal finale quasi hip-hop.

Cosi ha preso corpo uno spettacolo capace di trasportarci fin dall’inizio in un’altra galassia, rapiti dalle lucine a pioggia che scendevano sul palco dove degli alieni sotto forma di musicisti hanno iniziato a sollevarci da terra con le note sospese di “Daydreamin”.

Dreamers, they never, they never learn

Da quel momento siamo stati catapultati in un vortice di emozione ed esaltazione pressoché ininterrotto. Dopo un paio di pezzi dell’ultimo disco, una fenomenale versione di Lucky ha aperto le danze fra un disco e l’altro, in un tripudio di commozione ed energia, con annesso candido stupore per la quantità incredibile di bellezza prodotta dai Radiohead nella loro carriera, messa tutta assieme, così, quasi a disarmarci, in questo live. Molti i pezzi da “In Rainbows“, molti – come immagivamo – da “A Moon Shaped Pool“, alcuni assolutamente inaspettati perfino da “The Bends” – con quella “Fake Plastic Trees” piazzata nell’ultimo bis giusto in tempo per farci crollare definitivamente in un fragile e libeartorio pianto adolescenziale. No, non impariamo mai. No.

Radiohead e concerti di massa: binomio imperfetto.

Come già detto, l’Ippodromo del Visarno da un punto di vista estetico non è esattamente una location all’altezza di un concerto del genere, ma risulta tutto sommato un buon compromesso da un punto di vista pratico per accogliere le oltre 50 mila presenze attese ed effettive (alla faccia delle tanto chiacchierate “svendite” di biglietti dell’utim’ora). La delusione di molti riguarda la divisione dell’area in due, con un pit da 8000 persone a ridosso del palco, dietro le cui transenne viene confinata la maggiorparte del pubblico. Con i Radiohead purtroppo la distanza si paga in termini di acustica: livelli audio piuttosto bassi contengono la diffusione dei suoni, risultando esageratamente lontani ai malcapitati che si ritrovano, loro malgrado, posizionati male. Questo sicuramente è stato uno degli aspetti più negativi del concerto, insieme alle infinite file per acquisto di cibo e bevande, raddoppiate dall’odiosa esistenza dei tokens, sorta di cambio in valuta obbligatorio e costosissimo, dato che si era costretti ad acquistarne almeno 5 a botta (per un minimo, quindi, di 15 euro anche se si voleva comprare solo una bottiglietta d’acqua per sopravvivere). La macchina dei soldi da concertone estivo, dunque, ha colpito anche una band come i Radiohead, facendoci sognare un loro show in posti da capienze più contenute e adatte ai loro volumi e alla loro musica. Sogni, appunto. Ormai i Radiohead sono il gruppo che tutti vogliono vedere e non possono permettersi di scegliere luoghi più piccoli: davvero un peccato.

Alieni prestati ai terrestri

Si dice che i Radiohead siano una band non tecnica, ed effettivamente di errori (pochi) ne commettono, essendo umani. La vera loro peculiarità è che lo sottolineano loro stessi, e questo è anche uno dei motivi che li rende affascinanti, perché vedere un perfezionista maniacale come Thom Yorke girarsi stizzito verso il colpevole di turno – che spesso è Johnny Greenwood, è pur sempre un piccolo spettacolo nello spettacolo. Nell’economia generale del live, però, sono dei musicisti mostruosi, se non altro per la capacità di riprodurre live delle cose veramente impressionanti, in cui apprezziamo soprattutto una sezione ritmica spaziale (con tanto di doppia batteria). I Radiohead riescono a spaziare con una naturalezza senza eguali fra fraseggi chitarristici psicheledici (The Numbers), roboanti groove electro (Ful Stop), deviazioni jazzistiche sui generis (Bloom, Myoxomatosis), melodie dolcissime (Let Down) e sinistri excurus acustici immersi in un religioso silenzio (Exit Music), C’è spazio veramente per tutto, tutte le emozioni vorticosamente miscelate in un unico show. Senza contare la presenza in scaletta di brani come Paranoid Android e Idioteque, che scatenano il delirio, si chiude con un grande classico, quella “Karmapolice” che concede la fusione finale  fra frontman e pubblico, in un canto collettivo finale diretto dallo stesso Yorke.

Conclusioni 

La verità è che dei Radiohead si dice tutto e il contrario di tutto, ma del fatto che siano la band più importante del nostro tempo, no. Non si può dubitare. Ne abbiamo la certezza quando la paura che ci ha accompagnato strisciante per tutto l’evento, la paura di essere carne da macello, folla intrappolata in un sistema di tokens, soldi, biglietti dal peso d’oro, possibili vittime di attentati, colpevoli senza averlo scelto, esplode in una Idioteque apocalittica. “Is This Really happening?” Sì, sta davvero succedendo. Siamo in un bunker, senza via d’uscita. Dovessimo morire ora, almeno, con questa musica, moriremmo felici.