Intervista a Cristina Donà: Seguimi il sole arriva adesso

E’ il primo di agosto 2003: Cristina Donà suona a Cedegolo. Siamo in provincia di Brescia, per la precisione in Alta Valle Camonica, e sembra proprio il luogo ideale per la musica e la personalità della cantante. Tutto intorno le montagne circondano lo sguardo e creano una visione intima, esattamente come la musica di Cristina Donà, che incontro in questo particolare e suggestivo scenario.
Siamo nel pieno del tour estivo dell’ultimo album di Cristina uscito il 4 aprile, “Dove sei tu”. Il concerto la sera si terrà nella ex centrale idroelettrica del paese: lo scenario è splendido, il Sole illumina un cielo azzurro che sembra soltanto attendere i suoni eterei della cantante milanese. Arrivo nel pieno del soundcheck, Cristina mi dedicherà un’ora e mezza del suo tempo tra arte, cinema, e tanta, tanta passione per la musica.
Gonna viola lunga di stoffa, sandali, maglietta color arancio e grossi occhiali da sole sul viso, si presenta fin dall’inizio molto gentile e disponibile. Ci diamo immediatamente del tu e ci accomodiamo all’esterno della ex centrale idroelettrica di questo paesino di montagna.

La prima cosa che volevo chiederti è questa: finora ho letto spesso articoli, interviste, in cui di te si parla sempre “collegata” ai vari Manuel Agnelli, Davey Ray Moor, Robert Wyatt ecc… Come se la tua arte fosse dipendente, in un certo senso, dalla loro. Io però ho sempre inteso la tua carriera artistica come un’evoluzione, un lento distacco dai tuoi “pigmalioni” (Agnelli in primis). Con “Dove sei tu” (Nonostante la forte presenza di Davey Ray Moor) ora sei solo e soltanto Cristina Donà. Non lo ritieni un successo?
Mah, io ovviamente spero sempre di fare emergere la mia personalità, che però credo esca in genere di più nei testi e negli accordi, nella struttura musicale, più che nei suoni. Poi ovviamente, come tutti vado a periodi: il fatto di aver scelto Manuel in un certo periodo era dovuto al fatto che in quel periodo anche io volevo “quei” suoni. Sono comunque collaboratori che io mi scelgo e con i quali mi fa molto piacere lavorare perché mi piace avere delle persone con cui confrontarmi. Sinora (Forse perché sono sempre stata abituata così fin dall’inizio) vedo le mie canzoni scritte chitarra-voce, arrangiate poi col gruppo; però sono abbastanza disposta a sentire che cosa ne pensa uno guardando queste cose da fuori, e quindi una produzione che dia una direzione al mio disco. Poi credo che in ogni caso mi rifletta perché è una produzione che si fa assieme, non è che vengano lì a dirmi “la tua musica la facciamo così e basta”.

La definirei più un “supporto esterno”
Sì, sono persone che mi hanno comunque proposto delle cose e le abbiamo vagliate assieme. Poi è chiaro che se ti scegli un produttore devi essere disposto a concedergli delle cose; non è che puoi dirgli tutto quello che vuoi fare tu e basta, sennò il disco te lo produci da solo…

Hai citato prima la tua band: ho notato che negli articoli su di te è spesso lasciata in disparte. Ho già visto altre tue date di questo tour e si nota un grande feeling tra te ed i tuoi musicisti. Vi si potrebbe quasi definire una “band incompleta”
Sì, io in realtà parlo spesso dei miei musicisti nelle interviste, ma è una parte che viene tagliata, è poco interessante evidentemente… Io suono con loro dal ’97, ho cambiato il chitarrista dopo il tour di Tregua, e già dal secondo album c’è Lorenzo Corti: sono musicisti con i quali mi trovo benissimo; credo che il fatto che ognuno di loro arrivi da realtà musicali diverse sia d’aiuto per creare un certo suono…

…più eterogeneo…
Sì, magari non scontato, qualcosa che comunque sia fatto di frammenti e da contaminazioni, anche se non abbiamo inventato niente, voglio dire… Però mi piace che ci sia questa batteria che è quasi jazz, che diventa anche rock in alcuni punti; insomma, una cosa particolare.

Hai detto una frase secondo me molto significativa: “non abbiamo inventato niente”. Secondo te l’originalità è importante nell’arte?
Secondo me è importante; io ovviamente ogni volta che mi metto a scrivere qualcosa, quando poi produciamo ed arrangiamo i dischi, “spero” di fare una cosa originale; come dire, originale perché in qualche modo è personale, è una cosa mia. E quello credo che quello sia uno dei pochi modi di rendere credibili e vere e personali le cose, cercare di metterci la propria impronta.

Si potrebbe dire che in pochi ormai fanno musica veramente originale, c’è chi dice che è già stato fatto tutto. Uno dei pochi musicisti originali che mi viene in mente ora potrebbe essere Beck.
Beh, Beck sicuramente, poi ogni tanto arriva un personaggio, come Bjork… Per me in realtà ci saranno tante cose ancora da scoprire e da inventare, per fortuna… Il problema forse è che ci sono troppe cose, e si va sempre più veloci, per cui forse è anche difficile gustare le novità, dopo due giorni sembra che siano già vecchie, no? Le invenzioni durano di meno…

Anche l’offerta musicale è talmente vasta che non resta, non permane….
Però secondo me ci sono delle cose che proprio nel momento in cui tu pensi che abbiano già inventato tutto, invece arrivano e rivoluzionano tutto di nuovo….

Infatti molti dicono che dopo gli anni ’70 non c’è più stato nulla di originale….
Beh, il drum ‘n bass e tutta l’area di Bristol, dal trip-hop in poi… Queste sono tutte cose che possono piacere o meno ma sono delle novità secondo me, a livello di ascoltatrice… Poi magari uno mi può portare l’esempio di un gruppo che negli anni ’70 già faceva quelle cose… Ma penso che una Bjork negli anni ’70 non c’era.

Diventa poi dietrologia: lo si dice sempre a posteriori…
Sì, sì: ah, i miei tempi!

Voglio leggerti un passo della poetessa Anne Sexton (Che definirei insieme a Virginia Woolf una femminista ante-litteram): “Stavo tentando l’impossibile per condurre una vita tradizionale… Ma non si possono costruire piccole palizzate bianche per tenere lontani gli incubi. La superficie si spezzò quando avevo circa 28 anni. Ebbi un attacco di panico e tentai di uccidermi.” Queste parole di Anne Sexton mi hanno sempre fatto pensare alla condizione della donna, di cui tu hai parlato soprattutto in Tregua ( “Senza disturbare” è esemplare in questo senso). Io ritengo che essa sia ancora minoritaria in questa società fondamentalmente maschilista: c’è una parità di facciata, ma alla quale non corrisponde una situazione reale; siamo ancora molto distanti da una reale parità. Tu cosa ne pensi?
Guarda, secondo me in Italia sicuramente abbiamo ancora molta strada da fare rispetto ad altri paesi; siamo magari più fortunati rispetto ai paesi mussulmani dove la donna sicuramente ha delle difficoltà maggiori. Il problema secondo me è nel percorso che l’umanità sta facendo per cercare di capire i ruoli maschile-feminile, perché non credo che questo sia un periodo storico in cui, almeno in Italia, la donna abbia raggiunto un punto di cui possa essere contenta. Sicuramente, rispetto a quando mia mamma aveva 20 anni, si sono fatti molti passi in avanti; il problema è che qui è difficilissimo fare la donna che lavora ed insieme fare la mamma, cosa che in altri paesi magari viene concessa perché ad esempio c’è l’asilo nido all’interno del posto in cui lavori.

Ho sempre il sospetto che queste concessioni siano in realtà date dall’uomo che non ad una reale conquista della donna, una sorta di maschilismo sotterraneo che le accompagna, quasi un “contentino”
Mah, secondo me è un po’ tutte e due: è vero che l’uomo probabilmente fa sempre il capo, ma pare che sia anche una cosa abbastanza “normale”, se la vedi sotto il profilo biologico; la donna spesso, siccome ha il problema della gravidanza, dicono le statistiche, preferisce rinunciare alla carriera per favorire quella del marito. C’è anche da dire secondo me che l’uomo ha ancora delle difficoltà, soprattutto nei paesi cattolici, a vedere la figura della donna in certi contesti, ad essere magari “guidato” da una donna capo. Ma anche la donna in certi casi, quando fa il capo, assume degli atteggiamenti che spesso sono peggio di quelli degli uomini. Perché l’uomo ha avuto più anni (O meglio, secoli…) per imparare questo ruolo da capo, e la donna no. Una sorta di “esperienza”. E’ una questione di tempo: poi io spero che le cose si assestino e la donna riesca a raggiungere il suo scopo senza ammazzarsi: perché veramente ci sono persone che pur di mantenere il lavoro (Giustamente perché adesso si divorzia abbastanza facilmente e una donna ha bisogno di lavorare e di fare la mamma se deve mantenere i bambini) si ammazzano letteralmente. E’ un disastro gestire questa situazione: e questo sicuramente genera una grande frustrazione.

Del resto a questo proposito mi viene in mente la poesia “Casalinga” di Anne Sexton, in cui si legge “certe donne sposano una casa”
Anne Sexton infatti mi piace molto.

Leggevo qualche giorno fa una intervista ai Gang, in cui dicevano che per un artista oggi è impossibile resistere alle pressioni esterne, in particolare provenienti dalla Casa Discografica. Tanto che loro hanno rotto il contratto che avevano con la Wea ed hanno fondato la propria etichetta personale, per fare, come hanno dichiarato, “tutto ciò che vogliamo”. Tu ti senti “oppressa” da questo punto di vista, anche se hai la fortuna di essere sotto contratto con la Mescal?
Io appunto ho la fortuna di essere capitata in una etichetta indipendente, la Mescal, in cui magari non ci sono le possibilità economiche delle major (Ma io non ho mai sentito questo come un problema: non ho mai preteso di avere dei video miliardari, anche perché in Italia come fai a pretendere una cosa del genere, se fai una musica come la mia e non una dance smaccata?).

Non mi sento affatto oppressa, però credo che le major non sappiano più gestire i nomi nuovi, se non sono “quel tipo” di nome; non abbiano la possibilità, o perché hanno perso troppi soldi prima, o perché non sanno come lavorare, non sanno gestire la cosa…
Ed è il grande problema della musica attuale: non si punta più sui talenti

La cosa buffa è che comunque il pubblico c’è: io mi sento spesso dire “ah, peccato che non si senta di più la tua musica, peccato non ti abbia scoperto prima…” Soprattutto credo che ci sia il pubblico che ascolta la mia musica, ma anche altre cose meno “commerciali” (Anche se questo è un termine abbastanza vago, inflazionato…)
Un pò come il termine “alternativo”, hanno la stessa connotazione. E poi non è detto che una cosa commerciale non sia bella… Bisognerebbe capire come arrivare a questa gente.

A questo punto ci vorrebbe la celebre domanda: Battisti è commerciale oppure no?
Battisti è meraviglioso ed io lo adoro (Risate). Se per commerciale si intende ciò che vende, sì, anche i Beatles sono commerciali. Il termine più adatto sarebbe “commerciabile”.

Infatti: in realtà “commerciale” dovrebbe identificare non la musica che vende, ma la musica fatta “per” vendere; in quel caso la musica non è più espressione dell’artista, ma diventa offrire un prodotto, come purtroppo fanno le major. Dicevamo appunto del controllo: in “The Truman Show” evochi un certo controllo dall’alto: è una cosa legata alla tua attività artistica?
No, assolutamente: quello che mi piace dello scrivere testi è proprio potermi inventare dei personaggi: in quella canzone sono stata un po’ sicuramente ispirata dal film, ma soprattutto da un pensiero, pensiero che è quello legato al potere che hanno gli uomini di potere di avere un controllo su ciò che fai tramite diversi canali; la carta di credito, Internet…. Tutte cose che a noi fanno comodo ma che però a loro forniscono dei dettagli della nostra vita, che sicuramente vengono poi usati per capire che tipo di prodotto può andare di più, se ci va bene… Per arrivare sino ad un controllo più personale e magari anche pericoloso: non voglio sembrare paranoica, però tra satellite, Internet e telefono possono sapere veramente tutto di te.

Ogni anno siamo sempre più schedati ormai: tra pochi anni rischiamo di arrivare a scenari simili a quelli che si vedono in film come “Minority Report”, con cartelloni pubblicitari che “parlano” direttamente alle persone per la strada, chiamandole per nome… E’ a rischio quella “privacy” di cui si parla tanto e tanto a sproposito…
Infatti, è la privacy di cui parlo in “The Truman Show”, ma non solo… Anche quando dico “Hanno programmato anche il mio collasso” nella canzone, non è tanto un collasso previsto quello di cui io parlo, è pure un discorso legato alla gestione della sanità, dell’inquinamento, dei batteri… Un collasso che possa influenzare anche la tua vita fisica, non solo quella mentale. Del resto se non si sta bene fisicamente tutto il resto viene penalizzato…

Bè, tu hai la fortuna di vivere in montagna… A questo proposito avevo letto una tua bellissima dichiarazione in cui affermavi che la montagna “è il luogo in cui le nuvole si congiungono con la terra”
La Val Seriana non è proprio limpidissima, ma sicuramente si vive meglio che nelle città. In montagna la luce è molto più debole, è tutto più raccolto. Io comunque ho bisogno della luce, altrimenti il mio fisico si spegne: per fortuna ho trovato delle alternative, vado spesso al lago.

E la montagna per la scrittura è l’ideale, non pensi?
Ma guarda, io trovo che i posti che ti danno la possibilità di pensare siano dei luoghi ideali; io mi conosco ed ho bisogno anche di stimoli, ma da un po’ di tempo non ho più bisogno della città, anzi, è una cosa che mi soffoca. Ci sono persone che riescono a scrivere magari solo se sono immersi nel traffico cittadino… Però mi piace tornare a casa da una serie di concerti e potermi riposare, poter aprire la finestra e vedere gli alberi anziché i palazzi.

Abbiamo parlato prima della tua band e dei concerti: in questi giorni ho riletto una dichiarazione di Kurt Cobain (Che tu hai omaggiato in “Tregua”), in cui diceva che “suonando dal vivo sentiva di fingere e di prendere in giro la gente”, il concerto era diventato una routine e niente più. Tu che rapporto hai con il palco?
Mah, io per ora non ho ancora vissuta questa esperienza: mi è capitato un paio di volte in cui non c’era il pubblico attento, ma ora sono fortunata da questo punto di vista. Probabilmente entri in questa situazione nel momento in cui fai concerti come se fosse una catena di montaggio, perché la casa discografica, l’agenzia magari non riescono a capire la psicologia del musicista. Hai bisogno di rigenerarti. Uno come Cobain poi… Forse poi è anche la quantità di gente: quando cominci a suonare nei posti molto grandi, e fai tante date, non riesci più ad avere un contatto più diretto con il pubblico; non è un caso che molti artisti da stadio, come Springsteen, facciano poi delle tourneé “teatrali”.

Anche Eddie Vedder dei Pearl Jam disse che c’è una bella differenza tra fare tre concerti e farne sessanta in una estate
No, ti ammazza… Io comunque ero stata molto colpita da alcune dichiarazioni di Kurt Cobain, dal libro che avevo letto sulla sua vita, da questa morte della quale non si capiscono bene le cause… Ho visto addirittura anche dei documentari in cui si asserisce che Courtney Love abbia pagato per farlo uccidere.

Poi qui si entra nel campo di illazioni poco controllabili
Mah, sicuramente qualcosa è inventato, però ci sono diverse coincidenze strane, anche il modo in cui lui è morto… Lei a me non piace per niente, ha un ego smisurato. Certo che avendo vissuto un piccolo periodo della mia vita da personaggio pubblico, posso capire come sia difficile controllare le informazioni che vengono dette su di te, spesso i media assalgono il personaggio pubblico. Basta pensare a cosa è successo a Pete Townshend negli ultimi tempi con l’accusa di pedofilia, quando al contrario lui ha fondato credo delle associazioni che si prendono cura dei bambini.

Parlare di Kurt Cobain mi ha fatto venire in mente la sua difficoltà a rapportarsi con l’enorme popolarità che i Nirvana avevano raggiunto, popolarità che ha “schiacciato” il cantante. Tu stai piano piano uscendo dal “guscio” alternativo e stai raggiungendo sempre più persone: il video di “Triathlon” è passato tutta l’estate in heavy rotation da MTV
Io guarda, ho riflettuto molto su questa condizione di Kurt Cobain (Per cui appunto avevo scritto anche “Tregua”) e soprattutto sul fatto che si dà per scontato che un personaggio famoso sappia gestire la fama e soprattutto debba essere contento perché è famoso. In realtà ci sono persone, come lui, che non imparano mai a gestire la fama e la parte ingombrante della fama, che è quella di essere fermati per strada… Perché magari hanno intorno persone che non li proteggono, perché hanno una psicologia che ha difficoltà ad affrontare questo genere di ambiente.
A me per ora non è ancora capitato niente di tutto questo: la mia speranza ora per il futuro è quella di riuscire a vendere all’estero (Stiamo traducendo ora “Dove sei tu” in inglese), perché comunque vendere 10000-20000 copie non ti garantisce una vita…

…una vecchiaia felice… A meno di suonare fino a sessant’anni come Mick Jagger e saltare come un ventenne sul palco!
(Risate) Magari: io spero! Per cui allargare un po’ le possibilità di vendita. Però a me questo grado di popolarità va benissimo: io non sono una di quelle che saprebbe gestire una popolarità più ampia. Un personaggio come Madonna è nato per gestire una cosa del genere, l’ha voluta lei. Per quanto sia sicuramente difficile da gestire anche per lei. Quando si guarda questa cosa dal basso poi si identifica sempre la popolarità con la felicità, ma la popolarità spesso diventa quasi un’oppressione insostenibile
Spesso inoltre la cosa più difficile da gestire per degli artisti che fanno musica che arriva dal cuore, o comunque generata dal sentimento, è gestire le pretese del tuo pubblico: perché a volte il pubblico pretende delle cose, e se tu non gliele dai poi senti le conseguenze. Allora questo vuol dire che magari non ti viene permesso di cambiare, e questa è una cosa che mi terrorizza, infatti ad ogni album cerco di fare qualcosa di diverso anche per questo motivo; perché mi interessa cambiare, perché non mi voglio fossilizzare. Io spero, se saprò interessare la gente e saprò fare cose di qualità, di andare al di là dello stereotipo di “quella” specifica musica, poter fare quello che mi piace e dire quello che mi viene da dire, liberamente. Per non parlare del fatto che non appena l’artista realizza due dischi diciamo “simili”, subito viene aggredito dalla critica per una supposta “mancanza di ispirazione”

Sì, indubbiamente: anche quello è un altro aspetto non facile da gestire; perché gli artisti sono persone che in genere hanno una psicologia molto fragile, e diventa indispensabile crearsi una sorta di guscio per proteggersi.
C’è gente che se vendi più di trenta copie ti dice che ti sei venduto: bisogna imparare a mantenere un po’ di distacco; anche perché giustamente ognuno ha la sua opinione, se ti metti ad ascoltarle tutte non combini più niente… Bisogna seguire se stessi e le persone che ti vogliono bene, e che ti possono dare una mano anche a capire se stai facendo una cosa buona o no.

Prima hai accennato al tuo progetto di tradurre in inglese “Dove sei tu”: non pensi che la lingua di Albione potrebbe snaturare la tua metrica, i tuoi testi, la loro liricità?
Sì, ci ho riflettuto a lungo: abbiamo provato io e Davey Ray Moor a cercare una strada per questo lavoro di traduzione, e secondo me l’abbiamo trovata. Io sono contentissima di avere incontrato una persona come lui e stiamo registrando proprio ora i brani: lui è riuscito ottimamente a tradurre il senso della canzone; magari non sono le mie parole, questo l’avevo messo in conto, però ha tradotto molto bene il senso della canzone mantenendo molti dei suoni delle parole italiane usandone della altre in inglese.

Difatti Davey Ray Moor ha una grande sensibilità pop, come ha dimostrato nei Cousteau
Lui è fantastico!

Ora Cristina si lancia in una disquisizione su “Almost Famous”, il film di Cameron Crowe sulla musica e sui favolosi anni ’70 del rock che ha visto la sera prima (“E’ finito alle due e mezza di notte”), e su quegli anni, così ben rappresentati e favoleggiati nel film
Mi ha gasato tantissimo: quel film mi ha fatto invidiare tantissimo quelli che hanno fatto musica in quel periodo, perché era vissuta sicuramente con uno spirito di libertà maggiore, di conquista continua… Un bel periodo, veramente.

Quale è per te il senso dell’Arte? E nello specifico, della musica?
La musica per me è un po’ come la montagna: è un tramite, un modo per raggiungere un’altra dimensione non terrestre…
Io credo che nel concetto di creazione, di invenzione, di immaginazione ci sia qualcosa di “magico”, come lo chiamo. Poi magari non è magico nel senso che arriva da un posto fuori dalla realtà, probabilmente è una cosa in realtà molto reale che però noi conosciamo meno di altre cose più tangibili; è la nostra anima. Questi concetti legati all’immaginazione, alla creazione danno all’uomo la possibilità di progredire, e di crescere sempre: e questo meccanismo fa sì che nascano delle cose nuove; un meccanismo di creazione, dai vita a qualcosa che prima non c’era. E per questo credo che sia gratificante e bello, perché ti fa crescere. Un meccanismo molto naturale, come la nascita di un bambino

Sì, infatti: per questo prima dicevo che non è poi così magico come pensiamo: non arriva da un luogo poi così lontano, siamo noi, è l’essere umano che ha questa qualità che gli serve per progredire, per arrivare da un’altra parte, in un luogo dove prima non era stato. Quindi noi abbiamo nel nostro patrimonio genetico anche questa cosa, e quando ci viene tolta è sempre una cosa negativa: adesso credo che sia sempre più evidente questa volontà di appiattimento… Ci fanno credere che gli stimoli siano troppi; forse è vero, ma ci sono troppi stimoli sbagliati! Qualcosa che ti dà una sensazione di sazietà, che non ti fa magari desiderare di scoprire qualcosa di nuovo: e questo secondo me è studiato.
A questo punto squilla il telefono di Cristina, è Davey Ray Moor che sta lavorando alla traduzione in inglese dei pezzi dell’album e deve farle ascoltare come procede il lavoro…

Abbiamo parlato prima della metrica: a proposito dei testi, a parer mio i tuoi testi hanno una notevole valenza poetica, lirica direi quasi; nel panorama musicale italiano dal punto di vista dei testi siamo abbastanza sottozero, se guardiamo un certo ambito
Sai, spesso anche all’estero, solo che i testi sono cantati in inglese ed allora non ci si accorge… Si contano sulla dita di una mano coloro che sappiano creare dei testi che sussistano anche senza la musica (Mi vengono in mente Cristiano Godano e Manuel Agnelli).

A tuo parere, la metrica sostiene oppure costringe?
Costringe in fase di scrittura e soprattutto quando devi adattare un testo alla musica, aiuta quando la sai usare, insomma….Se la conosci non la eviti ma ti aiuta….

Ad esempio, la rima….
Ecco, io pensavo come metrica anche alla ritmica, come consequenzialità e come ritmo che può dare al testo… E’ un lavoro difficile da fare: a me viene in mente “Triathlon”: mi ha aiutato tantissimo l’uso delle “t” e delle “p” del ritornello; “tengo al minimo il battito controllo che il respiro mi segua”. Ho cercato e ci ho lavorato molto su questa cosa, credo che poi sia un lavoro che fanno i rapper…. Non dico che quello sia un pezzo rap, però penso che i rapper sfondino molto perché comunque il suono della parola nella loro musica ha proprio una valenza ritmica. E’ un processo difficile ma affascinantissimo: io sono innamorata di questo processo, anche se mi fa soffrire tanto, perché prima di trovare anche la rima bisogna soffrire… Come dicevi tu prima, secondo me è una cosa molto importante, soprattutto se è fatta in modo intelligente, che non sia il solito “cuore-amore”, e può arrivare veramente ad aiutare la musica. Davey (Ray Moor) sostiene che spesso in realtà le parole tolgano in qualche modo una sorta di magia alla musica, perché la musica è comunque fatta da note, mentre le parole ti riportano un pochino più sulla terra, perché ti costringono a pensare, ti danno già delle immagini loro, e quindi tolgano in qualche modo qualcosa alla musica, però…

Diventa se vogliamo più importante la musicalità delle parole, che non il senso, il significato
In questo periodo per me sì, comunque la musicalità della parola ha molta importanza, e proprio per questo diventa difficile scrivere un testo che abbia anche una caratteristica di musicalità forte; sono pochi che lo sanno fare, secondo me… Battisti-Mogol è l’esempio più bello che abbiamo: fantastico. Anche se io, personalmente, ho sempre ritenuto “superiore” il significato delle parole alla musica: cioè che una buona musica, anche una musica fantastica, ma che non abbia dietro un significato profondo, venga svalutata molto. Io credo che ogni cosa, come dicevamo prima, debba avere una sua “autenticità”. Per cui anche, ad esempio, Kylie Minogue che fa un pezzo dance a me suona come una cosa naturale; poi può anche non piacermi, però non la trovo una forzatura. Mentre ci sono delle cose che io sento a volte molto forzate, e quello mi dà più fastidio.

Ad esempio? Anche se non è bello “sparlare”…
Bè, adesso, non vorrei sparare sulla croce rossa, ma una come Syria per me non ha senso; cioè, io non riesco a capirla. A parte il fatto che lei possa essere una persona simpatica, dolce e carina, sa anche cantare bene, ma io non riesco a concepire quello che fa, non riesco a capire cosa deve dirmi… Che so, gli 883 non mi piacciono, però capisco quella roba lì… Pezzali “è” quella cosa lì, e Cecchetto è stato bravo a sfruttarla. Non mi interessano però hanno una ragion d’essere; poi secondo me non dovrebbero vendere più di altri artisti, ma questo è un altro discorso…. Però ci sono dei personaggi che proprio non riesco a capire…

Syria, che hai citato, potrebbe essere un esempio di quella musica “commerciale” di cui parlavamo prima…
Però secondo me lei non vende neanche tanto adesso… Non lo so… Cioè, non mi sembra neanche una che vende… Non so, Silvia Salemi…che viene fuori al Festival di Sanremo e poi non la vedi più per una vita… Ma ci sono tantissimi esempi… Come per me non hanno senso neanche tanti gruppi che fanno grunge, cose sentite e risentite però solo perché fanno “uaargh”, rumore, dovrebbero essere cose interessanti. Del resto, citando i Kings Of Convenience, “quiet is the new loud”…

Hai citato altri artisti: tu che musica ascolti? Che artisti privilegi?
Guarda, io ho la fortuna di avere sposato una persona deliziosa, Davide Sapienza, che tra l’altro è un ex giornalista, adesso si occupa di promozione e soprattutto di altre cose che non hanno a che fare con l’ambiente musicale; e lui ha una discografia sterminata: quando avrò terminato di ascoltare “bene” i dischi che ha, saranno passati secoli… Sono una donna fortunata… (Risate) In questo periodo ho tra le mani il nuovo di Robert Wyatt, che è bellissimo. Sto ascoltando quello, poi vorrei ascoltare il nuovo dei Porno For Pyros, scusami, dei Jane’s Addiction, che in realtà è sempre lui, Perry Farrell… Che tra l’altro è un personaggio che ha me piace molto. “Good God’s Urge”, il secondo disco dei Porno For Pyros, è uno dei miei dischi preferiti: credo che lì Perry Farrell abbia una sensibilità e delle idee per i suoni spettacolari. Hanno parlato male dell’ultimo album ed infatti ho un po’ paura di ascoltarlo. Poi mi è piaciuto moltissimo l’album di Beth Gibbons, meraviglioso… che è una delle migliori voci femminili, senza dubbio…

A questo proposito, ti hanno sempre paragonato a moltissime altre musiciste, Joni Mitchell, Ani di Franco, ecc… Finalmente adesso sei Cristina Donà e basta; anzi, alcune nuove cantautrici vengono paragonate a te
Eh, vedi, c’è l’ho fatta! (Risate) Mah, guarda, una delle soddisfazioni che mi sono tolta con le recensioni relative a questo album (“Dove sei tu”) è proprio leggere sempre meno riferimenti, che credo siano naturali comunque. Anche a me, quando mi fanno ascoltare dei demo, viene da dire: “ah, mi ricordi un pò…” Quando riesci a staccarti da quella dimensione, ed a trovare, come si diceva prima, un tuo settore, una tua originalità, un tuo modo di fare musica, è una bella conquista. Poi io credo di avere ancora parecchia strada da fare, me lo auguro per lo meno!

E’ un augurio di non ripetersi, sicuramente
Sì, come dice Bjork, io credo che il disco migliore lo farò a sessant’anni, sperando di farne un po’ da qua a sessant’anni…

Personalmente ti ho sempre paragonato ad una sorta di “Tim Buckley in gonnella”…
Eeeh….

Non scherzo, secondo me alcune tue canzoni (In particolare quelle di “Nido”) non stonerebbero su “Lorca” o “Starsailor”
Bè, mi fa molto piacere: è un grosso complimento, Tim Buckley è un artista che io amo moltissimo. Tra l’altro “Lorca” è stato uno dei primi dischi “strani” che io ho ascoltato quando ancora ascoltavo musica “normale”… All’epoca già avevo ascoltato Tom Waits e le cose “strane” di Tom Waits, però “Lorca” è proprio di un altro pianeta…

Anche Jeff Buckley è una tua passione, se non sbaglio
“Grace” credo che sia uno dei capolavori del secolo scorso. E crescono sempre di più i fan di Jeff Buckley, pazzesco…

Sì: nonostante abbia pubblicato un solo album di studio è riuscito a fissarsi nella storia della musica con la sua genialità. E forse questo “culto” deriva anche dalla sua morte improvvisa e prematura: un pò come accade con Kurt Cobain. Come diceva il cantante dei Nirvana, “meglio bruciarsi che svanire lentamente”
Mah, io preferisco svanire e morire di vecchiaia… Forse il mito di quei cantanti, come di altri, penso a Ian Curtis dei Joy Division per esempio, resiste per il 50% grazie al mito delle circostanze della loro morte… Sì, sicuramente: si parla spesso delle tre “j”, Janis Joplin, Jim Morrison e Jimi Hendrix. (vedi La Maledizione della J27 nella sezione Special)

Visto che abbiamo parlato in un certo modo di “lato oscuro”: Riccardo Bertoncelli, uno dei più importanti critici musicali italiani, scrisse che “la sofferenza non redimibile è la prima fattrice dell’arte”. Tu cosa pensi di questa affermazione?
Guarda, io credo che le sensazioni di scompenso, di frustrazione, che siano legate ad un dolore per una perdita, o qualsiasi altra cosa, generino degli stati d’animo, che a loro volta generano un processo immaginativo forte; e chi riesce lo sfrutta, chi lo sa riconoscere lo “sfrutta”, più o meno bene, creando più o meno materiale. Qualcuno ha anche detto che “la felicità si descrive da sola”, quindi è più difficile parlare di quello. Anche se secondo me è molto bello imparare anche a descrivere la felicità.

Anche in te c’è un certo “lato oscuro” che erompe dai tuoi testi, soprattutto in “Tregua”. Una sorta di malinconia tipica della montagna
Sì, io in genere mi lascio abbastanza trascinare dalla voglia di scoprire degli angoli che non conosco, che magari non mi sono ancora spiegata bene o che secondo me sono evocativi; perché è quello che mi piace provare dai testi degli autori che amo. E lavorare per immagini, che è una caratteristica prettamente poetica: è una cosa che io ho sempre apprezzato molto nei testi stranieri; in Italia, a parte alcuni autori, era più difficile, c’era sempre la storia raccontata, ed io la trovavo un po’ banale. Poi anche quello è un buon esercizio, raccontare: De Andrè ha sempre saputo raccontare cose esemplari.

Ho spesso la sensazione che anche i tuoi testi più solari abbiano una solarità che comunque proviene dalla malinconia…
Mah, io credo che a volte la felicità quella profonda, che ti commuove, abbia una grossissima dose di malinconia. Il termine “saudade” riassume bene il concetto… Prima si parlava di frustrazione: una volta un medico pazzo furioso che avevo conosciuto mi ha detto che “l’uomo impara solo quasi esclusivamente attraverso la frustrazione”, quindi attraverso il sentimento negativo. E forse è anche per quello: l’apprendimento tu ce l’hai quando in qualche modo la tua mente viene colpita in modo particolare. Allora forse anche quello è legato al processo creativo.

Abbiamo parlato prima di film: sei appassionata di cinema?
Guarda, io sono stata una che si andava a vedere almeno due-tre film alla settimana nel periodo in cui andavo all’Accademia di Belle Arti a Milano ed anche un pochino dopo. Negli ultimi anni io quando trovo un film che mi piace provo una sensazione simile a quella che sento quando ascolto musica che mi piace; come quando mi succede di avere la possibilità di vivere in un’altra dimensione, di venire trasportata in una storia, in un ambiente nel quale tu fisicamente non puoi essere. Io spesso, quando finiscono i film, mi sento bene e dico “Che bello guardare i film, che bello andare al cinema!”. E’ bello, è una possibilità che ci viene data di provare delle sensazioni, di vivere delle storie…

Hai un regista preferito?
Ce ne sono diversi, però quello che mi piace citare perché è quello che mi ha emozionato in un periodo particolare della mia vita, che è quello dell’Accademia (Avevo ventiquattro anni), è François Truffaut. Tra l’altro io in quel periodo avevo fatto un corso di cinema all’Accademia, ed ho avvicinato Truffaut da sola; pensavo che lui fosse uno di quei registi “pesanti”… Il suo primo film che ho visto è stato “Gli anni in tasca”, e sono rimasta sorpresa dal suo modo leggero di raccontare delle cose profonde, che è un po’ secondo me il pregio sempre di Battisti-Mogol… (Risate)

Si vede che in questo periodo sono innamorata di loro… Hai citato Truffaut: l’amore che descrivi nei tuoi testi assomiglia un po’ a quello descritto dal regista francese in “Jules et Jim”, un amore non convenzionale…
Intendi il triangolo? (Risate) Bè, innanzitutto mi piace immaginare che ci siano tanti tipi d’amore da descrivere, e credo che sia uno dei sentimenti che ispirano di più, che fornisca maggiore ispirazione, proprio perché il concetto d’amore ha dentro la sofferenza; una serie di sfumature che ci danno la possibilità, anche come autori, di arrivare a più gente, perché l’amore è una cosa che prima o poi tocca tutti, insomma… Che sia innamoramento, che sia sofferenza. E quindi è un linguaggio comprensibile: mi piace trovare dei modi di descrivere l’amore che non siano i soliti “ti ho visto…” oppure “Ah, come mi hai fatto soffrire…” eccetera eccetera…

La creazione artistica in sostanza è ancora un mistero, inspiegabile nelle sue dinamiche…
Sì, per fortuna! Spero che non lo spiegheranno mai… Arriveranno probabilmente a spiegare anche quello, e sarà un momento molto triste della storia dell’uomo…

Stavamo parlando prima di cinema. Hai mai pensato di fare come Ligabue, cioè di dirigere un film, magari tratto dal tuo libro “Appena sotto le nuvole”?
Mah, io penso che sia una cosa che non si può improvvisare: o hai una minima esperienza altrimenti è impossibile… Io ho fatto qualcosa all’Accademia, di animazione, però non mi sono mai cimentata in regia. Piuttosto magari mi piacerebbe scrivere una colonna sonora, con qualcuno, perché da sola sarebbe una impresa mastodontica; scrivere una canzone per un film mi piacerebbe molto, però credo di non essere proprio in grado di dirigere un film.

Cambiamo completamente argomento: l’estetica per te è importante? Il modo in cui ci si pone verso il pubblico può aiutare?
Sì, anche se io sono totalmente incapace a gestire questo aspetto… (Risate) Sì, credo sia importante capire che cosa vuoi trasmettere, e di conseguenza trovare un tuo modo di trasmettere attraverso il pubblico la tua immagine. E’ sicuramente importante, e se sei molto bello o bella aiuta. Non è uno dei miei primi pensieri, però mi rendo conto che migliorare l’immagine è utile. Ad esempio, nel video di “Thriatlon”, al regista Lorenzo Vignolo ho detto “Voglio avere una bella immagine, mettimi delle belle luci”. Non trovo nulla di strano nel pensare che se tu vieni bene in una foto, in un video, e si lavora perché tu esca bene, magari senza risultare finti, alla gente possa sembrare più semplice anche arrivare a te.La musica ovviamente deve avere sempre la priorità: però, gente come Jim Morrison, dotatissimo però anche bellissimo… I personaggi belli e bravi sono quelli che poi alla fine restano sempre… Penso anche a Tim e soprattutto Jeff Buckley: sono quelle presenze angeliche, un po’ soprannaturali… Bello, bravo, le ha tutte lui… Poi li odi (Risate). Anche Joni Mitchell è una presenza soprannaturale.

O Beth Gibbons, mi viene in mente, con il suo fascino particolare
Un po’ androgino, sì.

Ti ritieni “punk”, in un certo senso? (Cristina fa una smorfia di stupore…) Ritrovo a volte nella tua musica una sorta di “atteggiamento” punk, nella definizione espressa da Eddie Vedder, cioè “avere il controllo”. Al di là della filosofia o dell’estetica, il contributo fondamentale che a mio parere il punk ha portato è questo controllo da parte dell’artista in tutte le fasi del processo di creazione
Mah, se per punk intendi quello sì, anche se non sono una che si ritiene padrona di tutto ciò che fa; credo di essere un po’ prigioniera del voler controllare le cose… Perché come disse una volta Manuel Agnelli, io sono una che si fida ma non si affida… E quindi ha sempre bisogno di controllare che tutto vada bene; magari è solo una insicurezza di fondo, senza malignità né cattiveria; dover controllare per capire se ho fatto bene quel che dovevo fare.

E quindi è anche per questo che fino ad ora hai sempre avuto al fianco un’altra presenza?
Sì, io di base vado in confusione quando devo pensare a come produrre i miei brani. Per me è naturale lavorare con qualcuno, e devo dire che questo mi ha aiutato all’inizio, anche perché Manuel (Agnelli, ndr) aveva già una buonissima credibilità, ed essere prodotta da lui era un bel biglietto da visita; però credo di essere riuscita sempre in qualche modo a proporre “la mia faccia”, non mi sono mai sentita una che arriva dopo il suo produttore.

Ti consideri una perfezionista nel lavoro? Ho notato nelle tue canzoni una ricerca particolare dei suoni, delle sonorità, una grande attenzione per i particolari
Sì, “purtroppo”… Quello è molto merito dei produttori, però è una cosa che a me piace; quando lo vedo fare dico “sì, sì”, mi piace molto. Io più che altro dedico una grande attenzione al lavoro testo-musica; siccome è importante la parola, ma è importante anche il suono, è importante anche la metrica… Sono importanti tantissime cose, ci metto un sacco di tempo… A volte ho delle difficoltà a nascondermi agli occhi del mio giudice superiore, che poi sono sempre io.

Noti una evoluzione nell’arco dei tuoi tre album? Non tanto nella musica, ma più che altro in te stessa
Mah, per quello che voglio fare io come musicista, e cioè trovare una via per scrivere canzoni ed anche per raccontare delle cose in maniera sempre più diretta sì. Perché il primo album sostanzialmente per me è una raccolta di poesie in musica, per cui secondo me, a parte qualche caso, non ci sono delle canzoni. All’epoca mi piaceva l’idea di fare quella cosa. Però quello che voglio fare è trovare un modo di arrivare alla gente che sia sempre più diretto, pur usando i miei canoni. Quindi per me l’ultimo disco è una evoluzione, qualcosa che si aggiunge in positivo a ciò che ho fatto prima.

Magari farai dischi come Battiato (Risate)
Beh, Battiato credo sia uno dei pochi artisti italiani che abbia avuto il coraggio di osare nello sperimentare, nel navigare in diversi stili musicali. Quello che mi piace meno dei cantautori e degli artisti italiani è questo fossilizzarsi, che poi può essere dovuto anche ad una richiesta della casa discografica, come si diceva prima… “Tu devi fare quella cosa perché la gente ti conosce per quella cosa”. Mentre all’estero c’è molta apertura, libertà. Mi viene in mente David Bowie: lui è attualissimo, perché si circonda di musicisti giovani che fanno ricerca. In Italia manca questa cosa.

Ultima domanda: come ti vedi tra dieci anni?
Mah, io spero tra dieci anni almeno di avere un bambino, anche se sarà una cosa molto impegnativa. Spero di essere cresciuta a livello mentale, di avere imparato tante cose nuove, e magari di avere una buona preparazione tecnica canora. Perché mi piacerebbe insegnare canto quando avrò sessant’anni… (Risate) Quando farò il mio disco migliore sarò anche una buona insegnante… Non potrò certo girare fino a sessant’anni, fare concerti, fare dischi…Tra dieci anni spero di avere fatto almeno altri quattro dischi, sto già cominciando a scrivere delle cose nuove.

Spero di vivere in un mondo migliore di questo…
Che si sia riusciti a trovare un modo per uscire da questo vortice.

Alle 21:30 il concerto, in un clima fortemente intimo, ci immerge nella musica di Cristina: la sua voce diventa uno strumento musicale, lancinante e toccante come pochi.

Un grande ringraziamento va alla Mescal, a Giulia ed Saverio per l’eccezionale disponibilità dimostrata. E naturalmente a Cristina. Grazie.