Mattia Donna – Sul Fianco Della Strada

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Probabilmente James Hetfield & co. volevavo essere i Motorhead, e invece hanno inventato i Metallica, gli Interpol avrebbero voluto essere gli Strokes, ma gli sono usciti i Joy Division, e probabilmente , Mattia Donna – forse dico – voleva essere De Andrè, ed ha fatto Mattia Donna. E allora? Troppe parole sono state spese a proposito o a sproposito a ricercare somiglianze e reminiscenze, quasi che la madeleinette proustiana sia un’idea nuova, così il giovane De Gregori, De Andrè, Massimo Bubola, Claudio Lolli e così via. Chi è Mattia Donna? Andatevelo a leggere su altri siti, ne sono state scritte di cose. Invece, ad ascoltare questo disco, le cose da dire sono due: una su tutte, la profondità dei testi. Vi piace la leggera autoironia engagée di Bersani oppure il sardonico di Silvestri? beh qui non ci stanno storie, qui c’è di più. E non parliamo di velleità poetiche, qui si parla di vere e proprie profondità abissali rispetto alla barriera corallina dei succitati e pur bravi e leggeri cantautori. Qui c’è il mare di Dalla, e che, tra l’altro, si riscatta. E meno male.
E se la leggerezza c’è, non viene certo dalla penna o dal timbro di Mattia, bensì dai suoi blasonati ospiti, tutti protesi nell’incredibile e professionale impresa di rendere radiofonici pezzi che non lo vogliono essere. Ma forse è qui la loro rivoluzione, o no? E in effetti a chiederselo, forse potrebbe davvero avere un senso.
E in effetti uno dei pregi di questo disco è proprio quello di parlare quel tono medio, essere altamente letterario, sì, ma sempre sulla strada, sempre apprezzabile da qualunque e chiunque, senza mai chiudere la porta al popolare (impresa questa in Italia più che mai ardua e che è riuscita soltanto ai migliori, sì a De Andrè, sì a Vasco, e a pochi altri). E poi un’altra cosa che ti viene da pensare è che da anni siamo vittime della retorica strapaesana di band modenesi o dei loro derivati più o meno affermati, come Bandabardò ecc. E allora ben venga la chiarezza di uno che si prende sul serio, ben venga il coraggio di mettersi a nudo. Avevo parlato di due punti, il secondo, dicevo, riguarda gli arrangiamenti, che, laddove dalle parti più blasonate si sforzano di essere radiofonici e poppeggianti, nelle zone meno blasonate ma più emotive sfoderano ad una ad una perle strumentali di rara bellezza, piccoli appunti tex-mex rubati ai Calexico, piccole code radioheadiane suonate su un mandolino, accenni di qualcosa che è, ma da altre parti, e che un Vince Tempera o un Ellade Bandini nemmeno sospettano o nemmeno vogliono sapere. Un gran disco, da avere e da ascoltare, che sa promettere e sperare bene. E dov’è il rock, si chiederanno alcuni: beh, il rock sta dopo, sta nella possibilità di costruire dell’oltre e del rumore oltre quello che c’è qui. E quello che c’è qui fa ben sperare per costruire delle fondamenta solide e credibili per quanto sarà della musica del nostro amato bel paese. Provatelo.