Intervista a Juan Mordecai: What Have We Done…

  • Aspettarli è stato sfibrante. Ritrovarli è stato un piacere. Ascoltarli un onore. Intervistarli di più… Ma ciò nonostante non ci siamo fatti mancare un pizzico di ironia e di insolenza per rivivere insieme all’altrettanto insolente David Moretti il passato dei Karma, il presente dei Juan Mordecai e il futuro…. chissà… magari ancora dei Karma. Nell’attesa che il fato si metta di nuovo al lavoro, il presente non può che allettarci. Buona lettura…

    Rocklab: Dieci anni sono tanti e considerando le 22.000 copie vendute con ‘Karma’ e ‘Astronotus’ e la folta schiera di appassionati alla vostra musica, che avete combinato in tutti questi anni? Cosa è successo ai Karma? Perché c’avete messo tanto? (leggasi con un’impostazione un tantino incazzata).

  • David: Le cose a volte vanno come devono andare. Non sono certo le copie vendute a rendere longevo un progetto musicale. Dopo ‘Astronotus’ decidemmo di prenderci un momento di pausa, volendo arrivare al terzo lavoro con un suono innovativo e tornare alla “canzone” dopo un album basato quasi esclusivamente sull’improvvisazione. Pausa voluta che ci diede la possibilità di dedicarci singolarmente ad altro. Così Andrea iniziò a collaborare con gli Afterhours, restandoci per quasi dieci anni, io mi spostai a Roma per un progetto solista di Vittorio Nocenzi del Banco del Mutuo Soccorso, ma dopo poco ritornai a fare l’art director in preda al sacro fuoco creativo, mentre Pacho diventato papà si unì a Morgan nella sua avventura solista. Due anni fa decidemmo di chiudere la pausa. Amen
  • R: Ora (solo dopo aver fornito una valida risposta alle precedenti) potete illustrare ai lettori di questo sito il progetto Juan Mordecai e la sua genesi (scelta del nome inclusa).
  • D: Confrontando il materiale composto in questi anni con quello di Andrea ci siamo accorti di come alcuni pezzi si sposassero in modo quasi perfetto, come se in realtà ci fosse stata una sola anima creativa dietro quelle canzoni. E cosa ancor più singolare è che fossero brani “classici” stilisticamente rivolti più al passato che al presente. Due in uno… dove però quell’uno sembrava fare di testa propria… Ci siamo quindi divertiti a creare una personalità legata a questo suono, un’anima in contraddizione, irascibile e tormentata. Una forza passionale, che si mantenesse costantemente in equilibrio precario. Siamo partiti con l’idea di non dimenticare questi brani, arrivando a suonare da soli praticamente tutto, componendo, arrangiando e producendo quello che ci sembrava più in sintonia con questo suono. Poi si sono aggiunti i Karma, quasi casualmente, e altri musicisti “in esilio”… Per quanto riguarda la radice di JM tutto parte dall’unione di due nomi a me molto cari, solo successivamente abbiamo scoperto come in realtà corrispondesse a vite realmente vissute. Più si cerca (o si vuole cercare) è più si trova… Così oscillando tra fato e volontà divina da una parte e complesso incastro in stile Lost dall’altra, ci siamo convinti che fosse la scelta giusta. Potrei però dirti anche Don Juan di Castaneda o il sublime Mordecai Richler della versione di Barney, ma non vorrei infoltire la schiera dei citazionisti ispirati…
  • R: Il termine psych venne accostato ai due dischi firmati Karma da tutti gli addetti ai lavori, ed è evidente che anche ‘Songs Of Flesh And Blood’ sia figlio della stessa ispirazione, anche se orientato verso uno spirito più folk talvolta floydiano. Premesso che in dieci anni possa succedere di tutto, che percorso ha seguito la vostra creatività per giungere a certe soluzioni stilistiche? Ammesso che sia intervenuta, qual è stata la vostra musa?
    Inoltre, è un caso che tutti i musicisti che si ritrovano a “parlare” di psichedelia sentano il desiderio di utilizzare almeno una volta le parole “shine” e “diamond”?
  • D: La psichedelia è un linguaggio che ha molte facce, è vero che in JM si respira un’aria floydiana e non solo per i «diamond» e gli «shine» (presenti in Rose). I Karma di rimando forse giocavano più con soluzioni sonore vicine agli Ozric, piuttosto che con sonorità monolitiche tipiche dei primi Kyuss. Il folk, molto presente in questo disco, invece viene prevalentemente dalla composizione in solitaria oltre che da un’innegabile passione approfondita in questi anni. Sconvolgente per me la riscoperta di Johnny Cash grazie agli American Recordings di Rick Rubin e più in generale il ritorno di un sound che ha risvegliato in noi l’amore per Young, Drake e i grandi folk singers americani.
  • R: I Karma cantavano in italiano. Juan Mordecai solo in inglese. Come mai avete deciso di cambiare?
  • D: Sono due cose fortemente distinte. Juan Mordecai è un progetto compositivamente nato da due persone. Una colonna sonora complessa, in espansione. Respira un cambiamento profondo che comprende in più il fatto di ritrovarci entrambi felici genitori (nel mio caso ha contribuito a introdurre sonorità più calde e desertiche essendo la mia famiglia ormai per maggioranza sudamericana) e di aver maturato entrambi esperienze molto importanti e diverse. Inoltre poter utilizzare un suono molto duttile come l’inglese, sperimentare melodie a dir poco ostiche per la nostra lingua, ma anche lavorare sulla voce con toni che poco avevo utilizzato in passato è stata una grande opportunità che abbiamo accolto con entusiasmo. Sarebbe stato quindi grottesco chiamare il tutto Karma: un gruppo che ha fatto della lingua italiana e della composizione collettiva la propria bandiera. Juan Mordecai è uno sfogo liberatorio oltre che essere l’opportunità di tornare insieme a suonare dopo tanto tempo. Il live vedrà inoltre la presenza di ben 8 musicisti, sarebbe comunque molto difficile, anche solo numericamente, confondere le cose! Chiamalo semplicemente progetto parallelo.
  • R: Raccontateci delle collaborazioni presenti in questo album e dell’incontro con Xabier Iriondo. In che modo ha contribuito ad impreziosire il progetto? E volendo, chi altro avreste aggiunto alla squadra? (valgono anche nomi internazionali).
  • D: Ogni musicista ha lavorato isolato confrontandosi solo con il suono, dovendo “reagire” senza regia, senza partiture, a volte senza sentire il brano completo con melodia o voce. È sorprendente come un lavoro dilatato in decine di piccole registrazioni, contributi sparsi, lontani tra loro in spazio e tempo risulti in realtà compatto perfettamente e logicamente coerente. Xabier in questi anni ha approfondito un percorso basato sul suono, il rumore e l’effettistica, ha imparato a dialogare sia con la musica “d’istinto” che con quella colta. Esperienze preziose che volevamo assolutamente nel progetto. Nel disco Xabi intreccia melodie e noise su Demon Lover, l’ultimo brano dell’album, ma è stata un’esperienza talmente positiva e galvanizzante che lo ha portato a entrare definitivamente in line up per i futuri concerti o come direbbe lui con Juan y sus ocho discipulos. E poi è un fratello; cosa che in questa “congrega” è determinante. Altri musicisti che avremmo desiderato coinvolgere? Forse seguendo timbri che non abbiamo usato come il violino…. Warren Ellis… indubbiamente… ma sfortunatamente non è neanche un lontano parente.
  • R: Facendo riferimento alla recensione del disco presente su queste pagine mi chiedo se siete al corrente che la stampa musicale “affermata” nella stesura di libri raccolte ed enciclopedie varie si è dimenticata di menzionarvi. E ancor peggio qualcuno, nella raccolta della musica apparsa in Italia dal 94 al 2004 ha sottolineato nomi indicibili (…ma lo dico lo stesso, Le Vibrazioni) tralasciando i vostri due gioielli. Comportamento ignobile, io l’ho definito, voi? Ne siete rimasti in qualche modo turbati? O date alla stampa di settore l’importanza che merita?
  • D: Bello… gioielli… come Cornelia e i suoi Gracchi… ci piace.
    Comportamento ignobile, perché? Magari ai vari autori facevamo semplicemente cagare… Fa parte del gioco. Non ci sarebbe critica senza stroncatura. Si vede che piacevamo alle persone sbagliate… o forse a quelle giuste, visto l’affetto che stiamo ricevendo da moltissimi vecchi amici.
    Senti ma nelle enciclopedie, ci hai mai trovato Yuri Camisasca o le Croquettes?…
  • R: Chi erano i “colleghi preferiti” dei Karma? Quali invece vi facevano storcere il naso? Quali vorreste rivedere di nuovo sulle scene come avete fatto voi?
  • D: I nomi penso siano abbastanza noti Ritmo Tribale, Casino Royale, Afterhours (l’entata con loro di Andrea nel 97 non è stata casuale), La Cruz, Scisma… Ma anche Extrema, Tiromancino, Almamegretta, Marlene Kuntz…
    Chi rivorrei rivedere?
    Dopo Juan Mordecai, i Karma, ça va sans dire.
  • R: Se in quegli anni aveste potuto scegliere un gruppo straniero altisonante a cui aprire i concerti quale nome avreste fatto? E quale scegliereste oggi?
  • D: Allora certamente suonare a un Lollapalooza scegli tu l’edizione. Oggi preferiremmo, in mancanza di una scena così “consapevole”, artisti più indie e la lista sarebbe interminabile (dai Mastodon, ai Dead Meadow, da Fink, ai Dirty Three o i Low…) e forse il festival giusto oggi sarebbe l’ATP di Londra.
  • R: A seguito della pubblicazione della recensione di ‘Astronotus’ questo sito ha ricevuto moltissime mail di lettori che chiedevano come fare per recuperare i vostri precedenti lavori. Avete mai pensato di rimettere in stampa ‘Karma’ e ‘Astronotus’? Possiamo lasciare una speranza?
  • D: Lo faremo sicuramente…
  • R: Che impressione avete della musica italiana? C’è qualcuno che mettereste al rogo?
  • D: Non sarei così critico, quando vedo le mega produzioni ammiro il grado di professionalità che riescono ad ottenere in ogni sfumatura. Diversa cosa è la musica underground che per sua stessa natura dovrebbe aspirare a un territorio separato, diverso, evitando sterili sovrapposizioni. E poi in regime di difficoltà generalmente si dà sempre il meglio di sé. Fortunatamente esistono anche altri canali di promozione. Non è un caso che dalla rete sia partita la promozione di questo progetto. A questo punto una capatina sul nostro maispeis è d’obbligo!
  • R: Ora David. Piccolo spazio gossip becero per mogli insoddisfatte. E’ vero che ti sei sposato e per un periodo hai vissuto in India? (Ovviamente se ciò fosse vero ti pregherei di aggiungere qualche considerazione sulla realtà musicale che hai incontrato in quei posti, altrimenti la macchia indelebile che mi porto dietro da anni per aver intervistato i Negramaro, con questa domanda, acquisirà maggiore consistenza).
  • D: Il rapporto con l’India è stato sconvolgente, intimo e costante per molti anni. Non è un segreto che abbia influenzato profondamente il suono e lo spirito dei Karma, rendendolo personale e unico. Avevamo cercato anche di coinvolgere musicisti che arricchissero con strumenti classici indiani il suono del gruppo. Un altro progetto aihmé mai realizzato fu infatti quello di spostarci a Madras per una pre produzione (…super fricchettoni!) In realtà dopo l’esperienza con i Karma l’unica cosa esotica per me è stata fare il pendolare con la Turchia, lavorando a Istanbul per circa un anno e mezzo, con spola tra Genova e Milano.
    Spazio gossip… Sono sposato con Marina da quasi 10 anni e ho tre meravigliosi figli, una chiassosa famiglia italo-colombiana. Vedi è destino che del tutto italiano non lo sia mai…
  • R: Per concludere. Avete intenzione di sparire per altri dieci anni?
  • D: Azz…
    (leggasi con un’improvvisa toccata di palle collettiva…)
  • mha!
    Vogliamo scendere dal piedistallo?
    E questi chi sono e cosa hanno fatto di così speciale da essere così incensati?
    Non è l'ora di finirla con queste interviste poco critiche e genuflesse?
    Sembrava di leggere Emilio Fede che intervista Berlusconi per il grado di acriticità…….mha!

  • Ci si genuflette con gusto in questi casi sai…
    Mi dispiace per te se non li conosci…
    ma in tutta onestà è un tuo problema…serio peraltro..
    Ora corri alla tv…che sta per iniziare il TG4..

  • Hei,frisco……ascolta l'album,rispetta i grandi artisti e,se non conosci non criticare ok???
    comunque,e un album strepitoso,ciao benedetta!!!!

  • Da sempre fan dei Karma, ora fan di JM. Bentornati ragazzi!