Crystal Castles – Crystal Castles

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Chiunque sia stato adolescente e nerd nella prima metà anni novanta almeno una volta nella vita ha pensato di comporre musica propria utilizzando quei rudimentali macchinari che all’epoca venivano chiamati “personal computer” (che però in realtà non erano nulla di più che delle mere console utilizzate principalmente per giocare con videogiochi caratterizzati da grafica legnosa e suoni in bassa fedeltà) ma in pochi hanno però avuto il coraggio (ed il cattivo gusto) di farlo riuscendo pure a guadagnarci un bel pacco di soldi.
Così sono andate le cose fino al momento dell’avvento nel rutilante mondo della musica dei canadesi Crystal Castles. Un ragazzo ed una ragazza che dal nulla hanno estratto dal cilindro la cosa più scontata del mondo ed ora ci campano, ma lo fanno con gran faccia tosta, facendotelo quasi pesare con arroganza. In sostanza, questi due loschi figuri in (presunta) botta di keta esaudiscono il sogno più nascosto di ogni nerd dei bei tempi che furono ed oltretutto lo fanno molto bene. Ed è questo ciò che conta veramente.
Il loro omonimo disco d’esordio, ad esempio, suona più o meno come se nel 1996 degli ipotetici Daft Punk meno daft e più punk al momento di iniziare a comporre i brani del loro capolavoro Homework si fossero rinchiusi in sala giochi invece di rimanere comodamente in salotto, oppure suona come il sottoscritto che ancora adolescente se ne va in discoteca la domenica pomeriggio a giocare col computer e a navigare nell’allora nuovo mondo del web invece di svolgere tutte le attività annesse e connesse alla tappa domenicale in disco. E quindi sintetizzatori ad 8 bit Atari opportunamente truccati, oscillatori assortiti, cantato distorto, alienazione e frenesia. Qualcosa che sulla carta è potenzialmente agghiacciante ma che alla fine si rivela molto fresco ed efficace.
Ed oltretutto il bello è che da tutto questo caos ne esce un disco assolutamente coerente, in cui ogni tassello sta dove deve stare perché il suo posto naturale è proprio quello. Deliranti dichiarazioni d’intenti (Untrust Us), il punk rock suonato nell’autoradio di una navicella spaziale di un film di serie z (Alice Practice), Giorgio Moroder bloccato alla frontiera con un carico sospetto nel baule dell’auto (1991), i Boards Of Canada in jam con Mario Bros (Magic Spells) e con gli O.M.D. (Black Panther), ciò che dovrebbero iniziare a suonare i Kills per riuscire piacermi molto (Love and Caring) e così via. E così sia.
Un disco che è già diventato un piccolo classico, un disco che suona diverso dal resto. La critica musicale cerca in tutti i modi di farli rientrare nel calderone New Rave, ma loro sono oltre e per il resto della truppa non sarà tanto facile raggiungerli. I Crystal Castles non sono (solo) carne da dare in pasto ad NME, sono qualcosa di vivo e pulsante.