Wacken Open Air Festival 2008

Occorre una certa sistematicità per ‘recensire’ un festival di questa portata, quando gli ‘eventi’ si distribuiscono su cinque palchi in un’area immensa nelle campagne amburghesi, tra 65.000 metallari ridotti malissimo e distese di tende, camper, camion, vecchi autobus modificati, veri e propri accampamenti da giovane marmotta metal al limite dell’immaginabile che animano per tre giorni (e notti) l’intera area con un incessante e libatorio/liberatorio, ciclico attuarsi di tre semplici movimenti: bere, ruttare, ascoltare metal. Ciò che il Wacken ti fa capire, prima di tutto, da quando scendi dalla macchina e ti metti in piedi in mezzo alle colline intorno all’area concerto, è che il metal è tutto tranne che morto.
Comincerei lo sproloquio opinionista con un breve riassunto delle ‘condizioni generali’ dell’occasione, per poi passare allo specifico, con molta sintesi. Intanto il biglietto: sold out mesi prima, e a passare in rassegna appena metà del billing, che con 90 gruppi non raggiunge per pochissimo quello dell’anno precedente, 99€ sembrano davvero pochi per 3 giorni di concerti serratissimi, campeggio – e gadgets – inclusi; fa comunque sorridere ricordarsi che solo cinque anni fa tutto costava la metà – ma non è solo inflazione quanto espansione dell’area dedicata al campeggio e una sensibile crescita di tutte le aree dedicate. Ormai sembra di esser in un vero e proprio parco divertimenti. Riguardo le condizioni atmosferiche c’è poco da fare, si sa, e dopo il primo giorno soleggiato una simpatica perturbazione ha trasformato, con rovesci sparsi, l’intero spiazzo tra i palchi in una distesa di fango scuro e scivoloso, fornendo ai più scatenati un buon pretesto per rotolarsi senza pudore nella melma, e rendendo tutti i circle pit del secondo e terzo giorno delle spettacolari corse per la sopravvivenza: benedetto sia il k-way omaggio. L’organizzazione è al solito ineccepibile, l’accoglienza immediata e puntuale, la security presente e disponibile nell’intera area, i bagni raddoppiati, assieme al biglietto, rispetto all’edizione 2003, l’acqua gratis nei bidoni quasi sempre disponibile, l’unico aumento di prezzo poco gradito risulta alla fine essere quello della birra. Forse ammantato dall’alone mitologico della paradisiaca cruccolandia della mia adolescenza, il ricordo che avevo di bevute drammatiche a 1€ per mezzo litro di birra mi ha fatto lievemente infastidire nel dover pagare una birra media solo un euro e spicci meno che in qualsiasi pub italiano. Ma in fondo il numero di birre risulta alla fine decrescere in maniera inversamente proporzionale il numero di gruppi che si riescono a seguire, meglio moderare. Menzione speciale alla carne, tra spiedini, wurstel e braciole, onnipresente in svariati chioschetti, vera attrazione culinaria del posto: salsicce, birra&Grave alle 11.30 di mattina sono stati il punto forse più situazionista dell’intera vacanza. Passiamo, da qui, alla musica, in rigoroso ordine cronologico.

Giovedì

Nashville Pussy: Solidissimi e ovviamente noiosi, ma rispetto. Insegnano come arrampicarsi sui montanti del palco.

Metal Battle China: i Voodoo Kungfu si rendono amabili con la loro innocenza nel presentare un semplice e diretto metal cadenzato pieno di folk cinese, costumi sgargianti e un misto di esaltata attitudine di chi ancora non riesce a credere di essere finito a suonare nel più famoso festival metal d’Europa. Zhao Feng icona rock del giorno.

Airbourne: divertentissimi ma solo per massimo cinque pezzi. L’Australia hard rock codifica l’arrampicamento sui montanti del palco come status symbol.

Negură Bunget: evocano paesaggi caldi e umidi come l’Headbangers Ballroom che li ospita, miglior prestazione black metal tra primitivismi folk e grandi atmosfere. Legnosi.

Avenged Sevenfold: look terrificante per una roba emo-pop d’accatto che fa rimpiangere gli acerbi tentativi metalcore dei primi dischi. Surreali quasi quanto l’ora di palco concessagli.

Alestorm: Scelta sbagliatissima mettere un gruppo ballerino e birraiolo capace di richiamare metà pubblico del Wacken nell’Headbanger’s Ballroom. Scene di delirio, aria satura di sudore e serio rischio di calpestamento.

Iron Maiden: da qualche parte indietro nel tempo, tra Powerslave e ciò che chiunque vorrebbe ascoltare dagli Iron Maiden, oggi. Si capisce il motivo del sold out quando l’intera area concerti si riempie. All’inizio Aces High arriva smoscia, poi si migliora. Bruce regge sempre meno, ma “aò, ‘i airo’ meide!”

Venerdì

Grave: perfetti appena svegliati, Ola Lindgren è un demone, death metal d’annata sempre presentissimo.

Primordial: suoni diretti e puliti ad accompagnare con pathos il solito ottimo Alan Nemtheanga, si rimane dalle parti degli ultimi due dischi e si gode tantissimo, tra pochi intimi in religiosa partecipazione.

Cynic: tra i motivi ‘seri’ della mia presenza, la reunion dei Cynic spaventa per coesione e celestiale trascendenza. Masvidal probabilmente s’è fatto una vacanza nel Nirvana ed è tornato giusto per presentare qualche pezzo nuovo. Sentire qualcuno suonare di nuovo ‘Focus’, dopo 15 anni, è significativo.

Ensiferum: i tedeschi ci vanno matti, un tipo accanto a me mi rivela che la tastierista sarebbe la donna più bella del metal. Tranne i pezzi del primo disco omonimo poco si salva, nonostante i suoni potenti e l’ottima performance. E lei è brutta.

The Rotted: ovvero, i Gorerotted post-restyling. Non avevo ascoltato il nuovo disco appena uscito e facevo male, ché dal vivo pare essere una miniera di pezzoni grind’n’roll caciaroni e gratuiti. Maranza-metal.

Soilwork: sbagliano scaletta, si conferma il loro passato grandioso e il presente sciapo. Speed non stupisce, Wichers manca. Exile dal vivo è una palla al piede di singolo.

Sonata Arctica: Toni Kakko ridotto malissimo si rende ridicolo con mossette forzate e smorfie da mongoloide. C’è chi dice “è un personaggio”. Forse è tardi per attaccarsi ancora al primo disco…

Opeth: continuano a non convincermi, il passaggio da “band” a “Mikael Åkerfeldt + altra gente” ha conseguenze anche nella performance live. Vero pure che su palchi di festival non hanno mai stupito.

Children of Bodom: grande scenografia, pochi pezzi dal nuovo orrido disco, Alexi non è stupido. Forse solo leggermente fatto e ubriaco, ma lo show regge finché non ci si stanca del solito show dei CoB.

Corvus Corax: visti di sfuggita ma grandi: scenici e maestosi. Del resto tra loro e il coro di supporto erano forse in quaranta sul palco.

The Haunted: sfacciati e devastanti, si confermano vivissimi e trasudanti thrashcore made in U.S.A. da tutti i pori. Peccato per l’ultimo disco che non morde come al solito e per Dolving che dovrebbe evitare certi siparietti penosi.

Avantasia: Sammett mette su un carrozzone power metal da grande occasione, per mezz’ora il microfono di Jørn Lande non funziona, fischi e insulti da un pubblico disilluso dalla situazione surreale – siamo pur sempre al gruppo “di grido” della serata. Intanto i pezzi simpatici sono finiti e quando si comincia a scadere nel melenso sono già a dormire in tenda.

Sabato

3 Inches of Blood: non è un mistero che da qualche anno stiano spiegando al mondo cosa è (stato) l’heavy metal ’80-’90. Dal vivo si confermano gente di sostanza, con la panza, le toppe e le barbe d’ordinanza. Horns up. Peccato manchi Hooper.

Obituary: il solito. Forse vorremmo qualcosa di più.

Evocation: scenicamente ci si aspettava qualcosa di più, ma sono giovini – per modo di dire – e il loro costante omaggio ai Dismember fila via che è un piacere. Certo, il chitarrista che si esalta con mosse scoordinate per un assolo di tre note non è esattamente il massimo, ma ci si passa sopra.

Before the Dawn: rielaborano con solidità tipicamente finnica il death melodic(issim)o fine anni ’90. Vogliono bene ai Dark Tranquillity quanto alla tradizione easy listening “coretto facile” post-2000. Ancora più diretti che su disco, godibili e troppo ignorati. Tuomas Saukkonen meccanico dell’anno.

Carcass: Una delle tre reunion decisive. Jeff Walker mai così Lemmy, suoni secchissimi e tirati a lucido per una setlist clamorosa, dal death’n’roll al grind antico, tra entrate della Gossow e frecciatine agli Arch Enemy. Voler bene.

Killswitch Engage: cominciano male, risultano molto più prolissi e zuccherosi che su disco, poi forse se ne rendono conto e premono un po’ sull’acceleratore. Bei siparietti e orrenda cover di Holy Diver. Potevano far meglio.

At the Gates: Lacrime (e pioggia, e fango). Ovviamente ed indubbiamente avrei pagato 99€ solo per loro. Tompa che urla di continuo “thanks for remembering”, quello ‘Slaughter of the Soul’ che viene riproposto per intero, il pubblico in delirio, tutti a cantare tutti i pezzi pogando come forsennati dopo ormai tre giorni di concerto sanciscono il valore di un gruppo che ha significato tutto per gli ultimi dieci anni di metal. E per l’umiltà di ringraziare noi di essere lì a ricordarglielo.

Dream of an Opium Eater: post-metal asfissiante e reiterato atto a colonna sonora dei bei video proiettati dietro il palco. C’è di mezzo un tipo degli Enslaved. Bell’impatto, da valutare con attenzione.

Watain: candelabri, croci rovesciate e stendardi in sovrabbondanza a delimitare lo spazio rituale per il black metal mai così Dissection di questi allegri svedesi. E’ un piacere ascoltare i pezzi di ‘Sworn to the Dark’ senza il filtro della produzione troppo pulita.

E dopo la partenza in notturna per evitare il deflusso della mattina successiva, il controllo antidroga ad un blocco stradale a 10km dal campeggio e 18 ore di macchina, i Boards of Canada non sono mai stati così belli.

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