Slipknot – All Hope Is Gone

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Ho un problema fondamentale: capire se questo disco mi piace o no. Un motivo su tutti me lo fa piacere strepitosamente: la produzione. Il signor Dave Fortman, invece di fare l’invadente come il prezzemolino Rick Rubin, insegue gli Slipknot nella loro evoluzione, andando dietro alla loro scelta di rinforzare la componente thrash e old school, e dona al lavoro un retrogusto in un certo senso “novantiano” che mi fa impazzire. Le chitarre hanno pasta e sono calde, il suono ha una notevole profondità, ed è un piacere da ascoltare.
Ho riascoltato però di recente il primo seminale lavoro della band, l’omonimo Slipknot, e mi sono convinto di due cose: che era un capolavoro di furia distruttrice, di follia e violenza, esattamente il corrispondente necessario per i nostri tempi nichilisti, white trash e fracassoni di quello che dovevano essere gli Uriah Heep o i Maiden per qualche generazione fa di ascoltatori: pericolosi, minacciosi, la rappresentazione parossistica di quanto ognuno di noi abbia dentro di marcio, di perverso, di sbagliato. Il disco di una band che avrebbe fatto storia.
La seconda cosa di cui mi sono convinto è che quando abbiamo di fronte un’espressività così intensa e personale abbiamo di fronte l’essenza della musica, e non serve in alcun modo eccessiva pulizia tecnica, un concetto dietro al disco o altri orpelli.
Poi venne Iowa, lavoro più ambizioso nella sua visionarietà talmente marcia da colorarsi di acido, di psichedelia, un killer uscito da un film di Rob Zombie con la febbre a 40° e l’insolazione.
E qui finiscono i capolavori. Ahimè, la fama fa male a tutti. ‘Vol. 3: (The Subliminal Verses)’ voleva mostrare un’evoluzione senza riuscire a farla propria del tutto, risultando un disco scomposto, variegato negli approcci quanto prescindibile nel suo contenuto generale. A Parte una ballata che adoro, Vermillion pt. 2, talmente bella e intensa da farti venire voglia del disco acustico degli Slipknot.
Ed eccoci al quarto disco. Cosa vi spinge a comprare un disco degli Slipknot? La furia malsana e perversa che vi si respira, la liberazione degli istinti, il proiettarsi per 50 minuti nei recessi più oscuri della natura umana e farne una catarsi. Che poi è il senso della musica estrema nella sua interezza. Cosa manca in questo disco: proprio questo. E sebbene sia un disco di ottimo metal non si distingue a mio parere dalla massa degli altri prodotti. Ci sono brani ben scritti, ben suonati e senza sbavature, e addirittura qualche solo. Voci pulite stile Stone Sour a profusione nei ritornelli – che ricercano il catchy a tutti i costi (Psychosocial) – o addirittura brani interi di clean vocals (Dead Memories). E anche laddove Corey usa il growl e lo scream dall’inzio alla fine (Vendetta, Gematria, ecc.) non comunica più la disperazione e la rabbia cieca e ossessionata degli esordi, ma solo una grande e acquisita perizia tecnica. La rivista Rolling Stone si spertica in lodi, e ci trova anche motivazioni sociali, la desolazione di Des Moines, la lunga linea grigia che attraversa l’America unendo l’Aberdeen della “famiglia” Cobain alla West Virginia dei McCandless: una linea fatta di conformismo, disperazione, frustrazione. Ok, tutto bello e vero, ma perché allora quando gli Slipknot erano davvero dirompenti venivano trattati come buffoni con la maschera? Bisogna arrivare alla fine del disco per sentire un po’ di verità, ma è solo qualche fuoco di paglia: This Cold Black che è ferocissima, Wherein Lies Continue, disperata e in growl con un chorus melodico a dire il vero piuttosto spiazzante, la ballatona Snuff che prova a bissare la bellezza di Vermillion senza riuscirci, e la finale title-track fuori controllo, urlata e devastante, ma non sostenuta da grande scrittura. Un disco che in defintiva esprime un unico semplicissimo concetto: siamo diventati grandi e vogliamo piacere a tutti. That’s all, folks.