Giovanni Lindo Ferretti: Lontani per chilometri, lontani per stagioni

Il live di venerdì al Folkclub si è tenuto in piedi in funzione del passato. Anzi, di due passati. Quello prossimo che attraverso i percorsi di Cccp e CSI ha raccattato una truppa di ammiratori cresciutelli verso un locale decisamente estraneo dai canonici circoli “alternativi”; e poi il passato remoto, le terre natìe e gli anni d’infanzia in cui il reduce Ferretti è tornato a rifugiarsi dopo le lunghe scorribande musicali di cui sopra, e che ora costituiscono la materia prima del suo spettacolo “Bella Gente d’Appennino”. Quando un artista e il suo pubblico arrivano nello stesso luogo seguendo due percorsi paralleli, è difficile sperare in una riunione affiatata e calorosa. Alla meglio si potrà evitare lo scontro diretto, confidando nelle tolleranze reciproche, ma è raro che questo timore reverenziale colmi delle distanze o aiuti a creare delle confidenze.

Da parte sua lo stesso Ferretti fa ben poco per venire incontro ai suoi fedeli. Un atto unico da più di un’ora e venti, nessun applauso, nessuna chiacchiera informale, nessun bis e sopra il palco soltanto la sua voce e un violino (quello dell’ex Ustmamò Ezio Bonicelli). Eppure, malgrado l’allestimento spartano, in alcuni passaggi lo spettacolo è suggestivo mentre in altri semplicemente bellissimo: in pochi attimi ti dimentichi degli aspetti noiosi che solitamente si accompagnano alla frustra pratica del reading, e la sua voce di baritono riesce ad incollarti ad ogni singola sillaba. Digerisci con una facilità che non avresti mai detto pagine e pagine di una letteratura quantomai ostica, segui una per una le parole nel loro rimbalzare, lo spostamento inaspettato degli accenti che trasforma il parlare in un declamare, il declamare in un salmodiare (non troppo) laico e il salmodiare in un canto vero e proprio. Ripercorrendo i propri memoriali la voce ferrettiana fa riaffiorare brandelli musicali dalle storie di CSI e di Cccp, ma senza scadere mai nessun tipo di autocompiacimento: le melodie di “Del Mondo” e “Madre” si sciolgono nel flusso unico delle letture e quasi regolarmente sfociano in un canto popolare o si perdono nel latinorum delle innodie sacre. Seguire attentamente tutte le evoluzioni è un’esperienza affascinante ma di un fascino arcaico, tanto tradizionale (e tradizionalista) nell’estetica e nei contenuti da non poter lasciare dubbi riguardo alla buona fede della sue conversione filo-conservatrice: un protagonista della scena pop rock che si “riduce” ad intonare ottavine maremmane di fronte a un centinaio di persone deve aver passato qualcosa di serio.

A sua discolpa si può sempre ricordare che ci sta avvertendo sin dal primo giro di boa: “occupano spazi ottusi gli idoli / clonano miliziani dai ritmi cadenzati”. Oppure “non fare di me un idolo mi brucerò / se divento un megafono m’incepperò”. Sono versi che risalgono all’esordio del Consorzio e avrebbero dovuto fare da monito per tutti gli aspiranti apostoli: ma allora il fascino del personaggio di Padre Ferretti Eremita poté più di ogni dirottamento e riuscì a trascinarsi dietro il suo popolo per ancora un decennio buono. Questa invece è la prima volta in cui, oltre ad incutere rispetto, la sua aurea ieratica “allontana”, tenendo chi la ammira ad una timorosa distanza.

  • Condivido sopratutto il finale ..tenendo chi lo ammira ad una timorosa distanza. Chissà cosa avrà elaborato nel nuovo uscente lavoro con i PGGGR.Certo non prevedendo concerti ribadisce il concetto della distanza…

  • Io abito in un paese dell'Appennino (quello Tosco-Emiliano) e l'Appennino sa essere ostico ma anche avvolgente. Mentre scrivo c'è la nebbia, oggi nebbia e pioggia hanno avvolto tutto. Non è che ti respinga ma ti chiede rispetto e toni bassi. Gli sguardi della gente, quassù, sono davvero belli, profondi. Recentemente ho finito di leggere il libro di Ferretti "Reduce" li ci sono molte delle cose che conosco, nelle sue canzoni ci sono cose a me note. Non credo che Ferretti produca distanza, penso invece che richieda raccoglimento e attenzione, ed in tempi in cui è molto facile provare "un'irata sensazione di peggioramento", secondo me non è cosa da ignorare…

  • …si,certo tutto bello e giusto…Giovanni sta facendo probabilmente il suo percorso umano e probabilmente lo fa al rovescio…cioe,prima il comunismo ed ora il cattolicesimo,quando era piu facile e consono fare il contrario.Certo vedere un ex estremista di sinistra,intelligente,colto,votare per quel testa di cazzo di Berlusconi…questo mi fa girar le palle assai!!!…e non lo capisco…!!!Si riduce ad un Liguori qualsiasi…ad un Ferrara qualsiasi…insomma non ne esce un gran bene,diciamocela tutta!!! Potremmo anche chiamarlo traditore o puttana! Io credo Lui capirebbe…Credo voglia divenir Santo,la faccia da eremita,da profeta,gia ce lha.Io lo ascoltero ancora…voglio capire meglio…ma certo non mi esalta piu.Probabilmente abbiamo in gioventu sbagliato persona…oppure lui non era quello che ci aspettavamo…o ci ha fatto credere,magari non volendolo,di essere quello che non e…bene,grazie tante ed arrivederci.

  • E' tutto nell'essenzialità del gesto che si fa parola, il senso dello scrivere fra prosa e poesia.Il valore netto dell' avversione ad ogni forma di sincretismo religioso, la propositività di un ritorno alle origini, fisiche e spirituali, di una patria che è filo-ontogenetica.Il coraggio della semplicità di un uomo che sgrana il rosario, come mantra, atemporale bellezza, nella cura filiale, nell'amore di chi, schiacciato a terra, solleva gli occhi al cielo.Fuori la gnosi, la cultura sapienziale, il taglio esoterico, imposti dalla superficie della new age,l'azione e l'idea seguono rituali scarnificati, nudi, millenari . Il pensiero pensa il sacro nella camicia amniotica.Ho letto "Bella gente d'Appennino" e la chiosa ad un suo concerto dell'anno scorso mi è sgorgata, come un principio nato dalla fine.L'ingenuità politica sembra in agguato, ma la dimensione spirituale del "cavallante" ha salde radici culturali nel suo terreno esperenziale.L'hic et nunc dell'essere Ferretti mentre sta,soffoca a malapena l'angoscia esistenziale del dogmatismo di vario genere, colma di poco il vuoto vertiginoso stretto attorno a un cerchio nichilista.Il saper fare manuale assume lo statuto di una categoria dello spirito, riconoscendogli l'autoreferenzialità della costruzione della civiltà umana.La relazione con le cose si fa creativa, come una manipolazione d'eccezione di norme e afflati, proprio quando l'oggetto è concreto.La bellezza suona il suo essere.L'eco ci imprigiona ai suoi ritmi, parole cadenzate, diapason di vastità inenarrabili.
    Fermo sulla riva del fiume, lo vedo, Ferretti,mirare, pregare.