Democrazia #11 – Sophie Lillienne – Sensuth – The Primates

Essendo uomini, si finisce sempre per fare la figura degli stronzi quando si parla della condizione femminile. Siamo uomini, non possiamo capirlo a prescindere e mi pare giusto che sia così, nulla ho da obiettare alla mia condizione e so che, parlando del gentil sesso, anche volendo esprimere solidarietà, si rischia una buona dose di maledizioni. Eppure tutto questo parlare di igieniste dentali e di signorine che accettano cene e regali mi ha provocato l’urgenza di una riflessione, anzi diciamo di un parallelismo, fra le sere ad Arcore e la scena musicale indipendente italiana.

Inizio a credere che le indie girls siano sempre più dolce contorno che vere protagoniste della scena: fotografe, organizzatrici, ufficio stampa, redattrici, amministratrici, groupies vere e proprie e groupies che fanno pure qualcosa di succitato nella speranza di mettere le mani su qualche musicista: tutte figure pronte a servire l’artista (maschio, naturalmente), ma in pochissimi casi protagoniste sul palco. Contente loro: che gusto c’è a fare la spalla anche in questo caso, alla faccia del femminismo e del riscatto sociale?
Più che altro le ragazze cantano, ma suonare non se ne parla proprio (discorso a parte è la scuola delle cantautrici ed artiste soliste, che in comune hanno tutte il fatto di cantare principalmente: scommetto che a parte la bassista dei Verdena non sapete dire il nome di nessuna musicista donna) …boh, mi viene il sospetto che non sia considerata attività adatta ad una signorina. Bisogna studiare, bisogna esercitarsi, le unghie si spezzano, lo strumento pesa & costa: e mentre un ragazzo gode del fascino di saper suonare la chitarra, sembra che l’effetto non valga viceversa sugli uomini. Detta così è proprio una fregatura: è molto difficile riuscire a spiegare invece la soddisfazione che una ragazza potrebbe trarne.
Praticamente le strumentiste nelle band sono una figura latitante, trovare ragazze che sappiano suonare oggi nel 2011 in Italia è cosa alquanto dura, ed in aggiunta buttiamoci dentro che, da una parte – fra quelle che suonano – pochissime ahimè sono musicalmente alfabetizzate, e dall’altra soffrono di un razzismo di base per cui sono considerate pippe a prescindere, giusto per facilitare le cose alle più volenterose.

…e pure questa volta la scena è stata specchio della nazione, buon bunga bunga a tutti.

Per primo oggi metto le mani sul progetto Sophie Lillienne (no, niente donne nemmeno qui), una one-man-band con partecipazioni di riguardo: dal retro leggo il nome di Mantelli alla produzione e di Nicola Manzan agli archi (che quasi non si sentono, ma ultimamente sembra più quotato della rucola nei ristoranti, che ti rovinano apposta la tagliata argentina). Vezzo, unico componente, ci presenta Singe, singolo che dà il nome all’Ep, un brano electro che suona ad un volume altissimo (!!!), la produzione è da far sanguinare le orecchie, letteralmente. Il brano è presentato nella doppia versione inglese ed italiano: se nella prima il brano riesce a portare a casa l’effetto sperato, in quella in Italiano il testo rende tutto terribilmente sciatto, per metà colpa di strane stonature ed innaturali allungamenti delle parole, dall’altro le parole stesse speculano sul solito tema amoroso. E’ un peccato: un pezzo dai suoni così acidi avrebbe potuto parlare di alienazioni urbane e stati di coscienza alterati, ed invece ci ritroviamo un “giura che sei mia” che non aggiunge niente di più. Human Nature ha già una virata più radiofonica. XXX invece è il brano più riuscito, le atmosfere anni ’80 si coniugano bene con il brano e lo alleggeriscono, Vivienne invece è un brano eclettico, con cambi repentini di registro e performance vocale interessante ma non completa (poca convinzione nel rispettare le variazioni del pezzo stesso) ma è decisamente un brano più difficile rispetto agli altri.

La seconda band viene da Roma, sono i Sensuth e ci mandano il loro primo Ep, La morte non è niente. Il press kit allegato mostra l’ennesima band con una crisi di identità – citare assieme “ il rock, il cantautorato italiano, la cultura pop, i colori di Seattle e della new wave” non vuol dire proprio niente, ed alla prova acustica ne esce fuori solo una verità: i Sensuth sono una band di pop/rock italiano. Che non è un insulto, non vuol dire fare cattiva musica, ma ormai sembra che dichiarare di fare pop voglia dire suonare schifezze o commercialate e non è così, quindi state tranquilli e fate una bella presa di coscienza. Tornando all’ascolto, i ragazzi hanno il pregio di sfornare canzoni che funzionano e che hanno un bel sound pieno nonostante una sola chitarra, ottimo poi il lavoro di basso e batteria, che sembra abbiano un buon peso sulla riuscita del brano. La titletrack è azzeccata, è il brano migliore e mi ricorda un certo tipo di produzione musicale di moda a cavallo fra gli ’80 e i ’90: dovessi citare un nome di getto direi che lo stile nella produzione è quello dei brani rock di un Enrico Ruggeri del tempo. I testi, da una parte risultano naive, e dall’altra parecchio didascalici: di sicuro i Sensuth hanno qualcosa da dire (ed è chiaro dal volume della voce del cantante che lo vogliono fare), ma lo stile è decisamente poco poetico: solo su Dove sei ci si azzarda verso un minimo di figure retoriche.

Ultimi ad arrivare, ecco The Primates da Novara. Indie rock con un ottimo lavoro anche qui di basso e batteria, prima cosa che risalta subito all’ascolto. Queste scimmiette sanno lavorare a brani sul filo degli standard, ma in maniera molto ironica: non troverete idee innovative a livello di composizione, ma sanno di sicuro come destreggiarsi per rendere energico e fresco qualcosa che l’orecchio ha già sentito. Medieval Age è un ottimo brano di presentazione e mostra subito le potenzialità della band a livello di drumming e performance vocale: d’altro canto però The Full Control è un passo indietro rispetto ad un inizio così scoppiettante, il pezzo ha sicuramente meno mordente ed anche i tempi convulsi di batteria, un jolly per questa band, vengono meno. Andando avanti con l’ascolto è chiaro che The Primates sono una band di puro intrattenimento ad emissioni mentali zero: da ascoltare per il semplice gusto di muovere le gambe. L’ultimo brano, Alter Ego, a dispetto del resto, è in italiano ed ha il trigger sulla batteria (brutto!!!): ascoltandolo e guardando la foto del gruppo con la divisa di ordinanza – camicia e cravatta – sembra di vedere i Masoko sputati, però nel complesso il pezzo in italiano potrebbe essere una carta vincente rispetto a quelli precedenti in scaletta, un vero peccato tenerla per ultima.