Braids – Native Speaker

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18 gennaio 2011 kaninerecords.com myspace.com/braidsmusic

Plath Heart

Si può racchiudere la ionosfera in una bolla di vetro e usarla per momenti d’estasi incontrollabili?  I Canadesi Braids dicono di si, e dice di sì anche l’equilibrismo sospeso di “Native Speaker”, la versione ufficiale, ideale e volatile della loro non gravità progressiva, pop dream, il volo registrato di sette sfumature lisergiche che navigano zigzagando da e per terra/sogno, senza coincidenze di mezzo.

I titolari di questo piccolo marchio di “fabbrica aerea” made in Montreal, glissano molto bene quella puzza sotto il naso spesso sdoganata per eclettismo da club culture che invece molte altre band di settore vanno fregiandosene senza ritegno, e questo è sintomo di stoffa , ed il disco gira bene, se poi certe arie si ripetono e manco te n’accorgi, vuol dire che il tutto ha la dignità di grande album.

Taylor Smith (chitarra, basso e voce), Katie Lee (tastiere e voce), Raphaelle Standell-Preston (voce, chitarra) e Austin Tufts (batteria e voce), si fanno veramente in “quattro” per duplicarsi all’infinito in queste rarefazioni a tratti impalpabili e in altre che s’impossessano del plesso solare fino a scuoterlo di microvibrazioni sensuali; un lavoro sostanzialmente rilassato e notturno, mutante d’escalation verticali che salgono e scendono tra tripudi manipolativi elettronici e pulsazioni umane, il caldo e il freddo che fanno petting sopra tasti di pianoforte che suonano come vetri appannati “Glass Deers”, pixell vocali sezionati come diamanti grezzi inafferrabili “Lammicken”, la liturgia aliena “Little Hand” e la sciorinatezza brillante e liquida di “Same Mum”, punto eccelso d’incontro tra le tappezzerie sonore di Suuns, Teengirl, Cocorosie e Tennis, microcosmo a “parte integrante” di questa cerimonia vocale e sonora senza passaporto, come il vento.

Il timbro della Standell-Preston fa calibro e timone con la complicità di una freschezza che solo a “certe altitudini” si può afferrare e gustare, il resto è una perfetta definizione di gas music, trippy elettro ambient, dream pop che messe insieme – come in questo caso – deflagrano, circuiscono, ipnotizzano come una droga biologica, “Lemonade” docet.