And You Will Know Us By The Trail Of Dead – Tao Of The Dead

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8 febbraio 2011 Superball Trailofdead.com

Weight of the Sun

Facciamo un po’ di storia: Scaruffi, noto critico nichilista che ha creato una sorta di wikipedia online della musica tanto cara a noi scribacchini per i suoi giudizi singolari e trancianti, odia (insieme a molti altri gruppi) i Trail of Dead. Secondo Scaruffi, infatti, questi rumorosi musicisti di Austin ne hanno combinate, a livello discografico, più di Bertoldo in Francia: nel primo lavoro, in cui tentano una miscela di post-hardcore e psichedelia, sono confusi e inconcludenti; nel secondo, cimentandosi in lunghe suite strumentali, non fanno altro che rendere più evidenti i loro limiti di musicisti; nel terzo lavoro Source, Tags & Codes, il disco che li lancia nell’immaginario collettivo indipendente, mettono stancamente insieme Fugazi e Pearl Jam (!!), annoiando; nel quarto lavoro, Worlds Apart, cercano la consacrazione commerciale, si svendono alla melodia e fanno schifo; e nel quinto lavoro, decidendo di dare più spazio al songwriting e agli arrangiamenti, evidenziano le loro carenze come autori. Viene da chiedersi cosa gli abbiano fatto.

Quel che è certo è che esiste una netta cesura nella loro discografia, e questa cesura appare nel 2005, con Worlds Apart, quando il gruppo, complice il miraggio di un qualche successo commerciale, comincia a virare verso un rock più epico e formato, mantenendo tuttavia gli elementi di fondo del proprio sound, che è di matrice noise e core anni ‘90: il risultato è qualcosa che la critica ha accostato agli Smashing Pumpkins di Mellon Collie (sicuramente a causa di una terribile magniloquenza di fondo e del vocino nasale e isterico di Conrad Keely che un po’ ricorda il vecchio Corgan), ma che invece continua ad avere molto a che fare con l’irruenza arruffata dei Jawbox, di certi Motorpsycho, o di certi Pavement. Le asperità verranno progressivamente levigate nei due lavori successivi, che a questo punto ricevono gli spernacchiamenti violenti della critica più intransigente, i tentativi di difesa di rito di altri, e in generale un sonoro “embè” da parte dei più.

Ed eccoci ai giorni nostri: febbraio 2011, esce il settimo lavoro discografico della band di Austin, e il titolo è tutto un programma: Tao Of The Dead.

Considerato che il penultimo The Age Of Self era decisamente meglio dell’inutile e noioso predecessore So Divided, la traiettoria della band dovrebbe essere in ascesa, e infatti il disco si apre bene, con una bella esplosione ed un crescendo, che è quello che effettivamente vorresti sentire dai Trail. Tuttavia non c’è molto d’altro, a parte la suite finale da sedici minuti che chiude il disco, che è di pregevole fattura. Chi sperava in un ritorno al passato, si rassegni: non c’è alcuna folgorazione sulla via di Damasco, nessun ripensamento, la magniloquenza, le melodie e i barocchismi sono ancora tutti lì, e per giunta c’è pericolo di concept. Si rassegni anche chi sperava in un seguito ideale di Worlds Apart: le sfuriate sono ben poche e si ha molto spesso l’impressione di assistere ad una versione leggermente più underground dei Foo Fighters, ma senza il sano sarcasmo del gruppo di Dave Grohl. Anzi, fioccano qua e là tentativi di psichedelia che sono pura paccottiglia. E c’è un brano che si chiama Somehwere Over the Double Rainbow. Aiuto, voglio scendere.