A Hawk And A Hacksaw – Cervantine

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26 febbraio 2011 LM Duplication AHawkandHacksaw.net

Mana thelo enan andra

Quaranta minuti senza fuso orario, un’andata e ritorno attraverso due continenti con partenza Albuquerque (Nuovo Mexico), stanza a Budapest e arrivo Balcani, Grecia, fino alle porte d’Oriente nel Bosforo; ennesimo documentario del National Geographic? Tutt’altro, è il volo a radente di “Cervantine”, stupendo album degli A Hawk And A Hacksaw (Jeremy Barnes, ex Neutral Milk Hotel e Heather Trost) qui coadiuvati dai fratelli polacchi Chris e Stephanie Hladowsky, rispettivamente bouzouki e voce; e sotto il segno a fuoco delle radicalità delle tradizioni, questi suoni zingari – intesi come moto perpetuo della vita  – vengono riprodotti con una ricerca assillante, evocativa e fumante, tra ipnotismi e avvicinamenti di primo grado, il punto ideale di fusione tra culture magiche ed etnic-world arabescato.

Formidabilmente abili nel ricavare ricami, mantra, movimenti e sonagli erotici, i Nostri creano una visione immaginaria color oro che viene smaltata in otto tracce da “accampamento” come vissute dal vivo sotto una tenda, davanti ad un narghilè, di fianco a misteriosi passaggi ad Est; non è un puro esercizio di etnologia musicale alla Thievery Corporation dissolvente, ma un calarsi a piombo tra le radici popolari, rituali e scaramantiche di popoli, dove i suoni sono di carne e le melodie di sogno, otto percorsi strumentali – eccetto “Uskudar”, strepitoso caravanserai di ritmi sinuosi di una danza del ventre tradizionale Turca – dove spazio/tempo sono un inutile marchingegno della modernità.

Il duo americano è vincente nel tramutare l’ambizione in un ricco caleidoscopico di sacralità e profanazione, un talentuoso trip-travel in cui si concentrano le quadrature esorcizzanti con le rotondità ammalianti del fattore etno; ventosa la danza girevole che anticipa i risucchianti vortici Sufj “No rest for the wicked”, calzante la marcia silvestre che sorride alla vita “Mano thelo enan Andra”, le fisarmoniche ossigenate che intrecciano passioni e dilemmi “At the Vulturul Negru”, e le trombe alla Kokani Orchestra che barriscono pompose in “Cervantine”, per finire con il mettere a stendere al sole “Espanola Kolo”, le spore messicane e spagnole che hanno nutrito la duo/band.

Cervantine si accosta a quel detto fumigante che declama “un altro mondo è possibile”, dove gli indici delle due metà del globo si toccano come in una nuova “creazione laica” nella cui atmosfera le differenze si annientano prendendo un bongo o un violino per scambiarsi i propri battiti animali. Disco da pedigree.