New York Dolls @ Auditorium Flog (Firenze – 8/4/2011)

Attitudine e visual: ti aspetteresti un profluvio di pailettes svolazzanti, luci caleidoscopiche, improbabili e sgargianti scenografie kitsch, dal gruppo che ha contribuito a coniare l’etica e l’estetica del glam rock a stelle e strisce, ma l’allestimento è piuttosto spartano; una essenzialità che fa quasi a pugni con gli sfrenati edonismi del passato. Poi per fortuna entra David Johansen, e ogni considerazione preventiva evapora di fronte al carisma che riesce a sprigionare con pochi e misurati gesti o con la sua sola (emaciata eppure ingombrante) presenza sul palco. Viso ossuto e spigoloso – di quella asciuttezza rugosa e squisitamente eroinomane tipica dei dinosauri del rock sopravvissuti all’ecatombe degli anni ’80 -, lo storico cantante si presenta con un look non poco debitore dei Rolling Stones dei tempi d’oro (giubotto di pelle da teppista, camicia blu notte oscenamente sbottonata, occhiali da sole a goccia), quasi a tributare un omaggio a quella che è stata una delle influenze più vistose della sua carriera. Un po’ di delusione serpeggia tra chi si aspettava, memore dei travestitismi androgini del passato, un insano ibrido tra Mick Jagger e Solange; evidente sollievo da parte di tutti gli altri. Niente presentazioni di rito (inutili), niente moine o proclami roboanti: questione di pochi secondi (in cui strepiti e acclamazioni si sprecano) e una vigorosa “looking for a kiss” incendia la platea. Non c’è storia, i due membri della formazione originale tengono banco: oltre al già citato frontman, il chitarrista Syl Sylvain, forte della sua coppola alla Angus Young, gigioneggia e sbrodola riff anfetaminici con una sfrontatezza irruenta da rocker navigato. Gli anni ’70 sono finiti da un pezzo, ok, ma il confronto con gli sbarbatelli d’oggi non è affatto impari. Johnny Thunders, una volta tanto, lasciamolo riposare in pace.

Audio: La non proprio impeccabile acustica della Flog riesce appena a scalfire (ma non a mitigare) la dirompenza rovente dei duetti chitarristici, irrobustiti da una rinnovata attitudine punk; a risentirne è l’incisività della voce, già lievemente arrochita dall’impietoso scorrere degli anni (e ne sono certo, anche da uno stile di vita qualche chilometro sopra le righe).

Setlist: Immancabili i cavalli di battaglia del monumentale esordio: le epilessi ritmiche di “Trash”, l’irresistibile rockabilly corale di “Pills” (classico di Bo Diddley accompagnato da una frizzante armonica blues), la veemenza spavalda di “Private World”, il bis con una scalmanata e travolgente “Personality crisis” (a distanza di quasi 40 anni possiamo definirla, finalmente e a ragione, punk rock). Sorprende, ma non troppo, l’assenza pressoché totale di pezzi estrapolati dal secondo lavoro, il bistrattato già all’epoca “too much to soon”. Numerosi invece gli estratti dagli ultimi tre album, quelli della reunion senile, accolti dal pubblico un po’ tiepidamente per via della netta cesura sonora rispetto ai capisaldi del passato (poco rock, niente punk, tanti ammiccamenti al reggae e perfino al calypso). Desta perplessità, infine, la colpevole omissione di quello che forse è il capolavoro della band: Frankenstein; se non altro perché, con quel titolo, è la perfetta istantanea di ciò che sono i New York Dolls oggi: una creatura discografica data per irrimediabilmente morta che riesce a risorgere assemblando qua e là nuove elettrizzanti alchimie con frammenti logori, sebbene ancora infusi di fluido vitale, del passato. Dopo aver visto questo concerto possiamo esclamare che sì, a volte rifare il trucco ad un cadavere e ridargli vita con qualche oscuro rito voodobilly “si può fare!”

Pubblico: Da una band che è riuscita ad accomunare almeno tre generazioni di sbandati, era prevedibile un seguito così sgangherato ed eterogeneo. Se da un lato, ovviamente, abbiamo le irriducibili cariatidi rock’n’roll e qualche veterano punk uscito ammaccato ma in salute dai travagliati anni ’70 (come i new york dolls, del resto), non mancano sparuti esemplari di metallaro, un gruppetto di skinhead e una nutrita schiera di curiosi e appassionati dell’ultim’ora. L’energia e il fomento sono tali che perfino il sottoscritto – complice qualche robusta iniezione di gin e tonic – non riesce a sottrarsi al richiamo della pugna. Il pogo, sopratutto sui pezzi vecchi, imperversa a macchia d’olio, e sono numerosi gli ubriaconi temerari che si lanciano in acrobatici stage diving sotto gli sguardi omicidi della security.

Locura: Tutto sommato bassa se si considerano i trascorsi efferati della band, ma non sono mancati momenti significativi, come quando alcuni membri del pubblico – in ossequio allo “spirito goliardico” di cui sono “imbevuti” i toscani – hanno apostrofato i nostri eroi con alcune irriproducibili esclamazioni del luogo. Come non menzionare, inoltre, l’immancabile Penny Lane di turno, resasi protagonista di un’invasione di palco culminata in una serie di tentativi di palpeggiamento “ai danni” di Sylvain, il quale pareva tutto fuorchè contrariato dalla cosa. Il siparietto sarebbe stato divertente, se non fosse che il divario d’età tra groupie e chitarrista mi ha indotto a pensare, più che ad orge infuocate nel backstage, a recenti e farsesche cronache giudiziarie nostrane.

Conclusione: Non saranno più le bamboline delittuose che sconquassavano la grande mela degli anni ’70, ma i New York Dolls sono riusciti a dimostrare anche ai più scettici di non essere ancora degenerati in bolsi manichini pronti per il confino in soffitta. Pollice su.

Foto di Kiki Psyco