Other Lives – Tamer Animals

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)
30 Agosto 2011 TBD Records otherlives.com

Dark Horse

Non solo musica nei dischi degli Other Lives, anche gli odori aspri e dolciastri del loro Oklahoma, dei bisonti selvaggi e del loro essere quasi umili musicisti di provincia che riscoprono le proprie salde radici alle quali compongono “dediche d’amore” coi suoni che l’hanno da sempre rappresentate; del resto è lì che si sono fatti le ossa ed è lì che mettono a nudo la fonetica girovaga di un indie-folk che prende ossigeno vitale da più musiche.

Tamer Animals” è la seconda chiave di lettura della loro esistenza discografica senza convenzioni programmate, dove evocano eccitazioni e valori aggiunti ad un senso interpretativo innalzato alla contemplazione, undici tracce portanti  che proteggono, coccolano, disorientano e scrutano dentro come una lunga notte.

Frutto di 16 mesi di “clausura” creativa nello studiolo di Stillwater, il disco brilla di più cromatismi strumentali, quasi un’orchestrazione ariosa che va ben oltre il triage basso, batteria e chitarra, intervengono infatti “corpi estranei” come fagotti, violini, nacchere e altri ammennicoli che vanno a risaltare la bella voce del vocalist e chitarrista del quintetto Jesse Tabish, e tra genialità timida e concettualità sincera, l’ascolto è una scenografia che riempie gli orecchi di roba fine.

Tamer Animals è anche un disco che bypassa le “educate fissazioni” di Tabish per certi autori insospettabili come in “Dark house”, “Desert” qui con le pelli percussive di Joey Waronker (preso in prestito dalla band di Beck) e “Old statues” in cui – come si diceva – le armonie rarefatte di Glass e e dove l’immaginario di un Morricone la fa da padrone, ma filiformemente, quasi a non voler disturbare l’andamento totale del palinsesto di repertorio.

E’ un disco che non vuole fare trafila tra l’incastonamento forzato di stilemi consunti: esce dallo “sterrato d’ordinanza” per deragliare volontariamente ed incollarsi di colorazioni di grido mai toccate o miscelate nel precedente esordio, e per indicarne le direttrici nuovissime il ritmo s’innalza verso una piccola Canterbury progressive: “As I Lay My Head Down”, si fa placentare e irraggiungibile tra stupendi fraseggi acustici di chitarra “Dust Blow III”, esaltante “Woodwind  Loop”, marziale ed impettita “Landforms”, per poi ritornare a puzzare beatamente di bisonte selvaggio e di libertà in “For 12” , sul quale Fleet Foxes, Bon Iver e Goodspeed You! Black Emperor si scambiano segni di pace.

Tamer Animals è un lavoro certosino e meticoloso, un qualcosa di molto distante dal classico risveglio, un qualcosa di molto vicino alla speciale benedizione di un brivido culturale. Da avere incondizionatamente.