One Dimensional Man – A Better Man

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28 giugno 2011 La Tempesta International LaTempesta - ODM

This Crazy

Ok, diciamolo subito: sono finiti i tempi di You Kill Me. Va bene, era pure il 2001 e dal 2001 al 2011 di cose ne sono cambiate parecchie nel mondo dell’indipendente italiano (l’unica cosa che non è cambiata è che ci si guadagna poco o niente, ma almeno ora è un concetto sdoganato). Diciamone un’altra: gli ODM sono passati dall’essere il progetto portato in palmo di mano da tutta la scena indie italiana a essere percepiti come “il side project di quello del Teatro degli Orrori”.

In mezzo c’è il terremoto in casa Teatro, terremoto pubblico perché voluto pubblico e avvenuto pubblicamente su Facebook, con colpi bassi a destra e a manca, e proiettili verbali vaganti. Rimbalzato sui forum, ovunque (per chi non sapesse di cosa si sta parlando rimandiamo al nostro tentativo di ordinare gli eventi, apparso su Rocklab mesi fa ) col codazzo rituale di accuse dei fan rivolte a Capovilla, spiegabili soltanto col viziaccio tipicamente italiano di mitizzare qualcuno oltre ogni limite logico e poi scoprire che è un uomo come gli altri e divertirsi a distruggerlo.

Risultato: fan spaesati che si percepiscono erroneamente (o no?) come orfani di un terzo disco del Teatro, che si interrogano sul destino della loro band preferita, e che fondamentalmente non ci capiscono un granché: mi è capitato di parlare con persone deluse che credevano fermamente che gli ODM fossero la nuova band di Pierpaolo Capovilla, formatasi dalle ceneri del Teatro. Insomma è delirio. Ma è giusto così: mica tutti hanno il tempo e/o la voglia di stare sui social-network o sulle webzine a caccia di notizie e notiziette tutto il giorno.

Passiamo oltre: ho fatto questo debito cappello introduttivo perché è l’inevitabile contesto italiano in cui si inscrive l’uscita di A Better Man, quinto disco degli One Dimensional Man, e perché sembra che alcuni pareri che circolano a proposito di questo disco siano stati influenzati da questo clima.

Provando a parlare esclusivamente di musica, è ben chiaro a tutti fin dalla prima traccia che il disco che ci troviamo davanti non è in alcun modo ravvicinabile alla foga punk e noise delle precedenti produzioni della band. E’ un lavoro meno duro, più levigato, ragionato, figlio probabilmente di una maggiore disponibilità di tempo e di mezzi, ma anche di una lineup ancora rinnovata, di un numero impressionante di “partecipazioni importanti”, e della voglia di provare la strada della distribuzione internazionale.

Ovvio che il fan di lungo corso si senta deluso e spiazzato: cosa cerco quando mi avvicino ad un disco degli ODM? Immediatezza, rabbia schiumante, energia primigenia, istinto animale, ruvidità. Tutte cose che qui non si trovano, o che si trovano in misura più calcolata rispetto ai precedenti album, mentre il dato che emerge immediatamente è la complessità e la cura dei dettagli maniacale.

Facciamo alcuni esempi: a parte il trio base Capovilla-Favero-Bottigliero, La seconda traccia, Fly crea un impeto electro-noise spiazzante, avvalendosi della collaborazione ai synth del sig. Bob Cornelius Rifo del collettivo Bloody Beetroots, e come se non bastasse schiera una seconda batteria dietro alla quale siede il sig. ZU Jacopo Battaglia, a coadiuvare il già violento Luca Bottigliero. Un brano impressionante, ma anche davvero poco ODM.
Nella terza traccia A Measure of My Breath suona Justin Trosper, voce e chitarra degli Unwound.
La quinta traccia, This Hungry Beast, completa la tavolozza dei suoni ospitando al suo interno la sezione elettronica degli AucanEver Sad schiera due personaggi come Rodrigo D’Erasmo e Enrico Gabrielli a gestire rispettivamente i violini l’uno e i sassofoni, i clarinetti, gli xilofoni l’altro. Too Much invece fa del minimalismo la sua bandiera, con il solo Capovilla dietro al basso ed al microfono, registrando la session in preda ai fumi dell’alcol, come di recente ha rivelato in un’intervista realizzata per Radio2. Il risultato è una delle più vibranti e toccanti prove dell’album: una strada minimale interessante che la band segue soltanto in pochi episodi (come nella bellissima This Strange Disease) e che mi sarebbe piaciuto avesse perseguito di più nella lavorazione del disco. Un disco nel quale prevale invece complessità e magniloquenza.

Mi sembra chiaro che, tutto sommato, se questo A Better Man fosse uscito sotto un nome diverso, poniamo come il lavoro di un supergruppo dell’alternative italiano, avremmo gridato al miracolo. Ma è uscito sotto l’egida One Dimensional Man, ed è inevitabile che si porti dietro tutta una serie di aspettative da parte del pubblico italiano e di raffronti coi bei tempi che furono. E il raffronto fa pensare che in questo percorso evolutivo, in tutte queste buone intenzioni, si sia andato a perdere qualcosa dalle parti del cuore. Un cuore che troviamo in copertina, in smoking, nel suo elegante bianco e nero, complesso, ritratto in tutti i suoi minimi dettagli organici, ma che manca di quel pizzico di sangue e di strafottenza in più, e dell’immediatezza che era lecito aspettarsi. Quel che resta è un lavoro impressionante per cura dei dettagli, violenza del suono, produzione e innegabile qualità, ed è così che probabilmente all’estero verrà recepito, sempre che venga recepito…

Obiettivo facile? Per nulla. E’un po’ come se Starbucks provasse a vendere l’espresso agli italiani…  Ma se dovesse capitare, chissà che faccia faremo.