One Dimensional Man, You Kill Me: Le diverse declinazioni dell’odio e dell’amore.

In occasione del tour celebrativo dei One Dimensional Man mi sono trovato a maneggiare nuovamente questo disco, “You Kill Me”, e a rileggerne con maggiore cura (ahimè, lo ammetto, l’italiano dei testi del Teatro è stato fondamentale) i suoi testi. Sono testi in inglese, usciti dalla penna di Pierpaolo Capovilla, con l’eccezione di “This Man in Me”, poesia dell’amico pittore-poeta australiano Rossmore James Campbell.

Testi in lingua inglese dicevamo, che sono interessanti in quanto ci parlano della strabordante personalità del frontman de Il Teatro degli Orrori, Pierpaolo Capovilla, in un periodo in cui il grande successo di pubblico era ancora di là da venire. Riscopriamo così una personalità che sappiamo eccessiva, estrema, ruvida e spigolosa, ma anche dotata di enormi squarci di intimità, di umanità e di dolcezza.

Allo stesso modo ci ritroviamo di fronte a echi e a curiosi déjà vu rispetto ai testi de Il Teatro degli Orrori, dal momento che spesso e volentieri quelli dei One Dimensional Man ne anticipavano le tematiche.

Mi sono così voluto cimentare nell’individuare degli spunti tematici, nell’azzardare dei confronti, nel fornire degli accenni, degli stimoli e dei riferimenti, delle provocazioni che sta al lettore cogliere, approfondire, criticare o magari rifiutare.

Si troverà quindi per ogni brano una breve introduzione, uno o più confronti con i testi del Teatro, e infine la traduzione in italiano del testo inglese dei One Dimensional Man.

Un’ultima cosa prima di partire: “You Kill Me” sembra essere un disco che pone al centro della scena la questione dell’amore e dell’odio, dei sentimenti umani più forti, analizzandoli in situazioni-limite. Una sorta di gamma completa delle declinazioni dell’umano, che vede nell’odio e nella dolcezza i suoi poli più estremi.

Ora sta solo a voi decidere da dove cominciare. Cliccate su questa tracklist (sono dei link!) ed iniziare il tour di questo spettacolo dei sentimenti che è You Kill Me.

(senza mai dimenticare che “it’s only rock n’ roll”, o almeno, lo è quasi sempre.)

Saint Roy
I Can’t Find Anyone
This Man In Me
No North
Babylon
The Old Worm
Inferno
Sad Song
Lovely Song
It Hurts
Elvis
You Kill Me
Oh! Oh!
Broken Bones Waltz

Saint Roy (Vita mia, a noi due!)
C’è un brano, tratto dal primo disco de Il Teatro degli Orrori, “Dell’Impero delle Tenebre”, in cui si esalta il desiderio di una vita piena, liberata da sofferenze e da bassezze, un’epoca personale mitica che viene collocata in un passato, o che si proietta in un futuro glorioso, in una promessa di felicità. Quel brano si chiama “Vita mia”:

Andremo a Parigi e berremo pernaud in boulevard!

Poi di corsa faremo all’amore con tutta New York.
(Vita mia, Il Teatro degli Orrori)

Qualcosa di simile avviene in questo brano dei One Dimensional Man, con l’unica differenza che questa condizione di felicità, che nei testi del Teatro ha luogo nel passato o in un improbabile futuro, è qui quasi a portata di mano: un presente tanto bello e intenso quanto forte è la coscienza della sua fragilità. Il brano in questione è “Saint Roy”.

Saint Roy
Ho scritto una lettera a Roy gli ho detto “E’ stata una bella cavalcata, perché non mi fai fare un altro giro?”
Ti amo Roy, Saint Roy!
Mi piace il furgone quando corre, mi piace quell’uomo quando sorride, ti prego baby! Fottimi!
Andremo giù all’Inferno e ce la spasseremo anche in paradiso
Perché ogni cosa che facciamo insieme è vera.
Oltre i cieli neri Roy!

 

E’ una canzone su una felicità raggiunta, che è tale perché condivisa, o comunque raggiungibile. Una condizione che nel disco del Teatro sarà già incrinata, e lascerà al suo posto un presente cupo, fatto di rabbia, di solitudine e di morte:

Voglio respirare ancora quel vento fresco che mi fa sentire via
O meglio ancora sparire qui
Voglio vedere se c’è o no un paradiso
E’ improbabile…
(Vita mia, Il Teatro degli Orrori)

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I Can’t Find Anyone (All’amato me stesso. L’amore e lo specchio)
In ben due brani del primo lavoro de Il Teatro degli Orrori si trovava una certa insistenza sul tema dello specchio. Del proprio viso attraverso lo specchio:

Sei solo, semplicemente solo, ti guardi allo specchio e non ti riconosci più (Scende la notte, Il Teatro degli Orrori)

E ancora

Quando mi incontro nello specchio, non so più chi sono, non so più che fare. (Il turbamento della gelosia, Il Teatro degli Orrori)

Nel secondo disco del Teatro troviamo invece la poesia del Majakovskij “All’amato se stesso dedica queste due righe l’autore”, adattata e musicata attraverso la rilettura di Carmelo Bene:

Camminerei, sulla punta dei piedi delle onde
nell’alta marea
sino a sfiorar la luna
dove trovare un’amata
uguale a me.
Angusto sarebbe il cielo
per potermi contenere.
(Majakovskij, Il Teatro degli Orrori)

Mi è capitato, a causa di queste suggestioni, di leggere “I Can’t Find Anyone” dei One Dimensional Man come se si trattasse di una dichiarazione d’amore per qualcuno che non si trova affatto nell’altro, o nel mondo, ma che invece è da ricercare dentro noi stessi, e quindi un “amato se stesso”, o un amato che sia, insomma, “uguale a me”.

I Can’t Find Anyone
Non trovo nessuno che non sia fuori di testa,
non trovo nessuno, all’infuori di te
tu che suoni per AMORE,  tu che distruggi le mie miserie
Tu che mi desideri e che mi scopi.
Tu che mi ami, ad infinitum.

E’ ovviamente una mia interpretazione, ma non mi appare del tutto fuorviante.

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This Man In Me (Rossmore James Campbell)
La compagine dei testi dell’atteso nuovo lavoro dei One Dimensional Man sarà interamente affidata alla penna di Rossmore James Campbell, poeta australiano che già all’altezza del qui presente disco aveva offerto una prova delle sue capacità: esattamente qui, con questo brano, la bellissima “This man in me”, di cui per una volta voglio tradurre anche il titolo.

“Quest’uomo in me”
Quest’ uomo in me
Troppo incline
ad amare quel suo modo di essere donna
Ed in quest’uomo
in me lei troverà
l’uomo che lei teme sopra ogni altro
Lei è la Città
dove riposa il dolore
Io sono l’uomo che non fa che chiamare
E che deve aspettare là fuori
dalle sue mura
Naufrago
Sulle sue coste.

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No North (E lei venne! Il vino, la morte, la donna)
Ed ecco il caos, il meraviglioso, mitico caos primigenio de Il Teatro degli Orrori. Quello che viene scatenato sul palco ogni qual volta viene suonato un brano devastante come “E lei venne!”

Stasera mi sbronzo di brutto e alla fine mi sdraio per terra e dormo come un cane
Mi passasse sopra un tir o un intercity, io me ne frego!
Me ne frego di dio, me ne frego del demonio, me ne frego dei sacramenti, me ne frego di te.
Non me ne frega niente di dio, del demonio, dei sacramenti e di te.
(E lei venne!, Il Teatro degli Orrori)

Ecco il vino a fiumi e l’ubriacatura molesta, ecco il conflitto, la pura espressione di rabbia e amore! Questa “No North” dei One Dimensional Man potrebbe essere il diretto antesignano della celebre “E lei venne!” che come sappiamo è ispirata a Il vino dell’assassino di Baudelaire:

No North
Vino rosso tutto il tempo
Rum cubano e poi barcollare nella tua stanza!
E’ colpa tua.
E a causa tua
Io non ho più un Nord, ne’ un Sud, ne’un Est, e ne’ un Ovest.

 

Si veda in particolare come la reiterazione dei punti cardinali ormai perduti ricordi da vicino la litania blasfema dei “me ne frego” del brano del Teatro.

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Babylon (Perché ne ho abbastanza di consolarmi a vino e caffè)
Il tema della fine di un rapporto, di un naufragio di una relazione umana, è un tema trattato con frequenza nella discografia del Teatro. In tutte le sue forme.

Dalla recriminazione beffarda, fino alla sofferenza profonda e senza scampo, Capovilla sembra saper attraversare tutte le sfumature di questa situazione, senza mezzi termini.

Ecco come trattava questo tema all’altezza di questo disco:

Babylon
Le tue guance bagnate di lacrime
Ho speso troppo tempo a prendermi gioco della mia vita
Commenti vuoti mi ricordano com’è una vita senza amore
E allora vivi la tua vita come una lettera smarrita
Dormi da sola nella stanza accanto
Perdonami, dimenticami.
Non toccherò più il tuo ventre
Non mi inginocchierò più ai tuoi piedi
Non ti slaccerò i pantaloni
Ma ricaccerò indietro te e la tua Babilonia
Ti rimanderò indietro alla tua Babilonia
Dire, parlare, pregare
Io non capisco
Io non ti capisco baby.

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The Old Worm (Tu non mi ami più, e Dio nemmeno)
L’altro, lo specchio, può anche scegliere di odiarci. Proiettarci un’immagine distorta di noi, talmente terrificante e sbagliata da renderci odiosi a noi stessi. L’altro può negarci persino l’amore di un dio.

Un sentimento simile deve aver generato la scrittura di questo testo.

The Old Worm
Io capisco al volo tutto quello che pensi
E so che tu pensi che io sia sbagliato
Ed è perché mi stai eccitando…
E quando io sono acceso, io divento Il Vecchio Verme.
Io sento tutto quello che pensi di me
E so di essere sbagliato
Capisco tutto quello che pensi del Vecchio Verme
E il Verme ogni tanto piange tutto solo.
Tu non conosci il Verme, che piange da solo
Ma penso che tu abbia ragione: qualcosa è andato storto
E penso che quel qualcosa sia io.
Tu, tu scegli sempre gli uomini sbagliati
E tra di loro c’ero sicuramente io
Io penso che tu abbia ragione, perché qualcosa è andato storto
E quel qualcosa ero io.
Tu hai ragione, e sei nel giusto
Perché io, io sono un verme.
Ma ti prego,
lasciami parlare a mio figlio.

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Inferno (Adesso sì che ci siamo… Ciao Lucifero!)
In una prova interpretativa semplicemente degna del primo Iggy Pop, ruggente, velenosa e infuocata (se amate gli Stooges, fatevi un favore, sentire per credere) Capovilla ci delizia con un testo sull’Inferno e la sodomia.

Inferno!
Andrò all’Inferno!
Avevi ragione, Fuoco, fuoco!
Vado all’Inferno!, Ci vado, e ci resto.
Imprigionato all’Inferno! Non sto sognando!
Oh mamma mia, I am a peccatore!
I am going to Inferno, “Girone Sodomiti”!

 

Le immagini infernali, buone per lo sberleffo, la beffa, di un teatrino (questo sì) dell’Orrore, per un momento di catarsi, di abbassamento comico. Un’atmosfera sulfurea, che rendeva tanto grande il primo disco del Teatro, e che qui cominciava a delinearsi e a prendere forma.

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Sad Song (Quel dolce profilo di persona per bene che sei)
Nell’introduzione parlavo di un Capovilla ruvido, spigoloso, autodistruttivo, ma anche (e forse proprio per questo) capace di grandissimi squarci di dolcezza, di umanità incontaminata. È il caso di questo testo. È il caso, allo stesso modo, di molti meravigliosi brani de Il Teatro degli Orrori: “La Canzone di Tom”, “Lezione di Musica” (la mia preferita in assoluto), “Il turbamento della gelosia” o il successivo “Io ti aspetto”. “Io ti aspetto” ad esempio, che in due parole talmente “fuori moda” da risultarci addirittura sovversive, ferma l’istantanea di un volto caro all’autore, e costringe un’epoca di miseri sbruffoni alla vergogna:

su quel dolce profilo di persona per bene che sei. (Io ti aspetto, Il Teatro degli Orrori)

E dopo una pausa, ed un bel respiro, vediamo questa “Canzone triste”.

Sad Song
Canterò la mia canzone triste
E mi terrò lontano
Farò i miei bagagli
E me ne andrò a prendere quel treno.
Poi canterò la mia canzone triste
E ti farò piangere di nuovo
Niente più carezze sui tuoi fianchi
E dirò di amarti ancora.
Prenderò il treno, me ne andrò
Con i miei segreti mai accennati
Avvolti tra le mie cose
Passare i cipressi e le strade, le case
Asciugare le lacrime
Piccole tracce di voci di bimbi
Il profumo dei vestiti
E poi sento ancora il tuo battito del cuore e mi manca
Il mio bambino.
Prenderò le mie cose e andrò
A stare lontano.
E vi amerò entrambi.

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Lovely Song (Me ne frego di te!)
E qui abbiamo l’altra faccia della medaglia. Un uomo spigoloso, burbero, un Elvis rockabilly fatto di hardcore e consapevole della sua arte. L’istrione sulfureo e graffiante che brama la vita con slancio. E si sente risuonare l’eco esaltata dell’esclamazione “Vita mia, a noi due!”

Lovely Song
Io ho tutto!
Tutto ciò che voglio o potrei avere
Ho tutto, ma non ho te.
Ma non è un gioco da ragazzi fare tutti gli errori che faccio io!
Si fotta l’Inferno! Si fotta tutto ciò che io avrei voluto o potuto avere!
Io faccio le cose a modo mio:
E so benissimo che tutti quanti sanno
che non posso fare nient’altro per farti tornare indietro
Ebbene: non faro niente baby!
Non farò niente per averti di nuovo!
Ho tutto quello voglio, ho tutto quello che mi sia mai servito!
Ho le più belle canzoni in testa
e faccio tutto a modo mio.
Non muoverò un dito per tornare da te.
La senti la mia dolce canzone, bambina mia?

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It Hurts (Alt! Mi fai male!)
Non puoi chiamare la polizia, quando è la polizia stessa (a farti del male?). E’ questa la domanda inquietante che pone questo brano? Non lo so. So solo che i trascorsi con le forze dell’ordine sono parte integrante anche del testo di “Alt!”, contenuto nel secondo disco de Il Teatro degli Orrori, di cui riporto uno stralcio:

Documenti!
Da dove vieni? Dove sei diretto?!
Scommetto che fai uso di stupefacenti
Che cosa porti in borsa?
Brutta zecca comunista, adesso sono affari tuoi
Adesso sono solo affari tuoi.
Seguono quei momenti, che non vorresti vivere, seguono stati di angoscia,
che ti chiedi perché
cos’ha in testa certa gente…
(Alt! Il Teatro degli Orrori)

Sembrano gli stessi momenti di cui si parla in questa “It Hurts”, ma qui la violazione è  anche dichiaratamente fisica.

C’è poi una curiosità: ad un certo punto del testo sentiamo una frase “Ma porca miseria, proprio a me doveva capitare!”, cantata proprio così, in italiano. La stessa frase è presente nel testo di un altro brano, intitolato “Il Terzo Mondo”, contenuto nel secondo album de Il Teatro degli Orrori. Una sorta di curiosa auto-citazione che ancora una volta sottolinea il dialogo tra i due progetti dell’autore. Come che sia, vediamo il testo di questa “It Hurts”:

It Hurts
Mi fai male! Fa male!
E brucia! Tutto dentro!
E brucia, te lo devi immaginare!
Devi capire che fa paura
Tu brutto dipsomaniaco pezzo di merda!
Dillo! Dì che fa male!
Ti spaventa alla follia
Sì brucia, dovevamo saperlo che bruciava!
Ma porca miseria
Proprio a me doveva capitare
(non puoi chiamare la polizia, quando hai davanti la polizia)

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Elvis (Il lato oscuro della solitudine)
Ci sarebbe molto da dire su questa espressione “I am Elvis”. Io sono Elvis. Sappiamo quanti autoironici (o involontariamente comici) impersonatori del Re si aggirino per i concerti-tributo alla rockstar più “icona” di tutti i tempi. Sappiamo anche quanto Elvis abbia rappresentato negli ultimi anni della sua carriera (e nelle leggende trash sulla sua morte) l’immagine di una rockstar sfatta, dedita all’alcol, al cibo e agli psicofarmaci, un rifiuto imbarazzante, passato nel tritatutto dello star system.

Non sono sicuro a cosa o a chi faccia riferimento P. Capovilla quando dice “io sono Elvis”. Sono sicuro però che il brano parla di solitudine, la solitudine forse di chi ha scelto di vivere su un palco. Nel migliore o nel peggiore dei modi. Elvis ha incarnato entrambe le cose.

Mi sembra poi interessante notare che Elvis ha inciso un famoso gospel dal titolo “Who Am I”, “Chi sono io?” Nel quale il fan di Elvis non esiterà a compiere un immediato corto-circuito tra la figura cristologica cantata nel brano e la nota rockstar che lo canta, The King, appunto. Ma forse sto andando troppo oltre…

Elvis
Io sono Elvis
Senza uno straccio di sogno
Io sono Elvis
E suonerò le corde del tuo cuore
Ma tu corri via!
E stanco, ben presto, te ne torni a camminare…
Non dire che mi ami, di nuovo
Non dirlo, cazzo! So che sei qui solo per dirmi che io sono Elvis
Senza un amore
nel cuore io sono Elvis
Vivo proprio di fronte a te,
Ma tu corri via!
Vivo di fronte a te
Me ne sto qui tutto solo
Mi riesci a vedere?
Vedi? Questo è Elvis,
Io sono un Elvis
Quello che vive proprio di fronte a te
E tu mi guardi annegare, mi riesci a vedere?
Qui è Elvis
Che rimane da solo
Senza uno straccio di sogno nel cuore.

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You Kill Me (MI FAI MALE!)
Inutile spiegare questo brano centrale, che condivide lo stesso titolo del disco. Possiamo comprenderlo da se’. A volte ci sono relazioni e persone che decisamente ci uccidono, che sono un tunnel da attraversare, da cui usciamo diversi, altre persone. Quando l’amore è talmente grande, che non si sa nemmeno cosa sia. Se è una distruzione, o una costruzione. Ed il brano costruisce e demolisce la melodia, allo stesso modo.

You Kill Me
Tu mi fai morire
E non potevi farlo meglio
Mi uccidi ancora, e ancora.
Non capivo il perché.
Tu mi uccidi: non uccidermi
Lui pensava che non aveva mai avuto una ragazza come quella
Lei era una di quelle che andava OLTRE
E lo spingeva ad andare oltre quegli stessi limiti che da sempre lo tenevano avvinto.
Io ti adoro.

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Oh! Oh! (Dovrai starmi distante almeno qualche metro)
Abbiamo parlato delle varie declinazioni dei sentimenti umani, ed abbiamo ipotizzato che “You Kill Me” si muova tra i poli opposti dell’odio e dell’amore, così come il suo titolo. Ecco: credo che qui ci stiamo avvicinando a grandi passi al polo negativo.

Confesso di non essere riuscito a cavare alcun riferimento credibile al Teatro degli Orrori per questo brano, se non a quello presente qui sotto. Un riferimento peraltro molto labile, tratto dal brano “Il Terzo Mondo”:

prima o poi ci incontreremo
dovrai starmi distante
almeno qualche metro…
(Il Terzo Mondo, Il Teatro degli Orrori)

Verrebbe da chiedersi perché il titolo sia  “Oh! Oh!”. E chi sia la “Rose” di cui si parla qua e là nel testo, e soprattutto, a chi sia indirizzato questo testo. O forse non è importante saperlo.

Basti sapere che è un’invettiva, apparentemente indirizzata a un uomo da una donna, e che contiene un bel po’ di risentimento.

Oh! Oh!
Io ti conosco
Tu Non pensi mai a me
Tu mi conosci
E so che tu sai che ti conosco
Hai la mia Rose
Tu non pensi mai alla mia piccola Rose
Ma tu hai anche le scarpe
Quindi puoi andartene via, lontano da noi
Devi andartene! Dai, fammi felice!
Devi starmi alla larga.
Ti conosco
So che tu sai che ti conosco
Rose ed io non vorremmo vederti mai più
Hai le tue scarpe
E allora vattene via, lontano da noi!
Dai, rendimi felice!
Stammi alla larga.

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Broken Bones Waltz (Possiamo fare molto peggio e scendere un po’ più giù)
Siamo arrivati al fondo della nostra tracklist: “You Kill Me” inizia sotto il segno della vita e dell’amore e finisce all’estremo opposto. E non è questa qui una canzone d’odio, come la precedente, perché in questo caso siamo scesi ancora più in basso. È una degenerazione dell’odio: è una canzone sulla tortura, “Il valzer delle ossa rotte”.

Cantata in un inglese volutamente sgraziato, germanizzato, distorto e pronunciato con foga marziale, Pierpaolo Capovilla mette in scena un mostruoso discorso diretto tra il torturatore e la sua vittima.

Broken Bones Waltz
Foglio dirti che kvesto non essere scherzo
E foglio dirti che io sarà tuo Dio!
Ti arrenderai!
Romperò tue braccia solo dopo tue ganbe
E qvando tuo corpo sarà fatto
Io lo butta via personalmente in secchio di spazzatura
Io conoscere esperte tecniche
Ma tu, tu sanguina sempre!
Tu sanguina sempre!
Tecniche esperte: quando io pisciare su tuo piccolo cranio
Se tu non beve tutto, io fare conoscere te
cosa essere vero Inferno!
di cosa Inferno essere fatto!
Non esserci dio che gvarda noi due ora, piccolo mio.

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Ora, non mi sembra necessario dire quanto il tema degli abusi e dell’insensatezza delle violenze dell’uomo sull’uomo sia uno dei temi portanti di “A Sangue Freddo”, il secondo album del Teatro.

Resta il fatto che questa sia un’interessante prova dell’importanza dei One Dimensional Man come fucina dell’immaginario e delle tematiche de Il Teatro degli Orrori, in una sorta di dialogo continuo tra i due progetti.

Ma ci troviamo anche di fronte all’ennesima riprova, semmai ce ne fosse bisogno, di quanto le tematiche care a Pierpaolo Capovilla siano urgenti e sincere per il loro stesso autore, tanto da dover trovare una maniera di esprimersi e di sfogarsi, non importa come, non importa dove, né in quale lingua. l’importante è comunicarle, nel modo sghembo, senza mezzi termini, destabilizzante ed esplosivo che abbiamo imparato a conoscere e ad amare. E in più mi pare una lezione di coerenza per i tanti gruppi italiani che scrivono in inglese nell’illusione che sia compito più “facile”, o che sia, nei casi peggiori, un semplice escamotage per non parlare proprio di niente.

  • Scarlet37

    Bellissimo articolo, complimenti!