Sparklehorse, Vivadixie, il reale al di là del reale

Silenzio, siete saliti sul trenino a cremagliera sferragliante di una fiera di paese e state per farvi un giretto attraverso i paesaggi di cartapesta, e le icone stramazzate della provincia americana, delle prefigurazioni inquietanti o delle epifanie inceppate, che mandano scintille e rumore delle ruote dentate che le azionano. Siete un po’ come Bruno nell’ultima scena del film di Herzog, la ballata di Stroszek, ma senza quel senso di frustrazione da criceti impazziti. Semmai pietà, compartecipazione, elevazione del quotidiano a eterno. State per entrare nei solchi di Vivadixiesubmarintrasnmissionplot.

È il senso del tempo a essere ridefinito da certe scritture, da certi modi di guardare al reale. Il tempo diventa qualcosa di quantico, di presente ma continuamente presente, in un attimo che si sfalda infinito nello spazio, e che si sovrappone agli attimi successivi, senza sparire mai, ma accumulandosi, sovrapponendosi. Questa la dote di alcuni scrittori, che riescono a reiterare fulgidamente un attimo, a sottrarlo all’impietosità del reale, e a renderlo un estatico esempio di eternità. Ancor più fulgido perché strappato al decadimento, che, al di là del gioco letterario, lo raggiungerà comunque. Ma se anche la realtà è un gioco, allora lo scrittore è un dio, o meglio un anti-dio, un prometeo armato solo di parole, che spezza le catene del reale, che eterna l’attimo. Che eleva a dei del quotidiano le maschere del decadimento umano. Guardando al di là del velo, rubando qualcosa agli dei, Mark Linkous rende onore agli attimi che gli sono passati davanti.

Homecoming Queen: immaginiamo questa reginetta dal ballo di fine anno, ma non siamo davanti a lei in persona, lo siamo stati. Ora la vediamo in una fotografia, un album scolastico di tanti anni fa. I tempi della scuola sono finiti, ora lavoriamo, siamo adulti, le nostre vite sono andate per la loro strada bella o brutta che sia. “Un cavallo un cavallo, il mio regno per un cavallo”, questa è la prima frase cantata da Mark Linkous. Datemi un cavallo che mi strappi alla morte, “che sferragli sopra ai campi magnetici. Ho usato proprio l’ultima scatola di scintille prima che scadesse, prima che l’umidità la rendesse inutilizzabile. O Reginetta, mia reginetta del ballo. I denti, e tutto ciò che era tanto affilato, si è levigato e ottuso, e la mia schiena storta è diventata più fragile. Ciò che un tempo crebbe dritto e alto contro il sole, si sta imbevendo di nuovo, come una spugna di sporco. Oh reginetta del ballo, reginetta del ballo…”

Ancora il tema della morte e del decadimento fisico fanno da sfondo ad una delle ballate più dolci e meravigliose dell’intero album: Weird Sisters. Ancora una volta Shakespeare, Macbeth questa volta, che come sappiamo è la tragedia dell’ambizione. Le Weird Sisters sono le tre Sorelle Fatali, tre streghe, destinate a far deragliare la vita di Macbeth instillandogli il seme dell’ambizione sfrenata nell’anima, un’ossessione che lo condurrà alla rovina e alla morte. La prima linea del brano è sconcertante: “i parassiti si innamoreranno di te quando sarai morta”, verso sconcertante specie perché contrasta con la dolcezza disarmante del cantato, “nascondendo ogni sonaglino nel letto, lei viene dentro strisciando con gli occhi di fuori. Ora posso dire che c’è una luna maledetta che sorge”. E con questo siamo quasi davanti ad un attacco di panico o alla rappresentazione di una dipendenza. “Raccoglie ogni sassolino dal sentiero, dimentica ogni pugnale dietro la schiena. Urla attraversando il giardino, con il fuoco nei capelli, e I Milionari cominciano a ruzzolare giù dalle scale. Una donna gigante, sputa vento, pioggia e denti, e i lupi neri mi caddero addosso, con peli e pelucchi. Viene strisciando, con gli occhi di fuori. Ora lo so, c’è una luna maledetta che sorge”.

Ma al di là dei deliri e delle immagini inquietanti Linkous è più che altro lo scrittore che vede al di là del reale, che vive il senso della meraviglia e della paura con il candore commosso di un bambino. Vediamo quest’Uomo della Pioggia, The Rainmaker, immaginandolo come in un film di Tim Burton:

“Tutto quello che devi fare è guardare in cielo e desiderare di vederlo. Potresti vedere il suo volto tra le nubi, o mentre ti rilassi in un vuoto di spirito. È conosciuto per dormire sopra pile di bucato asciutto, abbandonate nei prati di Ottobre, e beh, ogni tanto si sveglia con i ragni sulle palpebre. Sta arrivando l’Uomo della Pioggia, per inzupparci d’acqua. E se ogni tanto ti senti come una pietra buttata nel profondo, tutto ciò che ti serve è toccare il viso di una donna calda di sonno. Sta arrivando l’Uomo della Pioggia… E magari si potrebbe presentare alla tua porta sul retro, ripercorri le sue tracce da prima che sia nato, chiedendoti un lavoro giornaliero in cambio di un pasto decente. Alcune volte sta scroccando un passaggio dentro a un freezer, e altre volte appare come in una nebbia. È anche  conosciuto per presentarsi come uno scienziato. Potrebbe essere il figlio ritardato di una donna anziana con sette dita per ogni mano. Comunque io so e dico che verrà solo quando sarà invitato a venire.”

Non saprei bene come tradurre l’espressione spirit ditch, ricorrente in questo disco. La tradurrei vuoto d’anima, in quanto ditch significa “fosso”, “spazio vuoto”. Comunque il brano seguente ha proprio questo titolo, Spirit Ditch, un capolavoro di poesia infantile e sofferente. Mi piace immaginarlo come un discorso ideale di Linkous a sua madre, un Linkous bambino, ma nel contempo anche adulto, come avviene talvolta nei sogni, o come avverrebbe in un aldilà liberato dallo scorrere del tempo: “Rivoglio i miei dischi, e quel serbatoio della moto che avevo colorato di nero. Le civette mi hanno parlato, ma ho giurato segretezza. Mi sono svegliato in un basement bruciato, che dormivo con le mani di metallo, in un vuoto dell’anima.

La luna lei sorgerà con un tale ridere di cavalli! E intanto trascina pianoforti verso l’oceano. Se avessi una casa, sarebbe dentro la cavità di un trombone. Mi sono svegliato in un basement bruciato, che dormivo con le mani di metallo, in un vuoto dell’anima”. Segue la registrazione di una chiamata di sua madre sulla segreteria telefonica, che racconta qualcosa a proposito, a quanto pare, di un brutto sogno, ma non riesco a distinguere bene le parole, perché la coda del brano si va a sovrapporre alla voce. Un colloquio ideale a distanza tra madre e figlio, una comunicazione che trascende il reale, qualcosa di profondo, di troppo umano per provare a spiegarlo. Ma se c’è una trama che intesse la forma dei sogni, quelli nei quali crediamo di parlare ad una persona come a distanza, è quella che innerva il testo di questa canzone.

“Tu sei un’automobile, tu sei un ospedale. Andrei all’inferno e ritorno per poterti vedere sorridere, quando viene sabato. Tu sei una stella, sei un mare d’aria, mentre suono grossi tasti di denti di cavallo, quando viene sabato. Mi piacerebbe dirti come mi sento adesso, ma probabilmente me lo terrò… per quando viene sabato” (Saturday).

E di seguito, la canzone più bella del mondo: Cow. In alcune semplici battute, in immagini fulminee, questo brano ferma, nella deflagrazione di un’istantanea, epifanie della provincia americana profonda, ricordi di gioventù bruciata, icone sdrucite e bellezza del quotidiano su una melodia di armonica e un cantato che conservano il digrignare dei denti del pianto.

È una canzone senza la quale io non saprei vivere, o vivrei peggio. Signore e signori, ecco il capolavoro:

“Santo delle chiatte, regina delle unghie, batterie scintillanti e uccisioni di corvi. I denti metallici delle giostre, accendere sigari sopra sedie elettriche. Gli edifici sono cornacchie, la Natura è un vizio, il fracasso dei diesel, serpenti che si mordono la coda. Una bella ragazza che munge una vacca.”

Undici immagini undici, spalmate sui primi tre minuti e trenta di canzone, più altrettanti luminosissimi minuti di interminabile coda. Il tutto per sette minuti netti, ma ne potrebbe durare anche dodici. Una lezione di come si dovrebbe suonare per esprimere qualcosa.

E dopo questo splendore potremmo anche tacere, tuttavia il disco riserva ancora qualche sorpresa.

Hammering the Cramps: forse una delle canzoni più famose dell’album. Hammering the Cramps, battendosi sui crampi, come quando ci si addormenta una gamba… (e chi è il Captain Howdy presente nel testo? Cercate su google…).

Most Beautiful Widow In Town: “stavamo entrambi in piedi, nel salotto di casa di tua madre, preoccupati da un uragano in quel terribile mese di Giugno, quando un po’ di sudore percorse la tua guancia, fin dentro la bocca. E sapevo che quello doveva essere un sogno, perché tua madre non mi avrebbe mai permesso di entrare in casa sua. Sei la vedova più bella della città. Molti anni dopo, nel limpido mese di Dicembre, stavo in piedi con le mani in tasca, e provavo ad evitare una foto di matrimonio sul muro di casa di quella vecchia signora. Perché sapevo che tu avresti sfoggiato un sorriso troppo doloroso per essere guardato. Io credo tu sia la più bella vedova in città.”

Heart of Darkness: cuore di tenebra. “Lei posò la sua testa sopra il mio petto, mentre il sole bruciava tutto l’occidente. C’è ancora una cosa, che ancora abbiamo, quest’ultimo ballo, questo parcheggio sul piano. Oh sì, ho un cuore di tenebra. Poi lei si svegliò in un incendio, e le fiamme danzavano sempre più in alto, Satana avrebbe riso dei suoi lamenti. Poi lei si svegliò dai suoi tormenti. Ho un cuore di tenebra, sì.”

E a proposito di un altro esercizio di stile sulla gioventù bruciata e su quell’immaginario lì, si veda alla voce Someday I Will Treat You Good. Bel pezzo, ma a livello letterario davvero poco ispirato.

E poi di nuovo il tono si fa lieve. Sad and Beautiful World: “A volte i  miei giorni sono veloci, a volte questo sembra essere l’ultimo. È un mondo triste e bellissimo”.

Non può che seguire un definitivo commiato.

Commiato che ha il nome di Gasoline Horses.

“I fiori del male me li hai lasciati sulla porta, me li hai messi tra i pezzi di vetro, e hai gustato il mio sangue. Sì, i tuoi capelli sono bellissimi oggi, e cavalli al gasolio ci porteranno via di qui. Vanno alla carica con le loro criniere di fuoco, e con le some cariche di orologi, quattro tonnellate, sorde e ottuse, poveri noi, vecchi cani di dio.

Sì, i tuoi capelli profumano di sole oggi, e i cavalli al gasolio ci porteranno via di qui.”

Rivediamo un’immagine: “I tuoi capelli profumano di sole”. Quanto possono essere intense tre o quattro parole del vocabolario di base messe insieme nell’ordine giusto! In punta di disco c’è una partenza, un anelito alla fuga dal peggio e dal dolore, una chiusura circolare sull’immagine dei cavalli (si ricordi l’incipit del disco), ma anche una prefigurata condizione di allegria, che spezza il cuore per la sua intensità e per la voglia di vivere che esprime.

Nel recente e discusso film “The Road”, quello con Viggo Mortensen una battuta mi ha colpito: “non è quando sogni le cose brutte che ti devi preoccupare, vuol dire che ancora stai lottando. È quando inizi a sognare le belle che sei davvero nei guai”.

E questo è il bel sogno di Mark Linkous, una voglia di serenità lontana come una memoria di un tempo mai esistito, una pace mai raggiunta, la gioia che fugge, come cavalli dal crine di fiamma nel giorno che scende. Mark Linkous, il poeta del niente che si spara nel cuore.