Portugal The Man – In The Mountain, In The Cloud

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19 Luglio 2011 Atlantic Portugaltheman.com

Got It All

Figli legittimi di quella soffice scompostezza poppyes che ammorbidisce perplessità ed influenze a livello industriale, dall’Alaska i Portugal The Man proiettano il loro futuro in sonorità più moderne ed appetibili, e nel sesto album della loro discografia in studio “In The Mountain, In The Cloud” la loro stravaganza obliqua e la loro eversione per tutto quello che s’intende lineare e “lucido” risalta in maniera assoluta e anarchica; polveri psichedeliche e buoni invischiamenti radicali tra Beatles sballati e Flaming Lips color magnesio fanno bella mostra tra note e cavalcate sinfoniche, cose che vanno poi a fiancheggiare un risveglio ed una voglia incontenibile di positività al contrario, che genera miriadi di nuovi fans.

Non trapela nulla della loro origine “fredda” e nordica, anzi se non lo si sapesse li diremmo una di quelle band scapestrate, sognatrici ed indie che pullulano nella vecchia Frisco o lungo le B-roads della Big Apple per eccellenza, niente che li possa riportare ad annoverarli in quel realismo asociale ed isolante delle terre di neve storiche. E allora non stupisce affatto che queste scelte evoluzionistiche s’inseriscano in una nicchia capace di esaltare simultaneamente gli amanti del declamatorio “swinging london” e i sostenitori di un pop modernista e glamour.

L’album non possiede certo ancora la levatura delle grandi opere alternative che nell’oggi si fanno avanti crescendo e moltiplicandosi, ma una strepitosa “leggerezza sbilenca e un poco ipnotica” la garantisce e la sostiene in tutte le undici tracce che lo sorreggono come una passeggiata in un dopo sbronza sorridente. I nostri ricavano un  singolare emisfero ascensionale – inteso come musica per teste sulle nuvole – che si spalma negli oh-oh-oh spensierati di “Floating (Time isn’t working my side)”, taglia zavorre e prende distanze con la gravità terrestre “Sensless”, prende scat elettronici e ci arreda le planimetrie di “Everything you see (Kids count hallelujahs) oppure – come un Pierrot pensieroso – si siede sulle arcate stratosferiche di “Sleep forever” e manda a benedire tutto e tutti tra archi sincopati e nebbie trapuntate.

Un disco da ripassare nel letttore almeno due o tre volte, poi va giù come una bibita fresca d’estate e ti lascia una voglia matta di vederli dal vivo e fare yo-yo con le loro storie d’aria.