Crystal Antlers – Two-Way Mirror

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19 Luglio 2011 Recreation Ltd. Crystal Antlers

Summer Solstice

I Crystal Antlers salirono agli onori delle cronache nel 2009, quando il loro Ep di debutto “Tentacles” fu pubblicato sotto l’egida della gloriosa ma ormai decaduta etichetta indipendente Touch and Go, indimenticata promotrice – insieme alla Relapse – di band ferocemente sperimentali in ambito hardcore e postcore (Butthole Surfers, Jesus Lizard e Scratch Acid, per nominare qualche pezzo da novanta). L’inedito approccio alla materia psichedelica veicolato da quel disco si accattivò consensi pressocchè unanimi tra una discreta nicchia di appassionati e addetti al settore, riuscendo a collocarsi al di fuori dell’alveo dello sterile revivalismo di maniera.

Con “Two Way Mirror” i nostri eroi tentano di bissare i (tenui) clamori suscitati dagli esordi presentandosi con una formazione parzialmente rimaneggiata (all’organista Victor Rodriguez Guerrero succede Cora Foxx), un’ammiccante copertina partorita dall’artista indie americano Raymond Pettibon (che i più conosceranno per le sue collaborazioni con i Black Flag e per l’artwork di Goo dei Sonic Youth), e una mistura sonora camaleontica memore dell’urgenza delle origini, sebbene più ponderata e coesa nel suo cangiante ribollire di retaggi contrastanti. Two way mirror, infatti, conferma e affina l’attitudine dei Crystal Antlers a far collidere all’interno della stessa composizione – senza stridori o annichilimenti antimaterici – tre inclinazioni sottoculturali (quasi) completamente antitetiche: il punk hc, l’eccentricità hippie e l’emo rock più lancinante. Prendete ad esempio l’opener Jules Story: a telluriche cavalcate psych-garage si avvicendano passaggi tanto furibondi e repentini da echeggiare certe sfuriate screamo, fino ad un finale a rotta di collo tra epiche impennate chitarristiche e turbolenze frastornanti. Se tutto l’album si fosse mantenuto su un tale (dis)livello di compostezza acrobatica staremmo parlando di un nuovo classico del genere, ma purtroppo le coordinate dei restanti brani si rivelano più blande e dispersive, smorzando poco a poco la febbrile esaltazione dei primi minuti di ascolto.
Seance, con la sua elettricità a passo di valzer, rammenta le ritmiche altalenanti di alcuni gruppi della scuderia Deep Elm, come i clair de lune più rarefatti e crepuscolari o dei desert city soundtrack svezzati dai The Doors piuttosto che dai Black Heart Procession. Le carte in tavola vengono nuovamente rimescolate da Summer Solstice, col suo inizio conteso tra esalazioni fuzz e scampanellii del wurlitzer e uno svolgimento ondivago all’insegna dei Sonic Youth.Two-way Mirror e Fortune Telling riconducono i binari stilistici su territori ampiamente scandagliati, ma la seconda parte del disco ostenta una vena freak che lascia intuire le vere ambizioni del gruppo (Always Afraid: frasi di organo alla Ray Manzarek, sincopi punk, balletti demenziali con avvitamento di sax free-jazz). A stemperare la tensione provvedono Way Out (un minuscolo omaggio ai Tangerine Dream) e la splendida Sun-bleached (malinconia tardo-estiva affogata in pozzanghere di folk rock rutilante).

L’operazione complessiva può dirsi riuscita (ma meno entusiasmante di Tentacles), sebbene alla fine il sentore di inconcludenza è netto, come se si avvertisse che “Two-Way Mirror”, nel suo disperdere l’ispirazione in direzioni opposte e disorganiche, non riesca a detonare il vero potenziale del gruppo.