Morkobot – Morbo

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Addentrarsi tra le tortuose spire di un disco dei Morkobot è come vivere da protagonisti le più  malsane fantasie di Lovecraft. L’opaco velo che ammanta quella che percepiamo epidermicamente come realtà si squarcia all’improvviso, rivelando un cosmo terrifico popolato da una costellazione di divinità ancestrali, depositarie di poteri misteriosi ed inenarrabili.
Morkobot è un “Blind Idiot God” che sonnecchia nel ventre abissale dell’universo, plasmando concretamente fantasie di annichilimento e devastazione dalla materia intangibile dei propri incubi.

Lin, Lan e Len (i tre enigmatici membri del gruppo), altro non sono che gli emissari terreni, completamente assoggettati all’ineludibile volontà del Dio; l’unico strumento per tradurre in un linguaggio vagamente “umano” le sue visioni cataclismatiche. I bassi mastodontici e la batteria dilaniante ripropongono le strutture caotiche del precedente Morto, senza più invischiarle, però, in un magma pecioso di psichedelia onirica. Morkobot s’è ridestato dal torpore geocronologico e ora s’appresta ad avviluppare nei suoi tentacoli siderali quell’astronave decadente alla deriva nello spazio che è il pianeta terra. I pezzi si fanno compatti, serrati, monolitici, ossessionanti: procedono per contrazioni spastiche e rigurgiti tellurici; alternano cadenze sfibrate e dissonanti al limite dello sludge a furiosi stop(pati) & go che impattano rovinosamente sulle reti neurali dell’ascoltatore. Ogni passaggio segue una consequenzialità d’incastri dal rigore geometrico, ma si tratta d’una geometria sfuggente, tanto indecifrabile quanto (sorprendentemente) irresistibile.

È impossibile non riconoscere l’ascendenza meshugghiana di molti pattern ritmici (la sezione iniziale di Ultramorth suona quasi come un omaggio a Stengah); d’altronde stiamo parlando d’una proposta che corrisponde alla forma più disumanamente autodisciplinata di disordine entropico. Laddove però i Meshuggah conservano un inossidabile retaggio thrash e una vocalità degenerata (inespressiva e monocorde), quasi a conferire un’ultima vestigia  d’umanità all’incessante tritacarne ritmico, la dimensione sonora di Morkobot si esplica in un post metal-mathcore del tutto alieno e alienante. Come suggeriscono i titoli (ricombinazioni-calembour delle lettere che compongono il nome della band, come, ad esempio, Orkotromb e Oktomorb), l’impostazione dei brani è tale che ciascuno di essi potrebbe tranquillamente confluire nel successivo senza soluzione di continuità (si sottrae a questa tendenza la lunga divagazione space rock che conclude mor, saggiamente collocata verso la metà del platter per spezzare l’apparente omogeneità). L’impressione è quella di trovarsi al cospetto d’un poderoso manufatto extraterrestre istoriato da una tempesta sintetica d’interferenze elettromagnetiche.

L’essere umano non è che un risibile, insignificante errore dell’evoluzione dinamica del cosmo. L’ascoltatore deve solo prenderne atto e lasciarsi irretire dalla sacralità primordiale del richiamo di Morkobot.