The Men – Open your Heart

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New York, – E dove altrimenti? – terzo album e secondo sotto Sacred Bones, quattro songwriters scrivono un bignami per la gioventù sonica moderna cimentandosi con l’essenza stessa dell’ underground Rock degli ultimi trent’anni, accompagnandoci per mano attraverso un mare di riferimenti che solo le grandi band riescono a rielaborare senza mai sembrare derivative.

Si parte subito forte con Turn it around”, sullo sfondo i miasmi della Motor city e la Sonic’s Rendezvous Band che fa a gara con Saints e Radio Birdman per stabilire il trono di King of punks.  La prematura convinzione di essere al cospetto di un pregevole disco di revivalismo punk viene momentaneamente confermata anche dalla seguente “Animal”, dove Sex Pistols e Damned corrono a braccetto dominati dagli istinti primordiali. Poi qualcosa disillude la convinzione di trovarsi in compagnia di quattro squatters, infatti, con Country Song – Ninna nanna sballata che non ci stupirebbe se fosse marcata Beast of Bourbon – e “Oscillation” – Corsetta sognante e agrodolce con punte di noise misurato – l’aurora boreale dei riferimenti ondeggia pericolosamente fra le migliori espressioni underground del ventennio ’80 -’90. MentrePlease don’t go away” aggiunge alla mistura dosi di pop in salsa shoegaze da rimanerci invischiati per tutta la primavera.

Il singolo è Open your heart”, in pratica la base di Even fall in love dei Buzzcocks rielaborata dagli Husker du, e ora provate a dire: Solo?!. C’è la ballata acustica Candy” l’hardcore tra Husker e Gbh diCube” un mantra urbano che abbraccia Spaceman 3 e My bloody valentine Presence” per poi chiudere con le chitarre sferraglianti di Ex dreams, in altre parole i Sonic Youth che vorresti sentire oggi se non si fossero sciolti.

Open your heart in definitiva è un esercizio di stile che mangia in un sol boccone buona parte del modernariato Rock odierno, poggiando saldamente sul passato e rielaborandolo con grande gusto. Chiamatemi nostalgico, ma io a questa roba non saprò mai dire di no.