Pontiak – Echo Ono

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I fratelli Carney sono degli instancabili manovali delle sette note: nove produzioni (tra full-lenght ed Ep) in sette anni, a partire dal quel 2005 quando, ancora all’altare della Fireproof Records, immolavano il disco d’esordio “White Buffalo” nel nome dello stoner-metal. Tre giovani fratelli stacanovisti nati a Washington D.C. che ben presto si trasferiscono in campagna, in una fattoria della Virginia, lontani dal mondo, dediti al culto della psichedela e forti del loro viver comunitario.
Condizione ideale per comporre, chiedetelo anche ai Verdena, da anni in “ritiro” nel pollaio di famiglia sperduto nella campagna bergamasca al momento delle registrazioni. E se per l’osannato WoW la band nostrana ha voluto “abbondare” approdando ad un doppio album, i Pontiak, ispirati forse dalla rigorosa perfezione della Natura americana, procedono all’inverso, scremando minuti ed alcuni rigogliosi virtuosismi del passato, per arrivare ad un album più compatto e ben levigato, capace però di mantenere (anzi di implementare) un magnetico potere evocativo.

Registrato nella suddetta fattoria, “Echo Ono” – frutto maturo dell’ormai stabile sodalizio con la Thrill Jockey – è un affresco capace di incantare e raccontare storie diverse, pur non stravolgendo gli assunti di genere. L’hard-blues rimane patrimonio condiviso, il basso scalpitante di Kyuss e Motorpsycho omaggia la matrice stoner, le sventagliate di chitarra aprono le porte della psichedelica, ma si diradano in maniera impercettibile verso bucolici orizzonti folk. Sembra tutto molto rassicurante, ma non lo è: la Natura è volubile ed ingovernabile. Le precipitazioni noise à la Sonic Youth arrivano ben presto per ricordarci quanto in Essa ci sia forza, oltre che bellezza. Ma è una pioggia di feedback liberatoria, presa in pieno viso correndo verso un riparo all’ombra d’un albero, dal quale poter poi guardare i colori magici che riempiono il cielo (in copertina) dopo la tempesta. E ri-iniziare a correre.