Sharon Van Etten: Oggi sono più consapevole e sicura di me…

Rocklab: Da dove viene l’ispirazione per le tue canzoni? È una sorta di “Poesia Urbana” o nasce più dalla tua inclinazione a parlare della tua intimità e della tua interiorità?
Sharon: Scrivo degli “stream of consciousness” ogni volta che attraverso un momento particolarmente intenso dal punto di vista emozionale. Solitamente devo registrarmeli mentre li canto e poi riascoltarmeli. Fatto questo comincio a capire qualcosa di quello che mi stava accadendo.

R: C’è una relazione tra l’atmosfera onirica dei tuoi brani e i libri che stai leggendo o che hai letto in passato? E se c’è, la chiameresti più un’influenza o un dialogo con gli autori?
S: Leggo molti libri, e di tipologie piuttosto differenti. Non saprei dire in che modo influenzino il mio stile di scrittura dei brani. Tuttavia ogni cosa influenza il tuo lavoro. È impossibile che non lo faccia.

R: Brooklyn può essere considerata un “porto franco” per molti artisti e musicisti che come te sono coinvolti nella scena new-folk americana. Qual è la tua relazione con questi artisti? E in che modo le diverse tendenze artistiche che si muovono intorno a Brooklyn influenzano il tuo stile?
S: C’è così tanta musica in giro! Quando ho iniziato a suonare a New York mi esibivo a fianco di musicisti come Scary Mansion, Glass Ghost, Forest Fire, Mia Riddle, Michael Leviton, Luke Temple, Cameron Hull, The Shivers, Kyp Malone… Tutti musicisti locali. Gente davvero ricca di talento che sta ancora scrivendo musica fantastica. A Brooklyn in particolar modo ci sono davvero tante persone attive, produttive e collaborative, che suonano, scrivono e registrano il più possibile. Penso che essere letteralmente circondata da gente “col fuoco sotto il sedere” mi abbia aiutata a diventare più produttiva. Ho sentito un vero e proprio senso di “comunità”.

R: Secondo te c’è ancor spazio nel nostro mondo veloce e globalizzato per l’espressione di sentimenti ed impressioni personali?
S: Sì, per coloro che sono aperti a quel tipo di espressione.

R: Se pensi ai social network e all’invasione della tecnologia nel nostro mondo, anche in quello musicale, vedi più un nemico da combattere o una possibilità da cogliere?
S: Non c’è mai bisogno di combattere. Semplicemente abbraccialo, e cerca di capire come incorporarlo.

R: Parlando del tuo stile musicale, quali sono i cantanti o cantautori che indicheresti come le tue principali influenze?
S: PJ Harvey, Patti Smith, John Cale, Mama Cass, Neil Young. Mio padre poi mi portò ad un concerto dei Kinks quando ero molto piccola, mentre mia madre mi portava a vedere i musical. Penso che questo possa riassumere il tutto, ahahah.

R: Che ruolo e che importanza ha il tuo essere donna nella tua musica? Pensi che la tua musica possa essere definita come un approccio femminile al folk?
S: Cerco solo di essere onesta. Cerco di non nascondermi dietro ruoli o maschere. E soprattutto non punto a fare prediche femministe. Il femminismo è un movimento che parla di uguaglianza, quindi concentrare l’attenzione sul fatto che io sono una donna non avrebbe senso, non sarebbe un atteggiamento produttivo.
Cerco solamente di fare in modo che i tratti della mia personalità si mostrino con naturalezza nei miei testi, e nel mio modo di suonare e cantare.

R: Nella tua percezione, quale potrebbe essere definito come il tuo album più rappresentativo? Intendo quello dove senti che parole e musica rappresentano in pieno quello che volevi comunicare…
S: Penso che “Tramp” mi rappresenti in pieno, semplicemente perché nel disco mi sono permessa di essere maggiormente “me”, molto più di quanto non abbia mai fatto in precedenza. Oggi sono decisamente più consapevole e sicura di me di quanto non sia mai stata in passato.

R: Come descriveresti la tua attuale fase creativa?
S: Aperta.

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