School of Seven Bells – Ghostory (+ Intervista)

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Se prima erano in tre, ora sono rimasti in due: Alejandra Deheza e Benjamin Curtis, nucleo residuale degli School of Seven Bells, hanno perso la collaborazione della sorella di Alejandra, Claudia, ritiratasi per motivi personali…una perdita che ha evidentemente segnato Alejandra, la quale non ha perso tempo per occupare qualsiasi spazio nel pacchetto Ghostory, con il beneplacito del Curtis che in una recente intervista ha sminuito la partecipazione di Claudia nel processo compositivo (e intanto si sono dovuti trovare una corista random per i live…come minimo, ci starebbe tutta una puntata di Pomeriggio5 sul senso di fratellanza).

Sono arrivati al terzo disco e sfornano un concept album che narra la storia di una giovane ragazza di nome Lafaye tormentata dai fantasmi del passato, dall’amore che entra ed esce dalla sua vita quasi come un demone parassitario; e giustamente l’atmosfera è molto ectoplasmatica, ma il tutto rimane ad un livello superficiale: hanno fatto bene i compiti a casa, ma manca l’elemento trascinante, come era successo con ‘Iamundernodisguise‘, perla di Alpinism.

In ogni caso, l’onnipresente reverb e l’atmosfera da pubblicità dell’acqua Levissima fanno sempre il loro effetto, soprattutto in Love play e Show me love (forse le meno plastificate del disco), sempre in equilibrio tra dream pop e shoegaze. Stupisce White Wind, piuttosto cattivella, come l’attacco di un poltergeist prima dello scioglimento finale in When you sing, ritmata chiusura da otto minuti in pieno stile concept. Gli mancano giusto dodici minuti per essere prog.

Intervista ad Alejandra Deheza

 

Con ‘Ghostory’ siete arrivati al terzo disco: lo percepite come il naturale prosieguo del vostro percorso o come un punto di svolta, considerando anche i mutamenti interni alla line-up?
Dal punto di vista del suono, penso sia stato un’evoluzione molto naturale per noi. Ma il fatto che le persone si aspettassero qualcosa di diverso da noi è stato fonte di ispirazione per fare qualcosa di completamente nuovo. Il cambiamento mi ha sempre ispirata. Abbiamo attraversato così tanti cambiamenti di line-up in questi anni che abbiamo imparato come usare la cosa a nostro vantaggio. Abbiamo cominciato in due, poi siamo diventati cinque, quattro, tre, e di nuovo quattro. Abbiamo molta esperienza.

Siete spesso considerati discepoli di band quali Cocteau Twins, My Bloody Valentines e Siouxsie and The Banshees: alla lunga, vi pesa o ne siete sempre orgogliosi?
Chi non sarebbe orgoglioso di questi accostamenti. È una lista fantastica. Se le persone ci associano a band che amano, per me è una buona cosa.

È nota la vostra propensione alla visualizzazione del suono: se poteste comporre la colonna sonora di un film, quale sarebbe? Dal momento che ‘Ghostory’ è un concept album, vi interesserebbe trasporlo per il cinema?
La scena d’apertura in slow motion di Melancholia potrei guardarla tutto il giorno. Vorrei farne una “SVIIB version” giusto per poter fare la stessa cosa. Lafaye genererebbe un film particolarmente intenso. Sarebbe bellissimo.

Vi siete trovati durante un tour degli Interpol e avete scelto di chiamarvi come una scuola per ladruncoli: atto sovversivo o coincidenza?
Cospirazione.

Cominci a sentire il peso dell’essere la frontwoman del gruppo?
Non ho mai visto la cosa in questo senso. Non ci penso quando sono sul palco. Penso che al centro ci sia la canzone. La canzone è il motivo per cui i fans sono lì. So che è questo ciò che amo, ciò che mi spinge a suonare dal vivo. Non esisterebbe concerto senza ogni singolo musicista sul palco. Quale peso? No. Faccio il lavoro più bello del mondo. Il peso non è proprio contemplato.