Sigur Rós – Valtari

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Il ritorno dei Sigur Rós, oltre ad essere una buona notizia per tutti gli occhichiusi, sancisce definitivamente che nemmeno gli scioglimenti delle band sono definitivi, pure quando vengono annunciati come tali. In molti casi le reunion sono solo un modo per raschiare il fondo del barile, ma guardando le facce angeliche e  ascoltando il tipo di musica dei quattro islandesi (non proprio il genere da hit parade) è difficile credere sia questo il caso.

Dev’essere stata la nostalgia a spingere i Sigur Rós di nuovo insieme, i cui componenti pazientemente hanno atteso le “scorribande” della loro voce, Jónsi Birgisson, preso tra il suo album solista e quello con il suo compagno Alex sotto il moniker Riceboy Sleeps. O molto più semplicemente si è trattato una mossa saggia per tirare un po’ il fiato e trovare nuovi stimoli per la registrazione di un nuovo lavoro. Alcuni dei pezzi del loro sesto parto creativo (EP esclusi), stando alle loro dichiarazioni, erano già parzialmente pronti da qualche anno ed attendevano soltanto di essere incisi e riassemblati con più calma.

Per i loro standard un album quasi breve, che, a parte questo frivolo dettaglio, mostra un netto ritorno alle origini dopo la virata più acustica – e soprattutto, ritmica – del disco con cui ci avevano lasciati. Già il titolo fa presagire questa scelta: nella mente di Birgisson  l’immagine che ha ispirato Valtari – la canzone che dà il titolo all’album –  è un rullo compressore (traduzione letterale della parola) che si muove a rallentatore.

In tutti i brani non mancano i tratti distintivi che hanno reso unica questa band: dalle armonie vocali, ai lenti crescendo corali ai fatati accompagnamenti d’archi. La partenza di Ég anda, con i sublimi vocalizzi di Jonsi che (dopo una lunga evoluzione) aprono la strada agli archi, fa capire fin da subito che i Sigur Rós di qualche anno fa sono tornati; a differenza di quelli però qui troviamo qualche loop pre-registrato piuttosto che i riverberi di chitarra a cui ci avevano abituato. La cosa si ripete anche – e non solo – nel pezzo successivo, Ekki mùk, che presenta una struttura abbastanza simile al pezzo di apertura. Nella seguente Varúð si palesa una delle poche novità sonore, ossia un attacco affidato a un piano un po’ distorto, perfetto per questo brano dal mood un po’ più malinconico ed emotivo rispetto ai precedenti.  Rembihnútur, il pezzo immediatamente successivo, sboccia su un solco ambient vagamente oscuro, immediatamente (per gli standard temporali sigurrosici) soppiantato da un piano e dei glockenspiel che tornano a far splendere il sole ricacciando via le nubi; unica pecca è che il brano sembra risolversi un po’ troppo frettolosamente, non sviluppando appieno il potenziale di pathos che sembrava avere “in canna”.

Dauðalogn ha invece un impianto più minimale, con la voce di Jonsi ben in primo piano, sostenuta da qualche effetto elettronico e dei cori un po’ gotici molto sottotraccia. Varðeldur, uno dei tre pezzi strumentali che chiudono l’album, segue questa sorta di involuzione, con una semplice melodia affidata ad un piano e degli effetti a fare a sfondo sonoro, cui si aggiungono più in là dei glockenspiel e dei cori a rendere l’atmosfera più celestiale. Della stessa fattura sono le successive Valtari, che strizza un po’ l’occhio alla post-classica (che quindi grazie ai Sigur Rós potrebbe essere la prossima “scena”) e la conclusiva Fjögur píanó, ancora più minimale quanto a composizione, ma  non  per questo meno suggestiva.

Impossibile non restare ammaliati dalla maestria con cui Valtari è stato composto e curato nei minimi dettagli, percepibili solo dopo assidui ascolti; è una perfetta fotografia che mostra in tutto il suo fulgore la maturità artistica del gruppo. A onor di obiettività bisogna dire però che l’enorme talento che anche a questa tornata questi quattro figli della terra del ghiaccio hanno mostrato forse, a quattro anni di distanza dalla loro ultima uscita, poteva essere usato per creare un disco un po’ più audace e che continuasse quell’ideale percorso di innovazione iniziato con Með Suð í Eyrum Við Spilum Endalaust. Rimane un po’ di amaro in bocca, pensando che per qualcosa di più succulento (almeno si spera) dovremo aspettare  ancora un po’.

Sempre che non cambino idea e decidano nuovamente di sciogliersi…