Intervista ai Confusional Quartet: “Sempre fuori dagli schemi, mai adatti”

È come trattenere il respiro per troppo tempo: alla fine o muori, o esplodi con impeto per tornare a dare aria ai polmoni. E l’ultimo disco dei Confusional Quartet è decisamente focalizzato su questo: la boccata d’aria che ci voleva e che stavo aspettando.
Loro, che gli anni ’70 li hanno vissuti nei suoni più forti e prepotenti di quel periodo, dopo un lungo silenzio sono tornati a farsi sentire con un lavoro notevole. Laddove il panorama italiano sta riscoprendo lati cantautorali intimistici ed è sovraffollato da suoni pop per lo più simili fra loro, ecco che qualcosa si smuove. E lo fanno i Confusional Quartet, dall’alto dell’esperienza che si portano appresso con una carriera fulminea, che avrebbe dovuto andare avanti ma per volontà loro si è concessa una vacanza.
Lunga quanto basta per poter tornare alla ribalta e prendersi lo spazio che merita.

Confusional Quartet, un nome che identifica in parte il vostro stile: un misto fra punk, new wave e rock sperimentale. Cos’è cambiato a livello di sound oggi rispetto a 30 anni fa, quando vi siete formati? E cosa c’è di differente – se qualcosa di diverso c’è – nei Confusional Quartet di oggi rispetto a quelli di un tempo?
Il progetto ha degli aspetti completamente folli. Troppo giovani allora, troppo vecchi oggi, sempre fuori dagli schemi, mai “adatti” od “omologati”. Stranamente o, per meglio dire sorprendentemente, ricominciare a suonare insieme ha fatto sì che il meccanismo che esisteva all’interno della band fosse ancora intatto da allora: il modo di fare i pezzi, di trovarsi negli stacchi, nelle frasi melodiche…era lì che ci aspettava dopo oltre 30 anni di sospensione!
Il CQ si è sempre espresso con libertà, oggi il suono è più cattivo, più corposo, non c’è più posto per la plastica colorata di Fiorucci o per i giochini postmoderni. Oggi è tutto più pesante.

A proposito di questi 30 anni, è stata una lunga pausa quella che vi siete presi: cosa vi ha spinto a tornare nuovamente in scena oggi? C’è forse la voglia di far riemergere suoni differenti in un panorama che sembra invaso dall’indie pop?
Ci siamo rimessi a suonare insieme semplicemente per caso e perché abbiamo provato un grande piacere nel farlo. Poi che da questo siano uscite cose che ci sono sembrate interessanti e che quindi hanno messo in moto una produzione sia discografica che live è stato il passo successivo. Più che parlare di indie pop e di qualsiasi cosa occupi oggi la “scena”, la cosa che ci sentiamo di dire è che ci piace portare le nostre cose al pubblico, portare “il come le sappiamo fare” e “come le viviamo”. Perchè questa è l’esperienza che recuperiamo e che rilanciamo oggi, esperienza che sentiamo paradossalmente essere ancora provocatoria! Forse anche perché la scena in Italia di oggi è misera e asfittica. Un effetto collaterale di trent’anni di televisione commerciale…

Nel vostro ultimo disco emerge un sound prepotente, ipnotico: al missaggio Giulio Ragno Favero, un brano scritto con Sir Cornelius Bob Rifo. Come sono nate queste collaborazioni?
Bob è un amico e ci piaceva l’idea di scrivere un pezzo con lui creando un cortocircuito sia generazionale sia musicale, Giulio ha fatto un gran lavoro ed è stato coinvolto per mixare un disco che, noi per primi, volevamo avesse suoni duri e contemporanei.

Cosa significa per voi comporre un pezzo? La parola d’ordine con i CF sembra sia “sperimentare”: nessuna regola, nessun canone prestabilito.
Sperimentare è un’altra cosa… in realtà abbiamo dei dati fissi da cui partire: noi 4 e i nostri strumenti… poi suoniamo in una sorta di jam session dove tutti cercano di costruire insieme dei momenti musicali… non improvvisazioni di stampo jazzistico, ascoltare il nostro penultimo album”ITALIA calibro X” in questo senso è molto esplicativo, lì abbiamo registrato le prime ssessioni fatte dopo i 30anni di distacco, lì si capisce come suoniamo insieme in sala prove…
Poi da queste “suonate” le idee migliori vengono isolate e ci si lavora attorno per avere un brano con abbia una struttura e una sua pulsazione.

A livello discografico, quali sono le differenze che riscontrate oggi rispetto ai vostri esordi?
Il CQ si è sempre mosso in un ambito alternativo e in questo senso il mondo discografico italiano è cambiato molto poco. Sono cambiati i modi e le strategie legate al mutamento generale del mondo musicale ma in generela le difficoltà sono sempre le medesime.

Cosa pensate dell’industria musicale attuale?
Ne pensiamo talmente tanto che servirebbe un giorno intero per rispondere a questa domanda. Sintetizziamo dicendo che il problema vero è la situazione culturale in Italia, non l’industria musicale.

C’è un aneddoto dei vostri esordi che ricordate particolarmente?
Le riunioni di preparazione al Bologna Rock dove venivamo attaccati regolarmente da quasi tutti gli altri gruppi perché ritenevano fossimo fuori luogo in una manifestazione del genere. Il quotidiano locale scrisse, il giorno dopo nel recensire l’evento, che l’inizio del concerto del CQ era stata l’unica cosa veramente punk della serata…

Chi pensate possa essere l’artista (o il gruppo) che vi ha influenzati maggiormente nelle vostre scelte compositive?
Da ragazzini gli Area e gli artisti della scena new wave, no wave specialmente americana ma a livello di attitudine, a livello compositivo, facciamo quello che ci pare

Una serata tranquilla, tempo a disposizione per rilassarsi. Qual’è il disco che i CF ascolterebbero volentieri?
i grilli…