Democrazia #24 – Marco Achtner – Supertopaz – Ufficio Sinistri

Bentrovati in questo 2013, cari musicisti e lettori di Democrazia. La novità che questo anno ci porta è che lasceremo parte dell’incombenza della scelta dei recensiti mensili ai colleghi del sito di Zimbalam, che si occupano di distribuire, vendere e pagare gli artisti che utilizzano la piattaforma di distribuzione digitale. Già da tempo abbiamo decretato il profondo stato comatoso delle etichette italiane, soppiantate ormai appunto da home recording, crowdfunding e distribuzione digitale, cerchiamo quindi di andare anche noi oltre il solito rapporto fra ufficio stampa e recensore, le tonnellate di mail che riceviamo, i recall, le continue richieste di recensire questo o quel disco, le newsletter vanagloriose ed anche le rappresaglie post recensione… naturalmente sappiamo che queste sono le normali regole del gioco, in fondo non possiamo lamentarci, ma se possiamo demandare parte di questo ad altri…beh tutto di guadagnato. Quindi d’ora in poi Zimbalam ci darà una mano ad indicarci le tre migliori proposte del mese… (stiamo valutando se inserirne una quarta) ciò non vuol dire che necessariamente saranno le migliori anche per noi: non saremo mai dei vili marchettari e manterremo sempre vivo lo spirito della rubrica: dare un parere onesto e senza peli sulla lingua agli artisti che hanno la (s)fortuna di essere recensiti, dare una opinione sincera, quella che non avrete mai dai vostri amici, compari, parenti.

Il primo di questa puntata è Marco Achtner da Roma, professione Dj, che esce con il suo mini-album L’ultima volta. Siete fra quelli che sentono la mancanza degli anni d’oro della eurodance? Non state aspettando nient’altro che il Tiesto italiano? Sareste così coraggiosi da ascoltare un artista che mescola il logorroico spleen post-adolescenziale di Vasco Brondi al tunz tunz degli Eiffel 65? Allora Marco è l’artista che fa per voi. E’ una roba che personalmente mi manda in pappa il cervello: lungo tutto l’ascolto dell’album, il mio umore oscilla fra l’irritazione pesante ed i momenti in cui mi metterei in ginocchio ad urlare “genio!” a seconda dei brani che si susseguono. Posto che musicalmente l’album è, come già detto, un compendio di tutto lo scibile dell’eurodance con i suoi clichè melodici, ciò che fa la differenza nei brani sono i testi, onnipresenti, lunghi, insomma davvero tante tante parole che un pò mi ricordano anche lo stile di Max Pezzali, soprattutto nei pezzi a tema amoroso  (come Capo Verde  ad esempio, oppure L’ultima volta, affetti da tematiche davvero troppo da terza media, ma comunque coerenti con lo stile di chi fa musica per le masse). Il vero colpo di genio arriva invece con Canzoni di merda, che potrebbe essere tranquillamente eletto ad inno musicale generazionale di questi cazzo di anni 10: “Canteremo canzoni di merda sdraiati sull’erba, sdraiati sull’erba. Canteremo canzoni di merda…” è un ritornello killer che non è riuscito nemmeno a chi, pubblicando il proprio sorprendente album d’esordio, le canzoni di merda per pariolini liceali annoiati le ha fatte per davvero. L’unica cosa che in generale dovrebbe essere rivista in un lavoro come questo, è il conflitto fra testi e musica, che in continuazione si rubano l’attenzione a vicenda: davvero difficile riuscire a mantenere l’attenzione su una cosa sola.

Da Cremona arrivano invece i Supertopaz, con l’EP di (purtroppo) soli 3 brani Turbotopaz. E’ uno ed uno solo il nome a cui questo duo fa riferimento in maniera sfacciata: Daft Punk. E qui potrei fermarmi con la recensione, nel senso che davvero potrei non avere più nulla  da dire di fronte a questo progetto, che è un preciso copycat del duo francese. I brani funzionano, la produzione è  ottima nella tipica commistione di riferimenti electro anni ’80 e chitarre sintetizzate anni ’90, la fruibilità da parte del pubblico è oltretutto assolutamente facilitata dal fatto che lo stile sia già stato ben digerito dal mainstream circa una quindicina di anni fa. In ogni caso questa non può essere una recensione negativa, perchè i Supertopaz sanno benissimo quello che fanno e sanno dove mettere le mani, e sanno pure come far funzionare bene la loro musica, ma lo sanno fare perchè l’hanno preso totalmente da qualcun altro. Quindi allo stesso tempo non può essere nemmeno una recensione positiva, perchè non riesco a riconoscere nulla di personale in queste tre tracce della coppia cremonese. Prendiamo atto che i Turbotopaz sono i Daft Punk italiani nel 2013 e ci va bene così.

 

Fra Milano e Varese operano invece gli Ufficio Sinistri presentandoci Veleno, un album di ben 15 tracce (chi troppo, chi troppo poco…). Partendo dal presupposto che forse troppa carne al fuoco alla fine faccia sì che solo qualche pezzo arrivi in tavola cotto al punto giusto, ci troviamo di fronte al tipico gruppo “mischione” composta da musicisti con esperienze tutte diverse fra loro che alla fine risultano nel tipico compromesso musicale della band italiana, una via di mezzo fra Meganoidi, Negrita e Litfiba, che va benissimo per il radio play, ma va malissimo nel creare vera affezione da parte del pubblico. In Ora et labora troviamo testi rappati dal tono sociale-accusatorio su quanto faccia cagare per i giovani vivere in Italia (grazie della puntualizzazione…), digressioni metallare crossover in Vento contro vento, tempi ska in Riflesso, un pizzico di rap anni ’90 alla Frank Hi NRG dentro Per chi non crede al caso…insomma l’ascolto di questo album è davvero pesante. Pesante perchè la continua commistione di generi rende tutto decisamente slegato, pesante perchè le tematiche di denuncia sono di per sè difficili da digerire dal pubblico, ed infine pesante perchè la troppa serietà e la mancanza di ironia rendono il tutto cupo, negativo, al limite del lagnoso (sì vabbè, viviamo tempi di merda, e allora?…).  D’altra parte gli Ufficio Sinistri sarebbero una band perfetta da inserire nel circuito dei centri sociali, delle feste dell’unità e dei concerti da primo maggio, ma davvero difficili da far digerire all’ascoltatore medio radiofonico. Il mio consiglio è di dare ascolto a chi riesce a trattare di argomenti politici e sociali nei testi senza sembrare il solito tritapalle moralizzatore delle masse, uno come Fabri Fibra o magari Caparezza ad esempio, e di mollare questo atteggiamento di assoluta serietà e troppo depresso stile anni ’90.