Democrazia #25 – Electric Sarajevo – Fadà – Giangrande

La polemica più alla moda in questo periodo riguarda sicuramente il crowdfunding ed il suo utilizzo. Lasciando da parte gli attori che hanno messo in piedi il solito ignobile teatrino fatto di velate accuse reciproche, cose dette a mezza bocca ed evidenti buchi di memoria, personalmente credo che il problema non risieda nel crowdfunding in sé stesso, ma nell’utilizzo che un artista ne fa. In generale il crowdfunding, che viene presentato come il più innovativo modo di finanziare la musica emergente di nuovi artisti, a me suona invece come la tipica cosa che solo alcuni artisti già affermati possono permettersi, cioè quelli che hanno fans che ancora vogliono pagare per sentire nuovi lavori del loro artista preferito, mentre i piccoli artisti nascenti saranno sempre costretti a guadagnarsi i soldi in altro modo, magari lavorando (brutta, bruttissima parola…). Più in particolare, se come ho detto prima, trovo lecito che venga usato per la produzione di un nuovo album, ma credo che le richieste di soldi per girare videoclip promozionali o mandare in tour delle band, siano totalmente uno spreco di soldi senza valore aggiunto, anzi credo che richieste del genere sfocino in una sorta di egoismo artistoide dove l’artista incompreso (che non riesce a suonare live) debba ricevere per forza quello che il confronto con il mercato non gli ha concesso.  In generale se proprio uno deve sganciare di tasca propria, oltretutto in anticipo e sulla fiducia, dei soldi, si aspetta in cambio di ricevere qualcosa, e non solo un grazie per aver spedito qualcuno a suonare a Bruxelles o al SXSW o vedere un video su Youtube.

Gli Electric Sarajevo da Roma presentano il loro Madrigals, primo lavoro per nove tracce condite da atmosfere malinconiche,  batterie elettroniche dal sound volutamente vintage, chitarre con tonnellate di riverbero e molta elettronica sapientemente piazzata al punto giusto. Finalmente mi capita tra le mani un lavoro di ottima new wave, genere che negli ultimi anni è stato stravolto e dileggiato da centinaia di band che lo hanno reso insopportabilmente modaiolo e privo di ogni sentimento. Quindi a pensar male potremmo citare i White Lies, ma in questo caso preferisco citare Echo & The Bunnymen. Ottima scelta per la band, quella di partire con uno dei brani più incisivi del lavoro, ovvero Lost, Impero, che presenta il disco con promesse che verranno poi mantenute all’interno dei brani che si susseguono: ottime melodie, anche molto radiofoniche ma assolutamente non banali, astuti trucchetti di batteria elettronica e molte interessanti partiture elettroniche che prendono il sopravvento su parti di chitarra che sono decisamente meno interessanti ma assolutamente utili alla riuscita dei brani. Pian piano che si va avanti coi brani, incontriamo pezzi più riusciti (A Revelation) ed altri meno (The Madrigal). La produzione è  coerente e compatta ma soprattutto è molto chiara e nessuno strumento rimane in secondo piano, ma tutti trovano il loro spazio. L’unico appunto che farei è sulla produzione della voce: purtroppo la sensazione è che sia perennemente calante, il che può far gioco nel complesso di una band che vuole proporre qualcosa di cupo, ma alla lunga questa perenne dissonanza che crea appesantisce tantissimo l’ascolto e ne risente in definitiva anche la perfomance.

Di seguito mi si presenta questa Polvere di musica di Fadà, nome d’arte per William Fusco. Già dal primo brano si capisce che ci troviamo di fronte ad un genere molto amato in Italia, quel folk carnascialesco da operetta che come progenitore ha avuto Rino Gaetano e che adesso ha fra i suoi interpreti personaggi come Caparezza, Mannarino, Tricarico ma soprattutto Vinicio Capossela. In questo caso Fadà si presenta davvero come un frullato di tutti i nomi che ho appena citato, e a dire la verità, il risultato è davvero come un frullato: si distinguono tutti i sapori degli ingredienti ed alla fine te lo gusti per quello che è. Devo dire che alcuni brani, fa cui La donna cervello, in effetti dimostrano una personalità molto interessante e la giusta dose di arguzia ed ironia che potrebbero rendere un autore davvero inconfondibile, purtroppo il tutto si perde in episodi meno incisivi dell’album, per cui canzoni come quella citata finiscono per risultare solo dei guizzi in mezzo ad un album che rimane comunque di un buon livello. Forse quello che viene a mancare in questo caso è un crooner carismatico, un racconta-storie che potrebbe rendere ancora più vive le immagini contenute nei vari brani, magari il destino di Fadà è quello di essere autore piuttosto che personaggio.

Terzo ed ultimo della giornata di oggi è Giangrande con Directions, un disco cantautorale nel senso moderno della parola. E si sente fin da subito che su questo album ci ha messo le mani qualcuno che sa il fatto suo: infatti ci metto poco a scoprire che la produzione artistica è stata curata da Benvegnù, che come al solito si dimostra un ottimo direttore della produzione, mantenendo sempre però il suo amore per i Radiohead, per i cambi di accordo fra semitoni, le variazioni a fine brano e tutto quello che ha reso famosa ed inconfondibile questa band. Giangrande ne viene fuori al meglio: è indiscutibilmente un talento della musica italiana e di certo non nuovo ai palcoscenici (chi si ricorda i Punch and Judy?) e cantando in italiano, riesce a mescolare la sua personalità a quella di un Jeff Buckley (cosa che non è riuscita al altri autori italiani come The Niro, che si sono arenati ed arresi alla lingua inglese), ma è anche il primo a cui ho sentito far riferimento ai grandi moderni, come per esempio Bon Iver (nell’intro di Bad Dream ad esempio). Normalmente non premierei l’idea di cantare nello stesso album in italiano, inglese e francese (e perfino uno strumentale!) e nemmeno in questo caso mi sento di farlo: una scelta del genere continua a confondere l’ascoltatore e lo costringe a troppa attenzione per i troppi cambi di lingua, eppure presi uno ad uno i brani riescono ad avere propria vita e funzionano da soli a prescindere.  Anche se davvero, non capisco, perché un autore in italiano così capace vorrebbe scrivere in altre lingue.

  • …il disco di Giangrande è veramente una perla. Grazie della segnalazione! 

  • Arenula

    Informarsi prima di scrivere articoli non farebbe male: The NIro non si è arenato né arreso all’inglese, il suo prossimo album sarà, appunto, in italiano!