Stornoway – Tales Form Terra Firma

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Gli Stornoway sono il classico gruppo buono, ma non troppo. Quello che ti regala belle emozioni senza mai scavare eccessivamente. Quello che nelle sue canzoni mette passione, ma spesso non la faccia. Quello che si nasconde dietro l’estetica luminescente di un folk-pop stereotipato per paura di confrontarsi con un disco vero e complesso, giocando con le strutture del genere per il timore di scontrarsi con i veterani della scena. E nel farlo continua a usare gli stessi motivetti che dir sentiti è un eufemismo. Per carità, non parliamo dei The Lumineers; qui si va un po’ oltre la patina catchy. Ci si stacca da quel perfido giochetto manieristico per approdare a ben altre lande: le terre di Lewis, isola nella quale si trova la ridente cittadina di Stonoway, dalla quale il gruppo prende il nome.

Ovviamente, il mio non vuole essere un attacco spietato, piuttosto sconsolato. Perché? Perché ammetto con piacere che in questo disco vi sono dei bellissimi pezzi, e penso a The Bigger Picture o Knock Me On the Head; pezzi che potrebbero finire per essere ricordarti come il perfetto proseguimento di un percorso musicale decennale che muove i suoi primi passi da prima dei Fleetwood Mac fino ad arrivare ai giorni nostri, fino, potremmo azzardare, ai Grizzly Bear, subdolamente imitati in (A Belated) Invite to Eternity, quarta traccia di questo disco e tra le migliori. Però è come mancasse ancora qualcosa.

Il salto qualitativo dal mio punto di vista si sente. Una maggiore consapevolezza dei propri mezzi e una attenta costruzione di una forma e di contenuti affini ne sono la dimostrazione. Però è un salto che si misura con un righello, quando forse ci si attendeva di perdere di vista la rampa di lancio. Si tende a fare qualcosa di buono ma non troppo, a gettare le armi al primo errore, o, peggio, mascherarne la natura; perché il lavoro complesso, duro, lo lasciamo alla fine. Procrastinatori all’infinto, sperperando possibilità ad ogni passo, come cantano loro stessi in The Great Procrastinator.

Registrato in un garage, dopo essere stato concepito in un camper, Tales From Terra Firma vuole essere metafora e racconto di viaggi, di passioni e scoperte. Così gli Stornoway, muovendosi tra gli scenari a loro più affini, avanzano, ormai al secondo disco – a tre anni di distanza dell’esordio dal nome Beachcomber’s Windowsill – senza aggiungere troppo e senza togliere; una costanza di intenti e di tradizioni sfinente, se la si contestualizza con le infinite derivazioni del folk moderno, ma soddisfacente se la si prende dimenticandosi della innumerevole produzione circostante. Un disco fifty-fifty. Metà conservatore, metà avanguardista. Metà bello, coinvolgente ,dolce e spensierato, e metà ripetitivo, un po’ The Head and The Heart un po’ Mumford & Sons, che deluderà chi naviga già da tempo nella produzione degli Stornoway e simili, ma che farà innamorare chi non sente le pressioni musicali del suo tempo. Ora però ci aspettiamo la consacrazione definitiva, o meglio, ce la auguriamo.