Barzin: “Bilanciare la luce con il buio”

La musica di Barzin poggia le sue intime e segrete fondamenta in un cantautorato profondo e personale dalla spiccata sensibilità poetica, in una forma canzone cadenzata, rarefatta e sommessa votata alla narrazione di sensazioni vissute, alla rimembranza di percezioni private che sfociano lentamente tra le note della sua stessa melodia interiore. Il suo quarto album To Live Alone in That Long Summer, dopo Barzin (2003), My Life In Rooms (2006) e Notes To An Absent Lover (2009), è un compendio di solitudine metropolitana, di tonalità urbane raffinate, di “nebbie estive” che si dilatano lungo le trame sonore dell’esistenza stessa. In questa intervista Barzin ci spalanca le porte delle sue stanze private, aprendo le finestre del suo universo sonoro su un panorama autentico e sincero che, nascendo dal profondo, valica l’essenza dell’essere umano sempre in bilico tra luce e oscurità, solitudine e collettività, alla continua ricerca di un’armonia degli opposti.

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Il titolo To Live Alone In That Long Summer è tratto da un verso di una poesia di Yehuda Amichai intitolata Do Not Accept giusto? Come mai questa scelta?

Amo il lavoro di Yehuda Amichai. È un poeta incredibile! La ragione per cui ho scelto questo titolo non è legata tanto a questa poesia in sé, ma più al fatto che quel preciso verso catturava al meglio il senso di quello che realmente stavo cercando di esprimere nel mio album. Trascorro molto tempo a studiare e comprendere le mille sfumature del linguaggio e della lingua, ma spesso è come se non riuscissi a catturare realmente quello che voglio dire. I poeti sono quelli che per eccellenza riescono a essere padroni della lingua, sono i maestri del linguaggio, così mi è sembrato più opportuno lasciar dire a qualcun altro quello che volevo esprimere.

To Live Alone in That Long Summer sembra quasi essere una continuazione tanto ideale quanto concreta, di Notes To An Absent Lover, album probabilmente più diretto e in un certo senso più “trasparente” di quest’ultimo. Traspare altresì anche una maggiore evoluzione sia dal punto di vista testuale che dal punto di vista sonoro. Cosa accomuna questi due album e cosa li differenzia?

L’album precedente era incentrato sulla perdita di una importante e profonda relazione. Si era concluso qualcosa a cui tenevo particolarmente, a me molto caro, e quando accade qualcosa di simile è difficile che questa situazione non diventi l’elemento essenziale della tua vita. Ci si ritrova a confrontarsi sulla questione di cosa ti renda realmente felice. Così ho trascorso molti anni cercando di elaborare e di comprendere questo cambiamento. Pensavo alla felicità…al fatto che essa può dipendere dalle relazioni con gli altri oppure può essere trovata altrove, in cose prive di relazioni, ad esempio dedicando la propria vita all’arte o a uno scopo preciso.

Se l’album precedente si riferiva alla fine di una relazione, questo nuovo disco si basa invece sull’idea di quale direzione intraprendere quando si apre un grande spazio nella propria vita a causa di una perdita. Credo che una delle differenze principali tra i due album risieda nel linguaggio. Con Notes To An Absent Lover volevo davvero mantenere il linguaggio più semplice possibile. Ho provato a stare lontano da un linguaggio che fosse eccessivamente poetico. Volevo che le parole e il messaggio fossero chiari e diretti, mentre col nuovo album desideravo un linguaggio che risultasse in un certo senso più opaco e aperto a più interpretazioni.

In questo ultimo album sembra che tu sia riuscito a raggiungere a livello stilistico una sorta di equilibrio delle parti…tra luce e oscurità, vuoti e pieni etc. È così? Come hai raggiunto questa armonia?

Molto perspicace. Sono felice che tu sia riuscita a carpire questo aspetto. Se c’è una cosa che volevo ottenere con questo album è proprio l’equilibrio tra la luce e il buio. Mi ricordo di aver scritto tempo fa una nota sul mio taccuino “Bilanciare la luce con il buio”. Era una specie di mantra che ho tenuto bene in mente mentre stavo lavorando all’album. È stato sempre al primo posto nei miei pensieri. Trovo che sia importante cercare di mostrare lo spettro completo dei propri pensieri e delle proprie emozioni. Penso che sia la riflessione più accurata di chi siamo in quanto essere umani. Anche se ci sforziamo di essere persone giuste, credo che sia importante riconoscere quelle qualità che stiamo cercando lontano da noi stessi. Per usare un termine “junghiano”, direi che è importante manifestare le nostre “ombre”. Così ho voluto portare sia la bellezza ma anche il lato più spiacevole delle cose all’interno dell’album. No sono sicuro di essere riuscito a raggiungere questa obiettivo, ma ho fatto uno sforzo cosciente per riuscirci.

Ascoltando l’album si ha la sensazione di trovarsi di fronte a una “finestra socchiusa” sulla solitudine e sulla città in quanto luogo spesso causa di alienazione, di perdita dell’innocenza originaria e spaesamento dell’individuo. Come si sviluppano questi concetti all’interno dell’album e come convivono e si scontrano secondo te nel mondo che ci circonda?

La città svolge un ruolo fondamentale all’interno di questo album. È stato molto importante per me sottolineare la sua rilevanza. Il senso di alienazione e di distacco che stavo tentanto di esplorare nelle canzoni, non solo in me stesso ma anche in quello che sentivo intorno a me, aveva sempre la città come sfondo. Trovo che la città offra un’ampia quantità di distrazione per le persone che sono alla ricerca di diversivi e di vie di fuga dalla solitudine e dalla noia. Quello che amo della città è quel suo essere luogo ideale di incontro tra persone diverse e tra differenti sistemi di valori. Persone alla moda, gli uomini d’affari, gli squattrinati, i truffatori e i giocatori, gli artisti, gli operai che lavorano duro, i senzatetto e molte altre tipologie di persone si mescolano, si incrociano e si incontrano nella città. Ci sono tante energie e contraddizioni nella città. Le puoi trovare tutte lì. Così tanti sogni sono nati e si sono infranti nelle città. L’innocenza è perduta, i cuori si induriscono…È un posto duro che può riuscire a trasformarti in una persona difficile. Puoi perdere te stesso se cerchi di tenere il passo con chi ti sta intorno. Non so come si possa vivere in armonia in un ambiente che a volte può sembrare così ostile e freddo. C’è molta competizione. Tutti si affannano a guadagnare abbastanza soldi per fare la bella vita. Ho voluto catturare un po’ di questa energia e portarla all’interno dell’album.

La velata nostalgia che permea l’ascolto è anche strettamente collegata al bisogno di contatto, al desiderio di connessione con qualcosa o qualcuno. Non è così? Credi inoltre che in fondo anche la solitudine sia salutare e faccia in fondo parte della vita stessa e come tale vada vissuta?

Ho provato a vivere in solitudine per molti anni. Sai, ho un atteggiamento ambivalente nei confronti della solitudine. Da un lato penso che la solitudine sia una parte essenziale della nostra vita. Stiamo in definitiva vivendo nelle nostre menti una vita privata e cerchiamo, nel modo migliore possibile, di condividere con gli altri quello che stiamo sentendo, pensando e vivendo. Quindi forse sarebbe meglio cercare prima di stare bene da soli. Ho sempre pensato che attraverso la solitudine, una persona potrebbe spazzare via le macchie della coscienza, raggiungere una qualche forma di perdono e forse aprire le porte a un nuovo inizio. Ma la solitudine è anche una circostanza difficile da vivere. Io ho scoperto di non essere stato molto bravo a viverla. Credo che per vivere in solitudine si abbia bisogno di disciplina. Troppa solitudine poi non è sicuramente sana. Al contrario può avere un effetto inverso quando si ha intenzione di avvicinarsi alle persone, non perché si ha realmente voglia di stare con loro, ma solo perché si vuole scappare dalla pesantezza della solitudine stessa. Quello che ho imparato è che si ha bisogno di un equilibrio tra solitudine e vita sociale. Stare con gli altri può essere una cosa bellissima. Sì può imparare molto dalle persone, avere delle interessanti conversazioni. Si prova qualcosa di meraviglioso quando si fa qualcosa per la gente, ti senti felice quando fai qualcosa di bello per qualcuno. So che non sto dicendo nulla di nuovo o di particolarmente speciale, ma queste sono alcune delle cose che in prima persona ho dovuto imparare.

Perché questa “finestra” ideale che citavo prima rimane socchiusa e non totalmente aperta. È forse un modo per lasciare uno spazio maggiore all’interpretazione di chi ascolta?

Sì, volevo sicuramente che l’ascoltatore potesse dare la propria personale interpretazione ai brani

La lunga estate”… un “flusso di coscienza”, un’esperienza concreta o tutte e due le cose?

Una lunga estate che si può toccare e sentire…

Sandro Perri, Tony Dekker (Great Lake Swimmers), Daniela Gesundhet (Snowblink), Tamara Lindeman (Wheather Station). Come sono nate le collaborazioni di questo disco?

Nutro un immenso rispetto verso tutti loro. Conosco Tony e Sandro da molti anni e abbiamo suonato insieme in diversi progetti. Tamara e Daniela sono due eccellenti cantautrici di Toronto che ammiro molto, sia per le loro canzoni che per le loro qualità vocali. C’è grande personalità, bellezza e onestà in loro.

Hai pubblicato l’album in Italia, con l’etichetta italiana Ghost Records. Come è nata la collaborazione con loro?

Ho conosciuto Giuseppe Marmina della Ghost Records molti anni fa. E siamo rimasti in contatto tutti questi anni. È una di quelle persone rare e speciali che mi ha supportato sin dall’inizio. Quando ho completato l’album, mi è sembrata l’occasione perfetta per lavorare finalmente insieme. La Ghost Records è gestita anche da Francesco Brezzi, che è un’altra persona fantastica. E così non mi sono lasciato scappare l’opportunità di poter lavorare con questi grandi ragazzi. Sono davvero felice di lavorare con loro a questo album. Hanno fatto un incredibile lavoro di promozione dell’album in Italia.

Andando un po’ a svelare la genesi di alcuni tuoi brani…ci racconti un po’ come è nato Stealing Beauty?

Ho impiegato molti mesi per scrivere il testo di questo brano. Ci ho lavorato su più o meno cinque mesi e quando l’ho finito ho capito che in realtà non era giusto per la canzone. Così ho ricominciato da capo a scrivere una nuova serie di testi. Non volevo che le parole rivelassero completamente il loro significato all’ascoltatore o a me stesso. Volevo che parte del significato fosse nascosto. Molto spesso so cosa voglio dire all’interno di un brano e il mio obiettivo diventa quello di cercare di esprimerlo il più chiaramente possibile. Ma non volevo che accadesse e fosse il caso di questa canzone. Questo è stato in definitiva l’equilibrio che cercavo di raggiungere con Stealing Beauty.

Tornando indietro all’album Notes To An Absent Lover.The Dream Song sembra quasi essere una sorta di “canzone senza sonno” quali significati nasconde?

Ho un chiarissimo ricordo di dove mi trovavo quando ho scritto quella canzone. Vivevo ad Ann Arbor, nel Michigan. Stavo dormendo quel giorno, quando sono stato svegliato da un sogno inquieto e spiacevole. Sono stato pervaso da quella sensazione che senti spesso quando improvvisamente ci si sveglia a metà del sogno…tutti i miei sensi erano vivi, forse un po’ troppo, e ho percepito di più di quanto potessi gestire. È stato come se tutto quello che io non potevo affrontare nella mia vita si liberasse di tutto ciò che l’aveva imprigionato, salendo in superficie nella mia mente cosciente, minacciando di travolgermi. Ad ogni modo, mi sono svegliato da quel sogno e ho cominciato a scrivere questa canzone. E tutto è venuto fuori molto velocemente, quasi completamente. Questo è qualcosa che accade raramente. Volevo catturare la sensazione di essere spaventato da qualcosa di così semplice come un sogno. Ma ho anche voluto catturare tutto quello che avevo di represso – la paura del fallimento come musicista, il raggiungimento della sicurezza e di una condizione di stabilità magari rappresentata dal possedere una casa, ecc.

Quanta finzione e quanta realtà c’è in quello che scrivi?

Non ho mai sentito il bisogno di mettere su carta un concetto a meno che esso non fosse stato qualcosa di vissuto. Naturalmente ci sono sempre lievi abbellimenti, che fanno sempre parte della scrittura. Ma in linea di massima c’è più verità possibile con un pizzico di finzione inserita qua e là.

In conclusione..A volte sembra di percepire che la tua musica prenda maggiormente corpo dalle “cadute” in un senso molto ampio del termine..come se la crisi venisse espiata attraverso l’arte…come se la musica diventasse quasi una sorta di rinascita, un po’ come la fenice che rinasce dalle proprie ceneri…ma qual è la tua principale fonte d’ispirazione?

Ho spesso cercato di capire il perché io faccia musica…e mi sono venute in mente varie teorie sul perché faccio quello che faccio. Il mio tentativo di catturare la bellezza. Il mio tentativo di catturare l’onestà. Il mio tentativo di perdono. Il mio tentativo di modellare me stesso in qualcosa che non sono nella vita reale. Il mio tentativo di esprimere il mio vero sé. Il mio tentativo di governare quelle cose che sento di non avere sotto controllo. Le teorie sono tante, ma non so quale sia quella giusta. Forse tutte o forse nessuna di loro.

C’è un forte senso del sacro in me, sebbene io sia contrario a tutte le forme di religione. E proprio perché rifiuto la religione in quanto tale ho fatto dell’arte il mio credo. È il mio modo di dare un senso al mondo, cercando di dargli una forma e un significato. Volevo che la mia arte giungesse e mi trasformasse in qualcosa di differente. Ho pensato che se potevo essere vicino alla bellezza, cercando di catturarla, poi essa avrebbe toccato e investito anche me.