Umberto Maria Giardini – Protestantesima

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Scendi

Scendi

A patti che ti umiliano

Umiliano un po’ anche me

Che cosa usereste per descrivere la libertà? L’immagine un po’ grossolana e prevedibile di un bambino incosciente che corre giocoso in un prato assolato? Oppure pensereste alla famosa declinazione gaberiana sulla necessità della partecipazione alle scelte sociali, conditio sine qua non per essere davvero liberi? Va da sè che sulla libertà si potrebbe – ed effettivamente lo si è fatto altrove – disquisire pagine su pagine, e sarebbe quantomeno fuoriluogo farlo in una sede così prosaica come quella di una webzine musicale (ancorchè provocazine) come Rocklab.

Quindi perchè cominciare una recensione con questo pesante e irrisolto quesito? Ci sarebbero stati sicuramente altri mille modi di iniziare la descrizione del secondo disco targato Umberto Maria Giardini: avremmo potuto scegliere di farlo tramite un parallelo fra ciò che fu (Moltheni) e ciò che ora è (UMG) Umberto Giardini; avremmo potuto partire da quella tigre spaziale in copertina che punta la sua macro-zampa su di un teschio celestino, a mò di conquista della belva sul mondo umano dominato simbolicamente da quella testa mortale e mortifera. Ma il punto è che quello che più di ogni altra cosa si percepisce, si respira, si assapora in questo disco è la sensazione di pienezza e di umanità nella sua essenza ultima che solo la libertà sa dare: la stessa sensazione che si ha quando ci si sente completamente padroni della propria esistenza, svincolati da obblighi e costrizioni, capaci di prendere e gettare via i lacci del passato o tutto ciò che ci ancora a terra: in una parola, indipendenti.

Ed è proprio quell‘indipendenza, parola stra-abusata nel maneggiare la nostra materia, che ha perso da qualche anno ormai quasi tutto il suo significato originario (il cosiddetto “indie” che non è un genere ma un modo di stare al mondo per un musicista) e che ha fatto sollevare proprio allo stesso Moltheni tutta una serie di strali polemici qualche anno fa, fino a decretarne la sua uscita di scena; beh è proprio questa indipendenza che ritroviamo qui, in questo bellissimo Protestantesima e nel precedente La Dieta dell’Imperatrice. Moltheni aveva completato la sua parabola, consegnandoci alcuni dei dischi più belli della storia della musica italiana e doveva per forza di cose morire, per lasciare lo spazio necessario ad essere liberamente tutto ciò che Giardini sentiva l’esigenza di essere. Di questo coraggio e di questa libertà di chiudere un capitolo così prezioso si nutre anche Protestantesima, un disco non facile, raramente accattivante, che difficilmente vi ritroverete a canticchiare in macchina o sotto una doccia.

I ritmi sono decisamente rallentati, i suoni più marcatamente elettrici, la matrice classic-pop incontra tratti psichedelici, post-rock e financo progressive, le parole perdono il loro senso lineare per acquisire la potenza delle immagini: ci si potrebbe spingere persino a dire che “Protestantesima” sia un disco spirituale, se per spirito si intende la potenza di una forza aliena che guida la musica e ne ispira l’opera, trascendendo una materialità puramente terrena (come in parte è sempre stato in tutto la produzione di Giardini) per elevarla ad un piano superiore, evocativo, che arriva magicamente ai sensi dell’ascoltatore. Ne discende un lavoro particolarmente ispirato, in cui in primissimo piano si staglia la voce di Giardini, potente, pulita (in alcuni casi persino troppo, tanto da sfiorare l’effetto sermone salmodiato come nella title track) a dare forza alla parola che come già detto diventa immaginifica e riprende alcuni stilemi già presenti nel passato:  ritroviamo alcuni accostamenti arditi tipici di Giardini, come ad esempio le ore anfetaminiche di “Protestantesima” che ricordano tanto l’amore antibiotico di “Quasi Nirvana”, ma anche l’improvviso inserimento di elementi più volgari in contesti quasi eterei  come quel fa più male di un palo infuocato nel culo di “C’è chi ottiene e chi pretende”.

Non c’è un fil rouge preciso a tenere insieme le tracce: si parte dalla critica di stampo sociale-moralistico della title track (“ridere non mi fa affatto bene/a chi conviene a chi invece no”) per passare a temi più intimistici come nel trittico più classicamente nello stile Giardini-Moltheni “C’è chi ottiene e chi pretende”/“Amare Male”/“Seconda Madre”, fino ad arrivare a delle canzoni davvero molto particolari e intense che segnano più di altre la nuova cifra stilistica di UMG. “Il Vaso di Pandora” è una splendida cavalcata progressiva di chitarra e batteria che riesce persino a far passare in secondo piano la denuncia, contenuta nel testo, alla vita cocainomane di certa Milano musicale (e soprattutto il riferimento alla “piccola iena” di agnelliana memoria). La piccola perla “Sibilla”, con il suo incedere solenne e magmatico, liquido, e il suo testo visionario, rimane sullo stesso tenore psych e dreamy della ghost track “6 Aprile”, che sembra uscita direttamente da Deserter’s Songs dei Mercury Rev.

A completare il tutto le più acide e sinistre “Urania” (forse il pezzo meno riuscito di tutti), “Molteplici Riflessi” e “Pregando gli alberi in un ottobre da non dimenticare“, in cui la parte dedicata alla batteria respira nel completarsi con tastiere e basso (di cui per lo più si fa deliberatamente a meno, secondo la lezione dell’amata Anna Calvi). Batteria che fra l’altro è un’altra delle grandi protagoniste del disco, prendendosi uno spazio peculiare che riesce a dare una personalità nuova e precisa alle canzoni. Stesso discorso vale per tastiere, moog e flauti che fanno capolino qua e là in maniera molto incisiva e inaspettata.

Con questo secondo capitolo quello di Umberto Maria Giardini ci appare come un percorso maturo, proficuo e assolutamente conseguente che lo ha condotto ad una nuova identità, rispetto alla precedente più sperimentale, meno pop, più dilatata. Una nuova vita che – sia chiaro – non è uno stravolgimento del lavoro portato avanti come Moltheni, anzi, idealmente ci si ritrova con questo nuovo laddove il vecchio ci aveva salutato, ripartendo dall’atmosfera soave e acquatica de “I Segreti del Corallo”; il disco che ci raccontava la bellezza di qualcosa che si rileva tale solo una volta morto. Un monito, un presagio lucido? Quel corallo ci manca, e molto, ma ci possiamo ancora una volta nutrire di bellezza grazie a Protestantesima. E di una rinnovata certezza: Umberto Giardini è davvero un fuoriclasse.
[schema type=”review” name=”Umberto Maria Giardini – Protestantesima” author=”Patrizia Cantelmo” user_review=”5″ min_review=”1″ max_review=”5″ ]