The Orange Revival – Futurecent

Acquista: Voto: (da 1 a 5)

I tempi ormai sono maturi. Per fare cosa? Per sbucciare la banana del futuro. Perché Warhol e Lou Reed ormai sono morti. E la musica, con le cuffie della Apple, si sente davvero bene. Il velluto, una volta per tutte, lasciamolo sottoterra. Meglio andare nudi, con la nostra banana in mano, verso il sole che risorge. Un sole pieno, rotondo, arancione. Per dissetarci, avremo una cassa di birra Fuzz. E se avremo bisogno di un posto dove dormire, citofoneremo a Gesù & Maria Catena, che tanto casa loro è peggio di un porto di mare. O al limite, se ci dice male, ci faremo ospitare in qualche garage, magari nell’Oscuro Club della Moto Ribelle.

Bussiamo. “Chi siete?”, ci chiedono. Siamo tre ragazzi svedesi. Suoniamo in una band. Come ci chiamiamo? The Orange Revival. Abbiamo anche portato il nostro nuovo album, fresco di stampa. Eccolo, s’intitola “Futurecent“.
Il disco gira nel lettore. Sette tracce in tutto. Funziona. Eccome se funziona. Del resto, non è proprio questa la filosofia dei nostri tempi? Intendo dire, “Basta che Funzioni”? E invece no. Purtroppo non basta.

Il fatto è questo: la psichedelia, gli organi alla Hammond, la voce scazzata, le linee di basso fra il punk e il post-punk, i riverberi, il campionamento di un’armonica a bocca che fa tanta simpatia, i giri d’accordi che corrispondono quasi sempre ad uno standard blues privato delle settime, quindi in sostanza un power chord di tonica, uno di quarta, e poi via ad aprire sulla dominante, i brevi fraseggi di chitarra solista che aggiungono sfumature, o qualche grado in più, all’esile spettro armonico. Bene, sono tutte cose belle. Anche se alla lunga ammorbano. Però io, davvero, non mi stancherò mai di ripeterlo: serve una scrittura, ma soprattutto un’intenzione forte, fortissima, per resuscitare i morti dalle tombe, ossia, per riallacciarsi al mito passato e traslarlo nel presente, dando cuore, anima, e carne al neologismo contenuto nel titolo, a quel futuro recente che si presenta come ossimoro, e che a conti fatti si rivela l’ennesima tautologia. Ci vuole ben altro, per riuscire nell’impresa. Occorre essere stregoni, sciamani, pazzi scriteriati, se vogliamo, e non amanuensi dei livelli d’amplificazione, che giocano a fare i primi della classe alle scuole serali giù in garage.

Comunque, bene il loop fra malinconia e rumore in cui si avvita “Carolyn“, brano migliore del disco, bene l’attacco aggressivo di “1999“. E bene anche “All I Need“, che all’inizio suggerisce un interessante ponte fra post-punk e psichedelia, un po’ sulla scia dei The Horrors. Meno bene il fatto che duri otto minuti senz’avere molto altro da dire. Ma la scuola psichedelica, si sa, non pone restrizioni su questo versante, dunque c’è poco da discutere.
Detto ciò, amare un disco è come amare una persona. E quando ami una persona, a meno che non ti rivolgi alla Lacuna Inc., non la puoi dimenticare. Ma in questo caso è diverso. Se questo disco fosse una persona, sarebbe un vicino di posto sulla metro con cui scambi due chiacchiere. Una cosa piacevole, certo. Ma una volta scesi, il ricordo inizierà a sfumare. Più che “futurecente”, evanescente, direi.

Insomma, un’altra corsa sul treno di questi ragazzi me la farei anche, ma senza troppi entusiasmi. Viaggio per viaggio, psichedelia per psichedelia, vorrei riavere la mia Galaxie 500. Subito, ora.