Majakovich – Elefante

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Quest’anno, forse più del solito, fioccano dischi che è una bellezza. Un po’ come i morti, si parva licet. Oppure no. Meglio non fare paragoni. Ché tolti quei pochi profeti e quei pochi cantanti che più ci stanno a cuore, c’è un mare là fuori che rimbomba di cadaveri, e non certo da ieri. Ma prima che la retorica ci porti lontano, cerchiamo di fare il punto della situazione. Perché per una recensione che inizia col piede sbagliato, c’è un disco che invece inizia col piede giusto: “Elefante” dei Majakovich.

Innanzitutto c’è da dire questo: sulle note di presentazione si parla di un presunto equilibrio fra calma e furia che caratterizzerebbe l’album. Beh, mica è tanto vero. Infatti, tolta la traccia iniziale, le restanti nove di tregua ne concedono ben poca. E non è affatto un male, anzi. Adesso potremmo ripiegare su sterili etichette, proprio come fa la critica teatrale che in una scena di “Birdman” viene giustamente cazziata da Riggan Thomson. E come spesso si fa in generale. Cosa c’è in questo “Elefante”? Un po’ di punk? Un po’ di emo? Un po’ di pop? Un po’ di tutto? Sarà, ma questo disco, al di là delle solite derivazioni, riesce a lasciare un’impronta tutta sua. Se non formato Elefante, quantomeno formato Majakovich.

La title-track procede a passo d’oca da un avvio marziale barra cameristico, a tratti filtrato da manopole sintetiche, verso una coda che accumula strumenti in crescendo nello spettro sonoro. È un primo pezzo straniante, per niente scontato, che strutturalmente sembra dialogare con l’“Overture” di “Alaska” dei Fast Animals & Slow Kids. Da qui in poi, l’Elefante rivela la sua vera natura. Ossia quella di un disco fatto di canzoni, di ritornelli potenti, di riff studiati per rassodarci le chiappe ai concerti. E di testi che riflettono, da varie angolazioni, sulle contraddizioni dei nostri tempi: così local e così global, rapidi eppure statici, sociali e insieme sociopatici.

Alcune trovate d’arrangiamento, sapientemente dosate, impreziosiscono brani che hanno già dalla loro un’innegabile efficacia melodica ( Aprile; Diecimila Ore; Casa). Spettri dei FASK incombono anche sull’interpretazione vocale e sulle liriche di “L’ultimo istante prima di partire”, ricordandoci, in almeno un passaggio, “Come reagire al presente”. In tutti i sensi.

Per finire, siamo contenti di ritrovare, agli albori del 2016, in mezzo al continuo abbuffarsi della commare secca, e a ‘sto punto bulimica, una band viva e vitale come i Majakovich, che giunti al terzo lavoro sulla lunga distanza hanno composto quella che, finora, è la loro prova migliore. È una battuta del cazzo, lo so, e magari qualcuno l’avrà già fatta, ma il disco prima era peggio.