And So Your Life Is Ruined – Rivincite

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A Rimini ci si diverte, ma non troppo. A Rimini si passano dei bei momenti, ma mentre li vivi, ecco che sembrano già ricordi. La verità è che a Rimini ci si annoia, come nella Rimini di Fellini, quella ricreata ne “I Vitelloni”. Ma dimenticatevi la pernacchia di Alberto Sordi. A Rimini si rimane dentro casa. A Rimini, per tornare a guardare il mare, serve una scusa. A Rimini la depressione avanza, e la gioventù sfiorisce. A Rimini, all’improvviso, ti ritrovi a sorridere. Ma basta un attimo e il nichilismo s’insinua, come il tartaro fra i denti. A Rimini si rivanga il passato. A Rimini, come in ogni luogo, la vita non ha senso. Ma bisogna andare avanti. Devi farlo lo stesso. E magari, chissà, in futuro potresti avere la tua rivincita. Ma non ci giurerei. A Rimini si scommette, malgrado tutto. Persino sull’emo, sul post-rock, sul post-hardcore. Come sta facendo questa band. Il suo nome? And So Your Life Is Ruined.

“Rivincite” è il secondo album del gruppo riminese, dopo il self-titled del 2014. Dieci tracce. Ventotto minuti. A dispetto della durata, un disco dilatato, riflessivo, che si prende i suoi tempi, che concede assai poco all’ascoltatore a caccia di slogan, di urla liberatorie. A dire il vero, non sono assenti del tutto. Ma sono dosate col contagocce. Per il resto: arpeggi, arpeggi, arpeggi a non finire. Cambi di tempo e svolte ritmiche, ma mai di stato d’animo. Quasi mai. E confessioni, e pagine di diario strappate, e quadretti quotidiani con persona e tazzina di caffè. Il vuoto. Lo squallore. Il nulla. Gli oggetti che proliferano senza alcun significato. Che rimandano solo ad altri momenti, ormai passati. Il presente dei nostri giorni come un grigio e gigantesco container di ricordi da fotografare, ancora una volta. Da immortalare, con la dovuta colonna sonora. Una specie di natura morta messa in musica.

C’è uno slancio improvviso, ogni tanto. C’è un lampo di vita, ogni tanto. Le chitarre, coi loro arpeggi, sono le protagoniste assolute del disco. Basso, batteria, e voce sono quasi dei dettagli sullo sfondo. C’è una riuscita fusione fra i Don Caballero, gli Slint di “Spiderland”, e i Verdena di “Luna”, in almeno un brano (“Gallerie”). E la sensazione generale è che si stia ascoltando una versione appena più elettrificata del capolavoro eponimo degli American Football. Ma questo disco, che pure ha le sue vette (“Eskimo”, “Edera”, “Il bisogno delle salite”, dove l’emotività della voce ha la meglio sulla destrutturazione del corpo-canzone), non è certo un capolavoro. E forse neanche una rivincita. Piuttosto un primo passo verso qualcosa che in futuro potrebbe essere bellissimo. Adesso, però, c’è questo: chitarre che suonano in una stanza vuota, speranze appese al chiodo, e cuori che battono ancora. Potrebbe bastare, ma potrebbe anche essere una trappola, per quanto esteticamente (in)compiuta. Usciamone, prima che sia troppo tardi.