Contessa & Pezzali: Due Anime a confronto

C’era una volta un ragazzo che raccontava la sua vita, i suoi amori, le sue amicizie. Una storia di provincia. Una storia come tante. La voglia di andar via, le paranoie, gli sbattimenti. E poi il baretto, immancabile. E poi la marcia verso i trenta. Quindi la crisi. Il passaggio generazionale. Gli anni d’oro che svanivano. E i sogni che diventavano realtà, nell’accezione negativa del termine. Eppure, una volta, in quel baretto, c’era il desiderio di scappare, magari in moto, magari su una Harley modello 883.

“Ne parlavamo tanto tanti anni fa
  Di quanto è paranoica questa città
  Della sua gente delle sue manie
  Due discoteche centosei farmacie
  E ci troviamo ancora al punto che
  Si gira in macchina il mattino alle tre
  Alla ricerca di qualcosa che poi
  Cos’è non lo sappiamo nemmeno noi
  Con un deca non si può andar via
  Non ci basta neanche in pizzeria
  Fermati un attimo all’automatico
  Almeno a piedi non ci lascerà
  In questa città”

“Con un deca”,  883

Quel ragazzo è Max Pezzali, la voce degli 883, appunto. Erano ancora gli anni della lira. E con un deca, no, non si poteva andar via. Non bastava neanche in pizzeria. Mutatis mutandis, anche con l’euro le cose son rimaste così. Anzi, il potere d’acquisto si è dimezzato (però dai, se prendi una margherita e una birra piccola te la puoi cavare, almeno in pizzeria, sempre che non ci sia il coperto).

Ad ogni modo, alla fine il ragazzo ce l’ha fatta ad andarsene, ad emanciparsi, ad uscire fuori dal suo microcosmo. Via dal baretto, verso il grande sogno (o il grande incubo). Non a caso nella canzone “Gli Anni” si citano “gli anni di Happy Days e di Ralph Malph”. E i personaggi di Happy Days, si sa, non escono mai fuori dai loro gusci protettivi, che siano il Bar Arnold’s o Casa Cunningham. O meglio, la realtà non arriva mai ad intaccare quello che è il sogno americano, perché le due cose sono un tutt’uno. Non c’è un prima e un dopo per i personaggi di “Happy Days”. Il loro è uno spazio che non conosce tempo, e che non conosce crisi (il massimo dello scandalo è la piccola Joanie che ascolta “Rock around the clock” , con lieve scorno da parte del padre).

Ma siamo pur sempre in Italia, e il sogno americano non può essere come nella sit-com con Ron Howard ed Henry Winkler. Al massimo può essere un orizzonte da seguire, per andarsene lontano. Dunque, bisogna uccidere “Happy Days”. E Max ci è riuscito. Salvo poi scoprire che questo benedetto “american dream”, nel nostro paese, nelle nostre metropoli, non ha cittadinanza. E alla fine sono sempre le birrette con gli amici che ti salvano la vita. Questo, in sostanza, ci racconta la musica degli 883 (con o senza Mauro Repetto): la parabola esistenziale di un ragazzo di provincia che diventa cittadino del mondo, per poi rimpiangere la provincia, quella che ormai non c’è più. Ed ecco che il sogno è diventato un ricordo.

Ma lasciamo stare, per il momento, la vicenda di Max Pezzali, e passiamo a raccontare le gesta di un altro personaggio, la cui strada, come forse era destino,avrebbe incrociato quella del buon Max.

In pratica, è successo questo: un giorno un ragazzo di Roma si è infilato una busta del pane in testa (della panetteria American Apparel), e ha messo in rete un paio di canzoni registrate in casa (“Wes Anderson”, “I Pariolini di diciott’anni”), tramutandosi in fenomeno del web. Così, dal tramonto all’alba.

Quel ragazzo è Niccolò Contessa. Il passo dalla demo casalinga all’album fu breve (in pratica anche l’album sarebbe una demo casalinga). E così si arrivò a “Il sorprendente album d’esordio de I Cani”. Perché è di norma, già da un po’, che i cantautori scelgano nomi d’arte declinati al plurale. Come ad esempio Le Luci della centrale elettrica di Vasco Brondi (messo simpaticamente alla berlina nel brano “Velleità”).

 Cosa ci racconta Niccolò? Ci racconta la vita dei ragazzi (e non i ragazzi d vita) che bazzicano per Roma. Tipo una giovane donzella, aspirante suicida, che vorrebbe fuggire in America, munita di leggins fluorescenti, libri di David Foster Wallace, e Negroni d’ordinanza. Comincia così il primo disco di Niccolò. Con un aperitivo post-maturità. E saremmo già in Zona Pezzali, non fosse per il fatto che questi ragazzi, oramai, di sogni non ne hanno più. Siamo nel terzo millennio, dopo gli anni zero. E se un tempo Pezzali poteva permettersi il lusso di vagheggiare orizzonti di gloria, per poi ricredersi alla triste luce del vero, il suo erede Contessa, esattamente come gli adolescenti e post-adolescenti che abitano il primo disco de I Cani, al massimo può allestire un quadretto desolante e insieme derisorio, fotografando un’umanità, probabilmente la sua e quella delle sue frequentazioni, presuntuosa e ai confini dell’idiozia (di nuovo, “Velleità”). Per Contessa non esistono gli “Anni d’oro”, non esiste il “baretto”. Esistono serate allucinanti, spese a parlarsi addosso, fra una consumazione gratis, un giro al Pigneto, e una corsa allo zozzone per l’ultimo panino. Ma tutto questo senza l’affetto, e il senso d’amicizia, che provava Pezzali nel rievocare le sue nottate sfascione. C’era meno nevrosi, in Pezzali. E c’era anche più spensieratezza. Mentre nelle liriche di Niccolò c’è un proliferare di oggetti, di marche, di dettagli specifici. Ed è quasi un tocco di nichilismo post-consumista alla Bret Easton Ellis.

Perché accomunarli, voglio dire, Pezzali e Contessa? Perché il secondo ha raccolto la staffetta del primo, partendo però dalla fine, ovvero dalla fine delle illusioni. Può sembrare che i personaggi del primo disco de I Cani si illudano, come suggerisce ancora una volta il brano “Velleità”, ma è solo uno sforzo per mantenere salda la facciata. Uno sforzo insensato, inutile. Eppure consapevole, nella sua assurdità. E potremmo dire che se Pezzali è figlio di Happy Days, anche Contessa lo è, ma nel senso della pièce di Samuel Beckett: gente sprofondata fino al collo, che fa finta di niente.

Dovevano incontrarsi, prima o poi. Era scritto nel destino,o meglio, era scritto dentro una canzone. Ovviamente ci riferiamo a “Con un Deca” (nel testo compaiono anche dei cani). Contessa ne realizzò una cover, che compare anche in un disco tributo agli 883 con artisti vari. Negli anni Niccolò è cresciuto, ha trovato un lavoro senza “glamour”, e si è messo a studiare per diventare l’epigono più fiacco di Francesco Bianconi dei Baustelle, come ha dimostrato il recente, ed infausto, “Aurora”. Oltretutto, è anche diventato autore su richiesta, come è già accaduto per il brano “Torta di noi”, presente nel film “La felicità è un sistema complesso” di Gianni Zanasi. E adesso, c’è questo brano, che si intitola “Due Anime”, composto a quattro mani da Pezzali e da Contessa, contenuto nel nuovo greatest hits dell’ex 883. Come definirlo? Un mortorio. Un pop funebre, quasi compiaciuto nella sua stanchezza. Quasi convinto di essere bello, nel suo tentativo abortito di dire una cosa che sia una, fosse anche una scemenza. Un concentrato di frasi pseudo-filosofiche da rubrica dei cuori infranti. Un arrangiamento elettronico sobrio, da austerity della fantasia. Un ritornello che ci vuole coraggio per definirlo tale, e che sembra piuttosto un frontale compositivo al termine di un vicolo cieco melodico. Come anche tutto “Aurora”, del resto. Un vero peccato. Saranno anche solo canzonette, ma dall’incontro fra l’eterno “ragazzo inadeguato”, e l’ex cantore delle due Rome (Parioli e Casilina Vecchia, all’incirca), era lecito aspettarsi qualcosa di più di questa seriosa e noiosa ballata, che vuole tanto essere “adulta”, ma risulta solo pretestuosa. Che brutto Tiromancino che ci hanno giocato.  E comunque, mentre noi ne discutiamo, procede imperterrita la cavalcata di Contessa verso i vertici del pop italiano. E quelle che a noi possono sembrare battute d’arresto, in realtà, sono piccole e graduali progressioni verso un mercato sempre più ampio. Alla faccia di noi detrattori.

“Ti succede mai che sembra tutti parlino una lingua incomprensibile?” (cit. “Due Anime”)

“Tutti i giorni, ragazzi. Sempre di più” (cit. “Me stesso”)