Wild Beasts – Boy King

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La creatura Wild Beasts ha il cuore che parla e la testa che brilla. E lo certifica anche Boy King, quinto album di una carriera relativamente giovane ma precocemente ricca. L’evoluzione che sembrava già perfettamente compiuta in Present Tense (del 2014), adesso pare prendere un’ulteriore curvatura. La piega è quella di stampo sintetico (“Big Cat”), con canzoni che hanno smaltito un po’ di magniloquenza, guadagnando quindi in termini di snellezza.

I Wild Beasts del nuovo lavoro vanno più “veloci”, piazzano strutture ritmiche luccicanti (“Get My Bang”) e si svincolano da qualche zavorra art pop di troppo. Un gruppo come gli Alt-J, per dire, adesso si fa piccolo nello specchietto retrovisore. Forse non è fuori luogo un paragone con i sempre poco gratificati Dutch Uncles. Parlare di asciuttezza è naturalmente una semplificazione ma è evidente che qui c’è una minor ridondanza vocale. Hayden Thorpe conserva il suo timbro androgino ma rivede l’istrionismo e lo dispiega sopra canzoni pop calde, striscianti e come detto, sintetiche.

La fase centrale del disco (“Celestial Creatures”, “2BU” e “He The Colossus”) è il blocco più riuscito. Quando le parti sono in maggior equilibrio si respira un’intensità (non solo vocale) che quasi lambisce i territori del recente capolavoro di ANOHNI. E poi, per forza, ci viene un po’ in mente Bowie. Soprattutto, quel Bowie che addenta i groove  di “Ashes To Ashes” e “Fashion”. Forse per l’atteggiamento più che per il suono in sé. Insomma, c’è quel modo di approcciare gli umori electro/soul/funk che appartiene solo a certi coraggiosi tipi pallidi.

Ascolto dopo ascolto, Boy King sembra un disco quasi impeccabile. La ricerca di un momento davvero fiacco o fuori fase rimane all’incirca infruttuosa. Però, il vero rischio di un lavoro del genere è la permanenza su quello stesso range (emozionale prima ancora che sonoro). Grosso modo si batte (benissimo) sulle stesse corde,  e le dieci canzoni (più il patchwork in posizione bonus) sono un viaggio che, una volta partiti, non riserva sorprese. Almeno non di quelle grossissime. Ci sono album che hanno una o due tracce da repeat ossessivo e lunghi passaggi a rischio skip. Con il nuovo Wild Beasts, invece, anche uno di quegli ascoltatori più smaniosi diventa diligente e se lo ascolta tutto, tutto in fila. Perché Boy King è proprio bello, però è anche un po’ da primi della classe.