Una serata al Quirinetta, ovvero: uno, nessuno e centomila Digitalism

digitalism-qurinetta-rocklab-2016
Al Quirinetta la parola d’ordine è tendenza. Nel centro della capitale, lì dove la sera i giovani sciamano in cerca di avventure, o anche solo di una valida scusa per perdere il proprio tempo, è lì che il rinato Quirinetta Caffè Concerto ha il proprio quartier generale. A due passi da Via del Tritone, e a quattro dal Parlamento. Giovani, e dei più trendy (si diceva una volta, magari non si dice più). In fila per avere salvo il loro angolo di vita notturna. E se parliamo del Quirinetta, se parliamo della sua proposta musicale, abbiamo a che fare con una variegata galleria di ritmi e di linguaggi, più o meno consoni al contesto, comunque stimolanti. Dal rock al pop d’autore, dallo sperimentalismo (im)puro alla semplice voglia d’evasione. Anche l’elettronica di grido, perfino lei, è di casa al Quirinetta. Vedi Sabato 10 Dicembre, vedi la performance dei Digitalism.

C’è un evidente bisogno di sogni sintetici, nel senso dei synth. Un’ evidente richiesta di ritmi spezzati, di battimani a scandire le porzioni di battuta. Un irresistibile richiamo verso le pulsazioni ossessive dei bassi, quasi fossero un muscolo cardiaco capace di unire nel ballo ciò che normalmente viene diviso, lasciato in disparte. I Digitalism, duo tedesco dalla storia più che decennale, sembrano aver fede nella musica come assemblaggio di stili che rinascono. Riconfluiscono. Tre album, altrettante mutazioni, e ancor più innesti. Fra indie-rock e new-millennium-wave. Fra la cantina e il rave. Sonorità ora astratte, rarefatte, ora tangibili e ballabili. Sospensioni del tempo, e calci nel sedere, destinazione dance-floor. Suite immaginifiche, e singoli che ci riportano ai brani dei migliori Bloc Party (“Like eating glass”, ma diamine soprattutto “Flux”). Il nuovo album “Mirage” si è fatto carico di tutto questo, a cinque anni di distanza dal precedente “I Love You Dude”.

Il pubblico di Roma ha risposto con entusiasmo, accorrendo numeroso, oscillando sul posto armato di cocktail, ballando senza risparmio quando c’era da ballare (e ce n’era eccome). Resta solo il dubbio su quali Digitalism preferire. Se quelli più inclini alla canzone new-wave che flirta con l’indie-rock in chiave elettronica, o se invece quelli dediti all’astrazione del suono, alla quiete che contiene la tempesta, alle basilari ma sempre efficaci regole della suspense. E noi, nel costante e quasi impercettibile crescendo di un arpeggiatore, stavamo lì, come imbambolati. Surrogato dei Daft Punk senza maschera? French-touch un tanto al chilo, che ormai ha stufato? Nessuno fra i presenti al Quirinetta sembra essersi posto il problema. I Digitalism non avranno un’identità ben definita, ma qui sta la loro forza. Ascoltandoli, forse, ognuno può trovarci dentro la musica che preferisce. Una playlist in carne, ossa, e macchinari.