Tutto bene a casa Brunori

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Ha un titolo ammiccante il nuovo disco di Brunori Sas, nome di battesimo Dario, all’anagrafe 39 anni. I trentanove anni sono l’età ammiccante per definizione, ogni uomo italico dotato di un minimo di coscienza di classe anagrafica (con conseguente ricaduta sul sociale) lo sa: quel livello di crescita dove puoi sfruttare benissimo l’aspettativa di vita che si allunga a perdita d’occhio in un paese che invecchia con un sentore di lento stillicidio; quell’età in cui, oggi, puoi a giusto titolo considerarti “maturo” ma allo stesso tempo ancora abbastanza giovane, dove ti puoi sedere in quello spazio tra la voglia di dire qualcosa di significativo e l’indolenza del “che ci posso fare” dopo che ti sei guardato attorno, un po’ a destra e un po’ a sinistra.

Ecco, io non vorrei mai essere nei panni di un cantautore che nel 2017, da questa nicchia – la stessa dalla quale una volta arrivavano rumori più assordanti con la pretesa di essere incisivi – ci si mette d’impegno, ma seriamente d’impegno per ridare al cantautorato italiano quello spessore e quella vocazione “sociale” compatta e seria che, a dire il vero, nessun coetaneo di Dario Brunori, me compresa, ha mai vissuto direttamente. Il compito quindi si fa sempre più difficile e io mi chiedo: perché adempiere a tutti i costi a questo compito? Nobile intento dalle radici antiche, indipendentemente dalle tematiche di una “poetica” che è sempre qualcosa di personale, e sulla quale è saggio alzare le mani.

Brunori chiede di cosa devono parlare le canzoni se non d’amore, e poi scrive un disco sulle paure di una generazione, un disco che si apre con un manifesto musicale, il singolo “La verità”, che con la sua melodia ben costruita ha subito conquistato un pubblico eterogeneo, unito da un minimo comune denominatore: la necessità di cullare, sulle note di una canzone, un sentimento di disfatta. Una disfatta tutta reale, però. Pronta per essere cantata e digerita: basta un poco di zucchero e la pillola va giù. Ah sì è proprio vero, non c’abbiamo il coraggio di far niente, è la verità. Cantiamo: di immigrazione, di razzismo, di superficialità da sabato sera, di femminicidio, poveri cristi.

Voler descrivere una generazione è un buon motivo per scrivere un disco? Parto da questa domanda perché questo mi pare abbia cercato di fare Brunori in tutte le tracce di questo nuovo disco, forse per ridarle anche una specie di dignità: l’album (si comprende fin dal primo ascolto) è tutto attraversato dall’intenzione di guardare in faccia le cose come stanno. L’intenzione si percepisce nettamente, ed è forte. I testi vengono prima della musica. È lì che Brunori ha cercato di fare il passaggio verso la sua età adulta. Per questo motivo si è guadagnato nell’arco di pochi giorni l’appellativo di “cantautore impegnato” e il disco è già per molti “un classico”. Cantautore impegnato. Ma impegnato a far cosa? Disimpegnatelo, per carità di Dio.

Questa nostalgia verso un certo cantautorato è diventata come la copertina di flanella nella quale ci arrotoliamo quando fa freddo, e non ne vogliamo più uscire. Questo non è sempre un bene. Finisce che ti chiamano anche “il cantautore della depressione felice” e che la musica diventa un ottimo narcotico. Anche la depressione una volta era una cosa più seria, come testimonia l’esistenza di un cantautore come Marco Masini, che alla fine faceva davvero paura. Sempre per questo motivo io non riesco a dare un voto al disco di Brunori perché sarebbe come dare un voto alla generazione che lo ascolta e che vuole questo cantautorato “giovane” ma con un’anima classica, ovvero qualcuno che canti qualcosa in cui è facile rispecchiarsi, qualcuno che strizza l’occhiolino a nomi più conosciuti, palesemente e, perché no, come gesto di buona educazione. Così c’è tutto: morbidezza, tema sentito, gioco di corrispondenze immediato quando ti senti toccato. Un gioco di specchi non vale l’altro, e un cantautore lo sa quali corde vuole toccare, o perlomeno a me piace pensare che un cantautore lo sappia e su questo poggi il suo percorso artistico, le sue scelte.

Per questo il disco di Brunori è ammiccante, in fondo tocca corde facili: a casa mia si dice, a questo proposito, “è come sparare sulla croce rossa”. Nella messa a fuoco di una generazione, e di un’epoca dove i contenuti han vita breve, anche la cosa più semplice diventa difficile. Si salva l’intenzione, che nel caso di Brunori è buona: una cosa Brunori ha avuto sempre e ha mantenuto anche in questo disco, quell’aria così tenera e familiare, che non può che rendercelo simpatico.