Umberto Maria Giardini – Futuro Proximo

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Quando si discute di Umberto Maria Giardini, abbreviato UMG, l’incertezza è d’obbligo. Vuoi per la fattura ispida, scontrosa, scostante della sua poetica. Vuoi perché, seppur provandoci, non si arriva mai a darne una definizione univoca. L’animale (il poeta) sfugge all’imboscata  interpretativa. Si nasconde nel buio di versi poco decifrabili, negli anfratti di figure retoriche inespugnabili. Forse una tara millenaria. Perché no? Ogni cantante cela un poeta, ogni poeta cova un demone, e con esso un culto per iniziati. Quindi la domanda è: l’opera di UMG (fu Moltheni, anche a Sanremo 2000, con la bella “Nutriente”) è davvero così incomprensibile? No, è solo più faticosa di tante altre (faticoso non è sinonimo di bello, ma qui ci può stare). Nella nostra epoca di deficit (di attenzione, di accudimento, d’innamoramento) l’esperienza estetica si dà in un tempo brevissimo, fulmineo. Peccato mortale.

E se in potenza UMG fosse per la musica quello che Carlo Petrini di Slow Food rappresenta per il cibo? Di certo “Futuro Proximo”, a discapito del suo stesso titolo, è un disco che parla molto, e a tratti molto chiaramente (strano), del presente che abitiamo. Del presente in cui viviamo (ma come, in che modo?). Non è uno scherzetto dai contenuti leggeri. In questo disco, dal primo all’ultimo secondo di durata, c’è un uomo che osserva il proprio mondo, e la propria esistenza, come un cadavere in stato di putrefazione. “Futuro Proximo” altro non è che un’autopsia, fredda e lucida, volta ad indagare le cause di un decesso. Il passato e il presente sono i veri protagonisti. E intanto l’uomo pare chiedersi dove abbia sbagliato, che senso abbia il suo agire, e quali orrori riservi ancora l’irreversibile scorrere del tempo (suo e della razza umana).

Insomma, il passato è un fantasma opaco e persistente, il presente uno scenario liquido. E il futuro un mare nero. Per gran parte nero (come per gran parte lo è la copertina dell’album). Ma “ecco la novità”, come canterebbe Paola Turci. Perché se è vero che il disco liricamente affronta tali questioni senza ricorrere agli espedienti che oggi vanno per la maggiore (schematismo, didascalismo, “spiegonismo”), è altrettanto vero che un disco tanto felice sul piano melodico il nostro Umberto non lo faceva da anni. Forse da parecchi anni. Dopo il rigore e l’austerità de “La Dieta dell’Imperatrice”, e l’e.p “Ognuno di noi è un po’ anticristo” (per chi scrive il capolavoro di questa seconda vita artistica). E dopo la mezza delusione intimista dell’acclamato “Protestantesima” (peccato, la traccia omonima prometteva faville). Ebbene, dopo anni di prove impeccabili sul piano formale, ma per alcuni versi soporifere, UMG ha fatto centro, con orgoglio. 

Tante, tantissime cose in questo lungo percorso. Gli esordi pop-rock sulle orme di Carmen Consoli e della Turci. Canzoni radiofoniche, ma prive della pasta vocale e delle parole adatte a raggiungere il cuore (di panna, di burro) del grande pubblico. Poi la svolta eremitica. Trame sonore sempre più raffinate. Versi che incantano come un vacuo filosofare, rotti da improvvise crudeltà, anche scatologiche. Dunque la fine di Moltheni, alla stregua di uno Ziggy Stardust modello Mtv Brand: New (purché a tarda notte quindi). Un estro creativo mai domo. La ricerca di un suono che innalzi la canzone italiana (in lingua italiana) dai soliti standard (l’ammirazione per Anna Calvi).

“A volte le cose vanno in una direzione opposta a quello che pensavi” (titolo wertmulleriano, ma non è la prima volta) trova uno sbocco melodico facile, forse consolatorio, di quelli riconcilianti (del tipo “ecco, questa è la canzone che volevo da Moltheni, oops, da UMG). Testi spesso inquietanti, stemperati da melodie sentimentali. Contrasto, e insieme acqua sul fuoco. Come il contrasto di un rock di nuovo martellante, di nuovo indiavolato (quasi), e di una voce al solito alata, dolce, o anche adirata. “Futuro Proximo” sembra quindi un disco sul potere parzialmente (falsamente) salvifico della musica. Vero e proprio mezzo di trasmutazione del reale di fatto e del reale percepito in incanto poetico. E quale “Alba Boreale” ci aspetta? Quale sol dell’avvenire? A quanto pare nulla di tutto ciò.

Resta una curiosità: e se questo disco, così grintoso e inaspettato, fosse una promanazione di quel famoso “Forma Mentis”? Di quel tanto vociferato e mai pubblicato album psych/stoner del fu Moltheni? La nostra immaginazione ne ravvisa qualche traccia, di quel capitolo mai ascoltato. E poi l’imperitura certezza che sì, dannazione, viviamo nell’epoca delle passioni tristi e ci vivremo finché polvere sarà di noi. Ad ogni modo “Futuro Proximo” è un decoroso scrigno di canzoni concise (perlopiù), variegate, di cullanti melodie, di parole nemiche dei luoghi comuni. E fa ben sperare, anche se il futuro è già passato.

Data:
Album:
Umberto Maria Giardini - Futuro Proximo
Voto:
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