The Afghan Whigs – In Spades

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5 maggio 2017 Sub Pop theafghanwhigs.com

«Questo non è un disco tematico, ma segue un filo conduttore. Parla di come la memoria finisca per confondersi con il presente molto rapidamente» – Greg Dulli

Sono le stanze della memoria, quelle che custodiscono l’oggi penetrandolo inesorabilmente – con l’uscio aperto verso un passato musicale e di vita – ad arredare l’ultimo album degli Afghan WhigsIn Spades. L’inafferrabilità del ricordo, velato e sfuggente, scava dunque tra i riflessi alterati dell’anima per restituire un disco che trasfigura in musica l’introspezione fugace e caotica dell’esistenza.

In Spades, scritto e prodotto da Greg Dulli e registrato tra New Orleans, Los Angeles, Memphis e Joshua Tree , conserva lo spirito autentico della band, quello tormentato, dolente e in parte irriverente, che dondola tra i solchi di Black Love, 1965 e Gentlemen, giocando coi fantasmi sonori à la Twilight Singers.

Il risultato è un album fatto di suggestioni ritmiche oscuramente introspettive, che mescolano la Black Music e il Soul d’annata con un rock puro e graffiante: stratificazioni di chitarre, pianoforti, archi, fiati, tastiere e scintille di suoni sintetici.

La contemporaneità degli Afghan Whigs di In Spades, inseguita dai simulacri del passato, conduce l’ascoltatore a perlustrare percorsi interiori mai sopiti, nel tentativo di scacciare quei demoni che si insediano nella mente. Una commistione di visioni profane e allucinazioni mistico-esoteriche che permeano l’intero disco; partendo dall’artwork fino ai testi, proprio come nel brano “Demon In Profile” che recita:

You say
you’re ready
If I’m an animal
Let’s get a room real soon
We’ll call it supernatural

Allegorie, atmosfere opache e decadenti, pulsioni erotiche e sofferenze noir scorrono nel flusso di coscienza del disco, manifestando una minor urgenza rispetto alla furiosa disperazione degli esordi pur mantenendo intatto un certo magnetismo.

Arrangiamenti sghembi e archi fanno capolino nell’opener “Birdland”, per poi cedere il passo alle lesioni ritmiche di “Arabian Heights” e alle morbide rovine sonore di “Toy Automatic” e “Oriole”. “Copernicus” è sorretta da ritmi incalzanti e da riff che sfiorano l’Heavy, mentre “Into The Floor” esplode infine con struggente forza.

Un disco diretto, elegante e vero, che non rappresenta solamente la reminiscenza di un passato uguale a se stesso, ma storia viva nel caos dei ricordi, carica di piacere, declino e paura. È la fragilità della vita che apre la sua porta nera su un universo interiore mutevole e in continuo divenire.

Data:
Album:
The Afghan Whigs - In Spades
Voto:
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