La produzione discografica

Quante
volte mentre sfogliamo i booklets dei nostri amati cd ci troviamo di
fronte a diciture come “produttore esecutivo, produttore artistico,
tecnico del suono”? Siamo veramente sicuri di conoscere i compiti
che essi hanno all’interno di un progetto discografico? E siamo veramente
sicuri di come esso si snoda? E come questo progetto diventa un disco
ottico? Con questo speciale il vostro psichedelico Syd cercherà
di fare luce su questi affascinanti argomenti senza avere la pretesa
di fare un racconto per professionisti, ma cercando solo di fornire
agli appassionati delle informazioni poco più che basilari circa
la realizzazione di un disco, le varie fasi che si succedono, le figure
professionali che ci girano intorno andando a esaminarne i compiti.
Pertanto se tra i lettori ci dovessero essere dei professionisti spero
che vorranno cortesemente passarmi certe approssimazioni su questioni
che meriterebbero accurati approfondimenti ma che non rientrano nel
mio momentaneo obiettivo.
Messo in chiaro questo passerei subito a esaminare le figure che, oltre
ai musicisti, prendono parte ad un progetto discografico e in seguito
le varie fasi che si succedono.

Le
figure di un progetto discografico

Produttore
esecutivo

Il produttore esecutivo è colui che finanzia la produzione, è
semplicemente un imprenditore che in qualche modo entra in contatto
con un artista (o un gruppo), ne intravede le potenzialità di
successo, decide di investire sul suo talento (o presunto tale) e lo
porta ad incidere un disco. Fino a qualche tempo fa erano le case discografiche
che finanziavano l’operazione ma oggi esse si occupano nella maggior
parte dei casi solo dell’acquisto del prodotto finito (master) per eventualmente
distribuirlo.

Produttore
artistico

Il produttore artistico è il braccio destro del produttore esecutivo.
Cura gli interessi del produttore esecutivo seguendo attivamente i lavori
in studio di registrazione. Il suo peso ai fini della buona riuscita
dell’opera è importantissimo.Spesso i musicisti e gli artisti
quando entrano in uno studio non hanno le idee ben chiare, entrano in
confusione: qui entra in funzione l’importanza del produttore artistico,
che ha il compito di mantenere vivo l’equilibrio, saper fare scelte
delicate, dare i tempi dei lavori, favorire un’idea piuttosto che un’altra
e, quando il caso lo richiede, alzare la voce poichè nello studio
di registrazione il produttore artistico è l’unico che è
veramente a conoscenza della natura del progetto. E’ lui che ha l’ultima
parola su tutto:una scelta artistica, un arrangiamento, quand’è
il momento di fare una pausa e la riuscita o meno di un disco dipende
moltissimo dalla sua competenza e dalle sue intuizioni artistiche

Tecnico
del suono

Possiamo avere a che fare con tecnici del suono free lance (indipendenti)
o stipendiati dalle case discografiche che poi distribuiranno l’opera.Non
esistono grosse differenze tecniche tra le due figure, esse risiedono
soprattutto nella natura prettamente economica. La scelta di un tecnico
free lance è la più onerosa sotto questo aspetto, perchè
deve sostenere le spese degli spostamenti e addirittura se viene chiamato
a lavorare in uno studio che non conosce si prende un periodo di studio
dell’ambiente dove dovrà eseguire i lavori, prendendo confidenza
con le macchine, le sale ripresa, i microfoni, etc… Il suo approccio
è molto serio, anche avendo a che fare con un giovane tecnico
poiché sa che si deve fare un nome e pertanto cura ogni dettaglio
nel minimo particolare. Viene pagato a forfait, ma se abbiamo a che
fare con un “grosso nome” è probabile che chieda una
partecipazione anche nei diritti sull’opera. Il tecnico stipendiato
dalla casa discografica conosce molto bene lo studio in cui lavora,
ha molti meno rischi, molte meno spese ma nell’ambiente si dice che
questo alla fine favorisca una minore professionalità.

Assistente
di studio

Se vi trovate all’estero a registrare il vostro disco vedrete come l’assistente
abbia un ruolo importante, in quanto aiuta attivamente il tecnico del
suono e a volte addirittura lo sostituisce.Pertanto ci troviamo di fronte
ad una figura competente.
In Italia spesso l’assistente difficilmente è competente e si
adopera più che altro in mansioni di facchinaggio (scarica e
sposta gli strumenti, raccoglie i cavi, … ) e di pulizia dell’ambiente.
Nei grossi studi di registrazione anche questi compiti di normale pulizia
acquisiscono un aspetto di fondamentale importanza, poichè uno
studio ordinato ha più possibilità di essere funzionale
e la pulizia aiuta a rendere più confortevole la permanenza in
studio

Le
fasi di un progetto discografico

Un
progetto discografico non differisce da un qualsiasi altro progetto
di diverso ambito e pertanto va studiato nei minimi dettagli, separandolo
in fasi da affrontare attentamente.

Fase
1 – Pianificazione

In questa prima fase vi partecipano il produttore esecutivo e il produttore
artistico, i quali pianificano i tempi e i costi di realizzazione dell’opera,
i modi (supporti analogici o digitali) e quindi la scelta dello studio.
Sono fattori l’uno legato all’altro, poichè in base alla consistenza
del budget, il produttore sceglie il supporto, dalla scelta del supporto
dipende quindi la scelta dello studio e dell’ingegnere del suono.
Quest’ultimo viene erroneamente lasciato fuori da questa fase: molto
spesso i produttori non sanno cosa succede all’interno di uno studio
di registrazione, non conoscono i problemi che possono saltar fuori
in qualsiasi momento e che potrebbero rallentare i lavori e quindi provocare
dei buchi nel budget. I tempi medi di realizzazione di un disco pop
sono circa di 2 mesi, 18 ore giornaliere di lavoro per un costo medio
che si aggira intorno ai 1000 euro al giorno.
Il produttore esecutivo inoltre deve conoscere quando immettere nel
mercato il prodotto finito, conoscendo la ricettività di quest’ultimo
in un particolare momento.

Fase
2 – Nastro di sessione
Una
volta terminata la pianificazione del progetto il gruppo si presenta
all’ora e nello studio prestabilito per iniziare le sessioni di registrazione.
Quest’ultime han subito notevoli cambiamenti nel tempo a causa dei progressi
tecnologici. I primi esempi di registrazione magnetica si hanno nel
1920, ma è solo con l’avvento della multiregistrazione intorno
alla fine degli anni ’60 che si ha la vera rivoluzione. I primi a sperimentarla
furono i Beatles ai tempi di “Sgt. Pepper…”, con una registrazione
a 4 piste negli studi londinesi di Abbey Road. La multiregistrazione
ha notevoli vantaggi, poichè permette al tecnico di intervenire
sulle singole tracce. Le performance dei musicisti finiscono su delle
tracce separate e uno degli obiettivi di questo passaggio è proprio
quello di ottenere delle informazioni che poi verranno esaminate e modificate
dal tecnico in un secondo momento, tant’è che il tecnico in questa
fase non effettua scelte definitive ma ha cura solo di operare correttamente
la ripresa degli strumenti. E’ una fase molto delicata e che richiede
una conoscenza minuziosa di microfoni, del loro esatto posizionamento
per la buona ripresa , dei giusti livelli di registrazione in più
è fondamentale mettere i musicisti nelle condizioni di esprimersi
al meglio. E’ un modo di registrazione versatile e flessibile che consente
anche di operare delle entrate e uscite di registrazione in particolari
momenti della performance comunemente chiamate punch in/punch out, utilissime
quando si vuol mantenere una performance e correggerne solo una parte.
Quasi sempre le riprese dei vari strumenti vengono eseguite in blocchi
diversi e separati, vale a dire si dedica una giornata alla ripresa
della batteria, la seguente al basso, alla chitarra e via discorrendo.
Ovvio che fino a che tutti non avranno ultimato le proprie performance
nessuno avrà chiaro il risultato finale. Tutte le performance
dei musicisti saranno contenute nel nastro di sessione.

Fase
3 – Mix Down
Una
volta ultimato il nastro di sessione il tecnico procederà al
processo di mixaggio e al bilanciamento delle varie tracce, e successivamente
alla creazione di un ulteriore supporto due piste (destro – sinistro)
stereo, detto Master. Questo è il momento creativo del tecnico
del suono che è chiamato ad apportare delle modifiche di colore
al nastro di sessione, arrivando quasi ad intervenire sull’arrangiamento.
Pertanto il Master conterrà tutte le modifiche e le scelte apportate
al nastro di sessione. Il Master deve essere considerato uno Standard,
perchè esso può essere portato in altri studi per successivi
lavori di mastering, editing, e anche qui le possibilità sono
l’analogico e il digitale. Di solito si creano più master del
solito brano, con regolazioni e bilanciamenti diversi per una scelta
definitiva da farsi in futuro. In più si passa su Master anche
una versione playback con tutti gli strumenti ad eccezione della voce
di cui vengono mantenuti solo gli effetti ad essa applicati: questa
versione del brano viene utilizzata durante degli shows televisivi o
radiofonici, dove spesso non ci sono le condizioni ottimali per una
performance soddisfacente.

Fase
4 – Editing
Il
produttore esecutivo e il produttore artistico adesso posseggono i vari
master dei brani, già mixati in fase di mix-down e a due tracce
stereo, che faranno parte del progetto discografico. Adesso bisogna
scegliere quali brani finiranno su disco. L’editing è proprio
il passaggio che consente l’assemblaggio e il montaggio in sequenza
dei brani (climax), altrimenti detta post-produzione. Oggi l’editing,
anche se le precedenti fasi sono state effettuate in analogico, si usa
farlo in digitale perchè permette delle operazioni che in analogico
sarebbero costose e macchinose. Quasi sempre si producono tre Master
per la produzione di tre formati commerciali: LP – MC – CD. In questa
fase bisogna tener conto della tipologia dei tre formati che differiscono
per caratteristiche dinamiche e sonore. Il cd (16 bit, 44.1 khz) ha
la possibilità di trasportare audio per 74 – 80 minuti di durata
con una risposta dinamico-sonora molto elevata. Nel caso del vinile,
per raggiungere dei livelli di qualità dinamica ideale, non bisogna
superare i 25 minuti per lato. Lo stesso nel caso della versione master
destinato alla musicassetta, che in qualche caso necessiterà
di ulteriori livellamenti per raggiungere una qualità sonora
dignitosa. Data la presenza delle 2 facciate nel caso del vinile e della
musicassetta in questa fase si riesamina l’operazione del climax,
cioè della successione dei brani. Adesso i master che la produzione
si trova in mano sono 3, destinati alle operazioni di transfer su supporti
LP, CD e MC che vedremo nel capitolo successivo.

Fase
5 – Transfer
Il
master destinato ad essere trasferito su LP viene portato in uno studio
che consenta questa operazione. Macchine sofisticatissime leggono il
master, un tornio speciale incide una lacca che potrà essere
letta solo un certo numero di volte. Dalla lacca si passa ad un procedimento
chiamato “galvanica” che fornisce uno stampo in rame dal quale
sarà possibile ottenere i “calchi” per procedere alla
stampa in fabbrica delle copie in vinile richieste dalla produzione.
Anche durante questa fase sarà possibile apportare dei livellamenti
che vanno a correggere la naturale perdita di qualità dinamica
che avviene durante le operazioni di trasferimento da supporto a supporto.
Il master per il passaggio su musicassetta verrà portato in uno
studio detto “a duplicazione veloce”, in cui un registratore
ad alta velocità di duplicazione collegato ad altri registratori
fornirà le copie necessarie. Per il passaggio su CD il master
in questione sarà applicato su macchine costosissime che fabbricheranno
un Master Glass (un cd di vetro) e con una procedura del tutto simile
a quella del vinile si otterranno i “calchi” per la produzione
a livello industriale.

Fase
6 – Marketing e distribuzione
Adesso
che le operazioni tecniche sono terminate la produzione, la casa discografica
passano ad un’indagine oculata per collocare un certo numero di copie
nelle varie zone geografiche in cui il disco sarà destinato,
a seconda della ricettività di tale prodotto. Il disco viene
quindi distribuito e messo in vendita nei negozi che saranno anche informati
sul posizionamento dell’opera nelle vetrine e all’interno del locale.
Un errore qualsiasi in una qualsiasi fase sopra descritta comporta il
fallimento dell’intero progetto. Tutte le fasi devono scorrere in modo
fluido ed è importante che tutti facciano la propria parte nel
migliore dei modi.

REGISTRAZIONE
ANALOGICA o DIGITALE?


E’ possibile registrare in due modi:analogico e digitale. Se
intendiamo lavorare nell’analogico avremo a che fare con macchine
delicatissime dai costi di gestione e manutenzione molto elevati.
La ditta giapponese OTARI e la tedesca STUDER fabbricavano le
macchine analogiche più affidabili e diffuse. Questo
tipo di registrazione si è affermata negli anni 70, con
registratori a bobine aperte e testine stazionarie che contengono
fino a 24 tracce col formato di 2 pollici e uno scorrimento
del nastro che varia dai 15 ai 30 ips (pollice al secondo).
Questo è diventato nel corso degli anni lo standard da
osservare per chi lavora nel mondo dell’analogico. L’affermazione
di uno standard consente di muoversi di studio in studio con
un nastro contenente esecuzioni senza correre il pericolo di
imbattersi in sistemi che non supportino il nostro formato,
facilitando quindi il diffondersi della specializzazione nei
vari processi di produzione, e delineando i confini tra professionale
e amatoriale.
Nella registrazione digitale non si è ancora affermato
uno standard, ma esistono dei sistemi ufficiali dai costi e
dalle prestazioni diversi. I migliori come prestazioni sono
senza dubbio i formati DASH, su macchine Sony e Studer, e PRODIGY,
su Otari e Mitsubishi, dove il primo consente una registrazione
fino a 48 tracce per 24 bit di risoluzione su nastro da mezzo
pollice, mentre il secondo arriva fino a 32 tracce su nastro
di un pollice. Come nel caso dei registratori analogici anche
qui la tipologia costruttiva è a bobine aperte e a testine
stazionarie. Esistono altri tipi di registratori digitali più
economici, visto che hanno utilizzato dei sistemi di progettazione
già diffusi, ma anche meno affidabili, detti modulari,
che però date le loro caratteristiche hanno consentito
il diffondersi di studi di registrazione di dimensioni più
ridotte. I formati sono ADAT (ALESIS – FOSTEX) e TDF-1 (TASCAM
– SONY), che consentono il collegamento sincronizzato per l’ampliamento
della capacità delle tracce ( 8 per macchina) con dei
costi davvero contenuti rispetto all’analogico a ai sistemi
digitali di fascia superiore, ma data la loro natura tecnologica
più economica spesso cadono in perdita di dati. I due
sistemi non sono compatibili e osservano differenze anche nel
formato supportato: S-VHS per ADAT e Hi-8 per TDF-1, entrambi
contengono 8 tracce a 16 bit.
Un altro sistema di registrazione digitale da qualche anno diffuso
e in costante crescita, è l’ HARD DISK RECORDING, caratterizzato
da un computer, una scheda audio e un software di gestione.
Data la recente diffusione si tratta di sistemi ancora poco
stabili e infatti nessun produttore affiderebbe una intera produzione
ad uno studio dotato esclusivamente di questo sistema, anche
se si sono pian piano affermati sistemi come LOGIC, CUBASE e
PRO TOOLS, di cui quest’ultimo è il più diffuso
e anche il più affidabile.
La possibilità di scegliere tra analogico o digitale
si presenta anche per quanto riguarda il trasferimento su master
dopo le operazioni di mix-down al nastro di sessione. Nell’analogico
il formato considerato come standard sono il 1/2 pollice 30
ips e il 1/4 pollice 15 ips, che ha delle caratteristiche di
qualità inferiori. Le ditte che fabbricavano le macchine
più diffuse sono sempre OTARI e STUDER. Nel digitale
il formato che si è affermato è il 1/4 dipollice
15 ips, sia per il sistema Prodigy che Dash.
Nelle fasce inferiori, sempre in ambito digitale, si è
pian piano affermato anche il DAT, capace di registrare audio
digitale a 16 bit con codifica PCM a 44.1 o 48 khz, inizialmente
concepito per il mondo del consumer ma poi diffusosi anche nel
professionale.