Pistoia Blues 2005

Cari amici di RockLab, anche quest’anno mi trovo qui a parlarvi di quello che ormai è diventato un appuntamento fisso del nostro sito; vale a dire il Pistoia Blues Festival. Questa edizione numero 26 del più importante festival italiano dedicato alla musica del diavolo si presentava in modo davvero interessante. In cartellone non comparivano più certi nomi, che con la nostra musica c’entrano davvero poco, ma una serie di artisti strettamente legati al blues. Forse le moltissime critiche ricevute per l’edizione numero 25 hanno indotto gli organizzatori a ridare al blues il suo festival a costo di rinunciare ai grandi incassi che nomi come DT, Santana, G3 e compagnia bella garantiscono; sta di fatto che per questa ventiseiesima edizione l’organizzazione del Pistoia Blues si è affidata a nomi di forte impatto per chi ama il blues, senza però rinunciare ad artisti nuovi ed emergenti. Bene, ora voi vi chiederete: ma alla fine le belle aspettative della vigilia sono state mantenute? Senza tanti indugi rispondo subito SI. A parte un paio di dettagli, che spiegherò meglio più avanti, nel complesso quest’anno le cose hanno funzionato davvero bene. Ma facciamo un passo alla volta e partiamo dall’inizio: Come sempre mi dirigo in terra di Toscana accompagnato dal mio inossidabile ed indistruttibile zio Piero ma per quest’anno la nostra piccola comitiva si allarga: a noi infatti si aggiunge il “professor” Oscar “Air Drummer”. Il viaggio come al solito passa in fretta discorrendo di musica e altro; dopo una breve sosta in albergo e un bel pranzo a base di tipica cucina toscana innaffiata da del buon chianti ci dirigiamo in città. Ci accoglie la solita bella atmosfera del festival con bancarelle e chioschi per birre e panini. Sono circa le 17 quando facciamo un primo sopralluogo in Piazza del Duomo (l’inizio dello spettacolo è previsto per le 19) e con nostra grande sorpresa durante il sound check si presenta sul palco Willy DeVille con tutta la band che regala un graditissimo fuori programma eseguendo “Chieva” e “Come a Little Bit Closer”!!! Inizio migliore non ci poteva essere, Willy appare in grandissima forma e già mi pregusto lo spettacolo che da lì a poche ore ci regalerà Il programma della prima serata è quantomai interessante. Si parte con l’esibizione di Chris Harper accompagnato dalla sua fidata Sharade Blues Band. Il bluesman elvetico offre un gradevole spettacolo incentrato su un bel Chicago Blues di stampo classico con la sua armonica grande protagonista. Purtroppo fin da questa prima esibizione si nota quello che sarà il vero grande fiasco di questa edizione del festival cioè l’acustica. Suoni caotici con bassi troppo alti e strumenti che si accavallano hanno torturato le orecchie degli spettatori per tutti e 3 i giorni del festival. Soprattutto dalla tribuna il suono era a volte quasi fastidioso e ne hanno risentito maggiormente quegli artisti che presentavano una proposta musicale più “potente”, un vero peccato perché delle ottime esibizioni sono state parzialmente rovinate. Dopo lo show di Harper si presenta sul palco il primo “pezzo da novanta” (in tutti i sensi) di questa edizione. Popa Chubby. Nel frattempo la piazza è andata riempiendosi e l’ingresso del chitarrista newyorkese viene salutato da un lungo applauso. Popa sciorina il suo classico hard blues di chiaro stampo hendrixiano ma che non rinuncia ad influenza funky e southern; il suo è uno show muscolare tutto cuore e sudore che ha il suo culmine con le esecuzioni delle travolgenti “Time IS Killing Me” e “How’d a White Boy Get The Blues” con tutto il pubblico a cantare all’unisono. Prova grandiosa di questo instancabile artista che fa capire come mai egli sia uno dei musicisti blues della nuova generazione più amati anche nel nostro paese. Alla fine dello spettacolo tutta la piazza gridava “ Popa-Popa” in una vera e propria ovazione. Il nostro inoltre ci regala anche un bel fuori programma scendendo in mezzo alla gente per firmare autografi e scambiare 4 chiacchiere con i suoi fans. Come tutti i grandi anche Popa Chubby dimostra una immensa umiltà. Bravissimo!!! E’ ora il turno di Willy DeVille. Abito scuro e chioma al vento il nostro ci regala 40 minuti (si purtroppo le esibizioni sono tutte piuttosto brevi) di grande musica. Esegue “Chieva” , “Come a Little Bit Closer”, “Desmaniado Corazon”, “Muddy Water Rose” (sempre devastante dal vivo) ,”Steady Driver Man” (strepitosa!!!) e ciliegina sulla torta la favolosa “Carmelita”!!! Quando ho sentito l’attacco non ci potevo credere, è la prima volta che sento Willy eseguirla dal vivo e l’emozione è stata immensa, davvero da pelle d’oca! Breve pausa, giusto il tempo per una birra e sul palco sale una vera leggenda del blues, il grandissimo James Cotton, uno degli armonicista più grandi di tutti i tempi. Nonostante i suoi 71 anni il buon James continua instancabile la sua attività live. Purtroppo il passare degli anni e il suo amore per whisky e tabacco (prima di salire sul palco si fuma una sigaretta intera in 30 secondi netti!!!) ne hanno irrimediabilmente segnato la voce. James parla a stento con voce bassa e molto roca per cui lascia il compito di cantare al chitarrista della sua band. Lui si limita a sedere su una sedia e a sbuffare nella sua fidatissima armonica. Nonostante questo sentirlo suonare è un vero e proprio piacere che unito all’emozione di trovarsi davanti ad una vera e propria leggenda del blues fa del suo spettacolo uno dei più emozionanti dell’intera 3 giorni. Alla fine il nostro riceve anche il “Pistoia Blues Award” dalle mani dell’assessore alla cultura del comune di Pistoia. Giusto e meritatissimo premio ad un artista unico. A questo punto siamo giunti all’esibizione finale della serata, quella di Chuck Berry. Penso sia inutile dire chi è costui, se Elvis e Jerry Lee Lewis sono le stelle del rock’n roll” Chuck ne è stato l’anima e il motore, credo non esista artista al mondo che non abbia suonato uno dei suoi classici, Dai Beatles agli Stones, da Dylan ai Cream passando per Elvis e Buddy Hooly tutti hanno attinto dal suo immenso repertorio. Ammetto che la curiosità era davvero tanta, per Chuck gli anni sono ormai 80 e non avevo davvero idea di come li portasse. Con mio grande stupore Berry è ancora in grande forma: cappellino da capitano e camicia di palliettes rossa con la sua fedele chitarra a tracolla “The Fhater of R’n’R” è allegro e vivace come un ragazzino, suona e canta (la voce è ancora bella e squillante come una volta) per quasi 50 minuti stando sempre in piedi e alla fine fa salire sul palco una dozzina di ragazze dal pubblico a ballare con lui regalandoci pure il suo celebre “passo dell’oca”!!! Ovvio che qua e là Chuck sbagli qualche nota ma sfido chiunque alla sua età a fare uno show simile (BB King escluso ovviamente). Le sue movenze, le sue espressioni restano inimitabili, questo è l’uomo che inventato la chitarra rock n’ roll, giù il cappello signori. In una occasione come questa non si fa caso a riffs sbagliati o strofe dimenticate (ce ne sono stati parecchi di entrambi ad onor del vero) è il personaggio che fa la serata e francamente sono felicissimo di aver potuto ammirare Chuck Berry dal vivo. Con lui sul palco suonano i figli: il figlio alla chitarra (una strato….) è abbastanza imbarazzante mentre la figlia, voce e armonica ,si comporta in modo egregio. Unico rammarico è che non ha fatto “Johnny B. Goode” ma va bene lo stesso. Si conclude così la prima serata e il bilancio è senza dubbio più che positivo. La giornata di sabato sulla carta è senza dubbio quella più interessante: si parte con lo show dei Tishamingo una giovane band sudista che con il suo secondo album “Wear n’ Tear” ha riscosso un ottimo successo di critica. Il loro è un sound molto debitore a quello della ABB ma non per questo poco personale. I nostri ripropongono i brani dal già citato loro nuovo album con buona carica e personalità. Peccato che i soliti problemi di acustica rendano il loro sound davvero confusionario, grandi brani come “Wasting Time” ,dove le chitarre sono assolute protagoniste e sempre più spesso doppiano la voce, risultano dei pastrocchi, non si sente ne la voce ne la chitarra, un vero peccato. Dopo di loro è il turno di L.D.P un musicista locale del quale onestamente so davvero poco. Il suo è comunque uno show gradevole, il nostro Lorenzo (questo il suo nome) è dotato di una bella voce che sa fondere bene con il suono della sua “diavoletto”, ogni tanto prende qualche stecca alla chitarra ma ci mette tanto cuore e questo basta per farci passare una bella mezzora. Sempre nel nome della buona musica made in italy salgono sul palco gli W.I.N.D. accompagnati dall’immenso Johnny Neel. La band triestina come sempre dal vivo da il meglio di sé regalandoci grandi versioni di “Boogie Man”, “Why Me” e una strepitosa “Whipping Post” omaggio ai maestri della Allman,; davvero tutti bravi ma quando Johnny sciorina la sua voce alla carta di vetro il sound del gruppo fa il vero salto di qualità. Chi era presente al Pistoia Blues del 2003 ha ancora negli occhi il sensazionale show di Eric Sardinas per cui l’attesa per questa sua nuova performance in terra di Toscana è davvero grande. Qualche ora prima al ristorante, davanti una bella bistecca alla fiorentina, ho avuto modo di discutere di musica con una simpatica coppia piemontese in viaggio di nozze (grandi!!) : l’amico Gianni “Blues” e la sua dolcissima mogliettina. Il nostro buon Blues parlava male di Sardinas e io gli dissi “aspetta di vederlo live e poi ne riparliamo”. Un birra l’oggetto della scommessa: inutile dire come sia andata a finire. Eric ha letteralmente incendiato la piazza con il suo show!! Come suo solito ha dato sfoggio a tutti i suoi numeri, saltando in groppa ad una addetto della sicurezza e girando per la piazza suonando il suo celebre dobro , usando una bottiglia di birra come bottleneck il tutto condito da numeri impressionanti e una band alle spalle davvero solida. Sardinas conclude il suo spettacolo dando fuoco al dobro e prima di frantumarlo sul palco ,mentre ancora bruciava, fa in tempo a fare ancora qualche nota!!! Grandioso. Sorvolo sui soliti problemi di acustica perché ormai avete capito che hanno funestato tutto il festival (io ero davanti al palco ma mi hanno detto che dalla tribuna non si sentiva quasi nulla dal dobro di Eric uscivano solo fischi!!) All’esibizione del funambolico Sardinas segue una lunga pausa e conseguente laborioso cambio di palco. Poco male la temperatura è davvero torrida e un paio di birre vanno giù che è un piacere. Passano così una ventina di minuti ed è la volta di Ropbert Cray. Quelli tra di voi che sono soliti leggermi sulle pagine del nostro sito sanno che ho avuto sempre seri dubbi sulla validità della musica di Robert, dubbi che anche il suo ultimo disco non ha fugato. Devo però ammettere che dal vivo suona bene, ha una band poderosa alle spalle e ci sa davvero fare. Purtroppo a mio avviso il suo sound è troppo pulito e non riesce a penetrare la dura scorza polverosa di un cuore blues. Opinioni personali per carità ma io ho ascoltato il concerto stando seduto e raramente mi capita, la sua musica non mi entra dentro non c’è nulla da fare. Ma ora bando alle ciance perché è finalmente giunto il momento del RE!!! Sua maestà BB King dopo una serie di annunciati ritiri non riesce proprio a smettere di suonare, e per fortuna direi!! Sale prima sul palco la band, due sax, tromba, chitarra, basso, tastiere e una sola batteria (BB ha sempre amato averne due dal vivo) per una piacevole intro in stile R&B e poi arriva lui. Il passo è incerto ma il sorriso è sempre il solito, davvero irresistibile. Ormai da alcuni anni i vari acciacchi lo costringono a suonare da seduto ma lo show non ne risente, BB è una vera macchina da concerti, un performer formidabile. Esordisce dicendo “ Le ginocchia mi fanno male, la schiena è a pezzi, ma sono felice di essere qui con voi” delirio totale e via con una serie di classici da strapparsi i capelli: da una strepitosa “The Thrill Is Gone” a una devastante “When Love Come sTo Tow”. Nonostante gli 80 anni suonati la sua voce non ha perso una virgola di potenza ed espressività, a volte si spera quasi che la band smetta di suonare per godersi in pace cotanta bellezza. Lui non smette un secondo di parlare col pubblico, ride scherza, ci invita a cantare con lui una favolosa “You Are My Sunshine” che da sola supera abbondantemente i 10 minuti di durata. E poi via ancora con altri classici concludendo con la straordinaria “Rock Me Baby” cantata a squarciagola da tutto il pubblico presente. Non suona moltissimo BB ma quando imbraccia Lucille è poesia allo stato puro, bastano poche note per capire che lui non suona il blues, lui E’ IL BLUES!!! Si conclude con una ovazione infinita , BB in piedi riceve più di 5 minuti consecutivi di applausi, regala plettri e catenelle in quantità industriale, è felice e si vede. Solo chi ama in modo totale e viscerale la propria musica può permettersi di arrivare alla veneranda età di 80 anni e fare ancora uno show simile, quasi 100 minuti di concerto senza pause, senza mai smettere un solo secondo di cantare o suonare. Fantastico, unico, strepitoso, meraviglioso, inimitabile, leggendario BB King, il re è sempre lui. Siamo così giunti a domenica la giornata conclusiva. Prima dell’inizio dello spettacolo ricevo la graditissima visita del nostro Syd, in sua compagnia tra una birra e l’altra passiamo delle piacevolissime ore a discutere di musica, di dischi, di gruppi e di stili e il pomeriggio vola. La giornata musicale invece si apre con lo show di Davide Van DeSfroos, il nostro non è molto conosciuto a queste latitudini ma la sua musica colpisce anche chi mai lo aveva sentito suonare . DVDS esegue solo una manciata di brani dal suo ultimo splendido album “Akuaduulza” tra cui “El Baron”, Madame Falena” (impreziosito da un coinvolgente balletto in stile gitano), “Nona Lucia” e “Il Paradiso dello Scorpione”. Nota di merito per il bravissimo chitarrista Marco Fecchio. Spettacolo corto ma molto gradevole, Davide dal vivo è sempre molto bravo e il suo folk d’acqua dolce sempre coinvolgente. Tra le tante leggende presenti a questa edizione del PB spicca anche il nome di Country Joe McDonald, il nostro ormai da tempo ha abbandonato la psichedelia dei ’60, si esibisce in solitudine solo chitarra acustica e voce, il suo è uno spettacolo tutto incentrato sulla politica e sul sociale. Joe inveisce contro Bush e la guerra in Iraq, scopo nobile, parole sante le sue ma forse questa non è la cornice più adatta ad uno spettacolo di questo tipo, resta comunque l’affetto e la massima stima per un artista ed un uomo tutto d’un pezzo. Ma noi siamo qui per il blues e chi meglio del grande Lonnie Brooks per scaldare i nostri cuori? Il settantenne bluesman della Louisiana si presenta sul palco con il solito cappellaccio da cowboy e ci regala un’ora di grandissimo blues, lui si dedica perlopiù al canto, sempre splendida la sua voce, lasciando le parti di chitarra solista al figlio Ronnie Baker che si conferma essere un chitarrista davvero formidabile, degno erede di cotanto padre. Grande spettacolo il loro, sicuramente uno dei migliori dell’intero festival. La particolare miscela di Chicago blues e Louisiana blues, inventata da Lonnie, dal vivo è davvero entusiasmante. Bravo vecchio leone del sud!! Belli carichi per lo spettacolo appena visto ci prepariamo ora a gustarci il grande Eric Burdon. L’ex Leader degli Animals si presenta sul palco in buona forma con occhiali neri d’ordinanza e parte subito all’attacco con una serie di travolgenti cover tra cui spiccano “Boom Boom Boom” ,del grande John Lee, e “Don’t Let Me Be Misunderstood” dei Santa Esmeralda che scatena il buon Oscar in un canto degno dei tempi che furono. Eric è ancora dotato di una voce davvero notevole, anzi oserei dire che con gli anni essa è forse migliorata diventando più roca e potente di prima, tonante la definirei. Lo show si chiude con l’immancabile “The House of The Rising Sun” (versione estremamente hard) per la gioia di mio zio che appena sente le prime note quasi si lancia giù dalla tribuna. Ottimo show che però mi lascia qualche dubbio: perché un personaggio come Burdon che nella sua carriera di grandi canzoni ne ha scritte parecchie deve fare così tante cover? Il programma della giornata prevedeva come esibizione finale quella di Jerry Lee Lewis ma per inspiegabili motivi la scaletta viene stravolta e “The Killer “ si esibisce prima dei Jefferson Starship. A questo punto devo aprire una parentesi: premetto che sono stato felicissimo di aver avuto la fortuna di vedere una leggenda come Jerry Lee Lewis dal vivo e sono altrettanto felice che altri ragazzi, magari più giovani di me, possano fare altrettanto; vedere una leggenda esibirsi live è un ottimo stimolo per le nuove generazioni a scavare nel passato conoscendo in questo modo realtà musicali che fino ad allora avevano ignorato. Se però scollego il cervello dal cuore e analizzo in modo razionale lo show di Jerry Lee le cose cambiano: Mi metto nei panni di una persona che ha pagato il prezzo del biglietto (circa 40€ per un solo giorno) e magari affrontato un viaggio appositamente per vedere The Killer e si trova ad assistere ad uno spettacolo di poco più di 20 minuti!! Si perché più o meno è questo il tempo che Jerry Lee ha passato sul palco ( altri 20 circa li ha suonati la sua band) e per di più in modo quasi imbarazzante. Certo alle leggende si perdona tutto ma ad esempio Chuck Berry ci ha dato dentro, ha suonato, ha cantato ecc. Jerry Lee invece era una specie di mummia; immobile al pianoforte ha biascicato (si biascicava) qualche parola ha fatto 3 o 4 pezzi tra cui “Great Balls Of fire” che sarà durata meno di un minuto si è alzato e se ne andato via. Onestamente fossi nei panni del già citato ipotetico spettatore mi sarei sentito davvero preso in giro. Forse in certi casi è meglio arrendersi al tempo e ritirarsi, almeno si lascia un buon ricordo. Ovvio poi che l’emozione di vederlo è stata tanta e in parte compensa la delusione che comunque resta. A chiudere il Festival ci pensano i Jefferson Starship che per l’occasione si presentano con in formazione Frieberg e Tom Constanten ad affiancare il padre e padrone della band Paul Kantner. Subito esordiscono con “Somebody To Love” e ammetto di essermi emozionato molto, poi però il ricordo di Grace Slick e di quello che furono gli Airplane e quello che sono ora questi Starship ha fatto si che lo show passasse senza lasciare traccia. Ad essere onesto gran colpa di una certa noia che ho provato è da imputare alla già citata pessima acustica ,che con i Jefferson ha raggiunto il suo apice rendendo lo spettacolo quasi insentibile, davvero vicino al fastidioso. Non so chi fosse il fonico ma suggerisco all’organizzazione di licenziarlo in tronco. Ok la piazza del Duomo ha sempre avuto di questi problemi ma mai grandi come quest’anno. Bene tiriamo ora le somme di questi 3 giorni di blues. Promossi a pieni voti BB King, Sardinas, Popa Chubby, Lonnie Brooks. Senza dubbio gli spettacoli di questi 4 artisti hanno fatto fare il salto di qualità al festival. Tra i migliori personalmente metterei anche Willy DeVille ma forse il suo sound con forti influenze latine non era molto adatto a questo festival infatti la reazione del pubblico è stata un po’ freddina…Ciò non toglie che il nostro abbia comunque suonato alla grande. Non che gli altri abbiano suonato male ma i sopracitati hanno dato qualcosa in più. Su Chuck Berry e James Cotton non mi esprimo, troppo grandi questi personaggi, bisogna solo togliersi il cappello davanti a loro, qualsiasi cosa facciano. Discorso diverso per Jerry Lee Lewis come detto in precedenza. Tirando le somme abbiamo passato davvero un bel week end all’insegna della musica del diavolo, per la prima volta non ci sono state defezioni dell’ultima ora e l’organizzazione ha funzionato a dovere. Non fosse stato per il problema dell’acustica direi che è stato tutto perfetto. Credo però che quello che mi fa più ben sperare per il futuro è la sensazione che si sia finalmente deciso di ridare il festival al blues; probabilmente la forte concorrenza che sta nascendo negli ultimi anni ( in Italia sono diverse ormai le manifestazioni dedicate alla musica del diavolo) ha avuto un suo ruolo ma non sottilizziamo per carità. Abbiamo assistito a 3 splendidi giorni di grande musica e questo è quello che conta più di ogni altra cosa