Intervista a Monica Melissano

  • La genovese Suiteside (www.suiteside.com) è da qualche anno una realtà luminosa nel panorama delle etichette indipendenti italiane. Il loro catalogo si caratterizza per la versatilità dei generi proposti e per alcune scelte coraggiose ma sempre azzeccate. Ecco come la patron Monica racconta il suo progetto

    Rocklab: Ho avuto i primi “contatti” con Suiteside qualche anno fa con i malinconici Juniper band, poi ho constatato come le vostre proposte siano versatili, e basta guardare l’attuale catalogo che passa dai Blown Paper Bags ai Morose. Come nasce e si sviluppa questo progetto?

  • Suiteside: Bhè, sicuramente non c’è alcun “piano” a priori. Non c’è la volontà di indirizzarsi a un target preciso, o di “cavalcare” generi o sonorità in voga. Detto questo, io riconosco comunque un filo conduttore, ed è nella grande considerazione che ho per il cosiddetto songwriting. Da un lato ritengo che ci voglia molto più talento nel comporre un qualcosa che abbia una struttura più o meno riconducibile alla forma canzone che nel proporre uno sperimentalismo troppo spesso fine a se stesso. D’altro canto, sono abbastanza ancorata a un’idea di rock/pop che sia di qualità ma accessibile nello stesso tempo. Dischi con una loro personalità e originalità ma comprensibili anche a non iniziati, appunto. Fai conto, l’equivalente di Channel 4 della BBC. Questo perché penso che la musica possa in qualche modo modificare la vita delle persone, almeno in base a quanto ha influito sulla mia, e penso che questo debba essere alla portata di tutti, non della solita èlite (o che almeno si considera tale).
  • R.: Restando sulle differenze tra gli artisti che producete, come scegliete chi merita la vostra attenzione?
  • S.: Ammetto che pochissimi ingressi in Suiteside sono avvenuti sulla base di demo. E’ accaduto che gruppi che già stimavo entrassero nel roster perché erano amici di altri gruppi che già vi si trovavano (vedi Candies, con Giulio che era amico di Matteo – all’epoca nei Lo-fi Sucks!, ora nei Blown Paper Bags. Vedi Prague, amico appunto sia di Matteo che di Giulio. Vedi Morose, in cui anni fa suonava Mauro, allora anche batterista dei Lo-fi sucks! Vedi In My Room, che mi ha fatto conoscere Davide dei Morose). Ovviamente, se questi gruppi non mi avessero trasmesso qualcosa non avrei lavorato con loro, ma devo anche riconoscere che preferisco lavorare con persone con cui ho già rapporti di conoscenza/amicizia, visto che promuovere un disco implica gioie, ma anche dolori, e allora un rapporto di base di stima e conoscenza reciproca aiuta ad affontarle. In generale comunque i demo li ascolto, Mr.Henry lo conoscevo di nome, e per il suo disco precedente su Ghost, ma di “Hot Rats” mi è arrivato appunto il demo. Meritano la mia attenzione (meritano… parola grossa… diciamo che la catturano) i demo che resistono sul mio lettore cd per più di due ascolti. Quando ho contattato gruppi dopo l’ascolto dei demo è stato perché nel giro di una decina di giorni li avevo ascoltati diverse volte. A quel punto mi auguro che anche altri possano avere voglia di farlo.
  • R.: Oltre che etichetta anche booking, che ha portato solo negli ultimi mesi sui palchi italiani ottime proposte come XXL e Casiotone. Come nasce questa esperienza?
  • S.: In realtà Suiteside nasce come booking. Iniziai nel 2000 a cercare date per i Rollercoaster, e solo dopo un anno denso di concerti, arrivati alla registrazione del primo album, si decise di aprire l’etichetta. I contatti stranieri sono arrivati col tempo, un po’ per caso un po’ tramite amici di amici. Al momento è sicuramente l’aspetto di Suiteside che funziona meglio, anche perché purtroppo fissare date per un gruppo straniero anche poco conosciuto è molto più semplice (e remunerativo) che lavorare per gruppi italiani. Lamentiamoci pure della nostra esterofilia, ma è reale. A un gruppo italiano serve tre volte l’impatto promozionale di un gruppo straniero per avere lo stesso numero di date allo stesso cachet. A parte questo, lavorare con gruppi stranieri è un’occasione per instaurare rapporti a volte deliziosi e duraturi, e per confrontarsi con realtà diverse. In particolare, vado molto fiera dell’amicizia con Stephen e Jo dei Telescopes, oltre che per il loro valore come persone e come artisti perché io ad Alan McGee e alla sua Creation costruirei un altarino votivo in salotto!
  • R: Puoi anticiparci qualcosa sui prossimi gruppi su cui Suiteside è pronta a scommettere?
  • S.: Suiteside si è trasferita a Genova – per scelta – due anni fa, e nella misura in cui continuerà a produrre dischi investirà sempre di più in gruppi legati al luogo in cui opera. E, paradossalmente, il progetto è di iniziare a produrre anche gruppi internazionali. La chiamano globalizzazione, no? Siamo europei con una nostra identità. Vedi i recenti tour “continentali” di Almandino Quite De Luxe e Blown Paper Bags. Questo anche per favorire un discorso di distribuzione/promozione internazionale, perché se l’unico riferimento è il mercato italiano si soffoca. Si implode. Per scaramanzia non faccio ancora nomi, però. E poi credo molto nel prossimo lavoro dei Morose, che registreranno in estate a Torino con Fabrizio Palumbo dei Larsen. Per la prima volta in un vero studio e con una produzione artistica. Sarà il disco della maturità e – spero – della consacrazione.
  • R.: Qual è il disco che ti piacerebbe di più aver prodotto (o/e che ti piacerebbe produrre)?
  • S.: Domanda complicata, ma non imbarazzante. Mi spiace non sia proseguita (per scelte diverse, ma amichevoli) la collaborazione coi Jennifer Gentle, per cui per un periodo ho curato il booking. Stranamente, dischi italiani degli ultimi anni a cui sono davvero affezionata sono cantati in italiano, vedi In Circolo dei Perturbazione i due degli En Roco. Poi non so…se ti dicessi Screamadelica o l’omonimo degli Stone Roses la sparerei grossa, no? Bhè, di certo non sarei andata in causa con Brown e Squire come la Silvertone, visto che non ho mai fatto firmare un contratto!
  • R.: Parlando invece dello stato attuale della discografia italiana indipendente se ne sentono tante, forse troppe. C’è chi parla persino di una mafia-indie. Secondo me si sta iniziando a creare più che altro una specie di “comunità” anche se la strada è ancora lunga. Tu cosa ne pensi?
  • S.: La comunità esisteva anni fa. Io mi sento ormai una veterana, anche perché oltre a gestire Suiteside ho lavorato in altri campi nel mondo della musica, e conosco molta gente da tempi insospettabili. La comunità esisteva quando dieci anni fa con Radio Città del Capo facevamo suonare Bugo a Bologna per un concorso e poi ci sentivamo per possibili date coi Rollercoaster. La comunità esisteva quando c’era Gamma Pop a Bologna, c’era Wallace, c’erano i One Dimensional Man, i Three Second Kiss. Eravamo in pochi. L’indie italiano, nel senso di gruppi italiani che facessero riferimento a una scena internazionale, stava davvero nascendo. Ci si conosceva tutti di persona, ci si passavano i contatti, si suonava negli stessi locali. Ti parlo degli anni a cavallo fra i due millenni (!!!). Ora siamo in tanti, troppi, perché tanti fanno uscire dischi senza un’immagine forte di label alla base, senza investirci non dico in denaro, ma in entusiasmo. Manca il situazionismo, manca un vero senso di appartenenza, manca un’identità. Mancano anche tante piccole identità. Ci sono persone con cui lavoro da anni, e con cui mi trovo bene e ho duraturi rapporti di amicizia. Faccio anche i nomi: Tiziano della Fooltribe, Paolo Visci a Pescara, i ragazzi di Dissonanze Armoniche a Rovereto, Marco Stangherlin a Napoli, Giovanni “Unhip” Gandolfi a Bologna, Onga dei Martini Bros a Treviso. Persone che hanno un concetto di “etica” che delle volte mi pare addirittura vecchio stampo. Ma che serve, altrocchè se serve. Dovremmo essere una scena alternativa, no? I commercianti siciliani che si ribellano sono alternativi, non i mafiosi. Quindi è certo quello l’esempio da prendere, e a cui esser fieri di essere rapportati.
  • R.: Per finire quali sono state per ore le difficoltà maggiori incontrate in questa molteplice esperienza?
  • S.: Sicuramente il pericolo è quello di smarrire il confine fra ciò che la passione rende lecito e l’amministrazione economica di Suiteside. I gruppi si aspettano molto, e io spesso ho voluto essere all’altezza delle aspettative facendo passi (investimenti) più lunghi della gamba. A scapito poi di uno svolgimento fluido delle altre produzioni. Ma non è un errore che ho fatto solo io, e altre realtà sono collassate per lo stesso motivo (bhè, è successo anche alla Factory con gli Happy Mondays, no?). La difficoltà più grossa al momento è quella di capire come rapportarsi con una realtà completamente cambiata, in cui il cd non è certo il mezzo principale con cui viene fruita la musica. Capire che ruolo può avere una label indie nel 2006. In una parola, rinnovarsi.