Vaselines – Sex with an X

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14 Settembre 2010 Sub Pop Records The Vaselines MySpace

I Hate 80’s

I bassifondi del pop inglese sono sempre stati una fucina inesauribile di band dall’indubbio talento ma dalle alterne fortune. Gli anni ’80 in particolar modo, a partire dalle prime uscite targate postcard e sarah records alla scena sotterranea della C86, furono un periodo florido e irripetibile per l’indie made in uk.

I Vaselines, originari di glasgow come tante gloriose formazioni del periodo, si possono ritenere dei figli spuri del contesto e della sensibilità che diedero i natali al cosidetto twee pop: trasognati nichilisti, candidi fricchettoni crestamuniti, anime tormentate e ribelli, ma con quella inguaribile vena fanciullesca in grado di far evaporare le più ombrose inquietudini in un caleidoscopio di bolle di sapone.
Il loro disco d’esordio “dum dum”, risalente a ben due decadi fa, era una collezione di deliziose canzoncine in bilico tra irriverenza punk, urgenza garage\psych e scanzonate melodie figlie – o meglio, nipoti – del più soave e scintillante pop chitarristico dei sixties. Purtroppo ebbero vita breve i vaselines, nonostante l’indiscutibile maestria nel confezionare impeccabili quadretti pop a tinte pastello.
Orfana di una generazione che di lì a poco sarebbe virata in frotte verso il disincanto grunge, la loro esperienza discografica si rivelò fallimentare e rimase circoscritta a quel primo, indimenticabile gioiello. La sempre ottima Sub Pop li prese sotto la sua egida, pubblicando nel 1992 una raccolta di tutto il materiale composto fino ad allora dalla band, “The Way of the Vaselines”, ma la risposta del pubblico fu sempre colpevolmente tiepida. A nulla valse il ripescaggio, operato da un lungimirante Kurt Cobain, di 3 tra i pezzi più brillanti del loro repertorio: le amabili filastrocche di “son of a gun” e “molly’s lips” e l’incantevole ballad “jesus don’t want me for a sunbeam”; neanche avere il padrino del grunge tra i propri più ferventi sostenitori servì a garantire la meritata celebrità alla band scozzese.
Oggigiorno non si contano i gruppi indie pop revival che scimmiottano più o meno spudoratamente le sonorità e l’attitudine di quella radiosa meteora. Devono essersene accorti anche loro, i cantanti e fondatori Eugene Kelly e Francis McKee, se sono tornati a calcare le scene dopo anni e anni di inattività, forti di una recentissima antologia omnicomprensiva (il doppio “Enter the vaselines”, sempre per sub pop) e un organico nuovo di pacca che annovera due belle & sebastian, stevie jackson e bobby kildea, rispettivamente alla chitarra e al basso.
Ad essere pressocchè immutate sono le coordinate musicali: punk rock spumeggiante alla buzzcocks, un pizzico di bubblegum fracassone, qualche scoria infetta di rockabilly, brandelli di sozzura bluesy memore degli Stooges e infine una spolveratina di fragranti umori folk\pop.
Ruined, propulsa da un incedere roccioso e caracollante, è una partenza al fulmicotone, ma subito la title track smussa le asperità con le sue chitarrine beat tremolanti e il controcanto celestiale della McKee. La ballata “turning it on”, grondante un acre retrogusto country/folk, pare estrapolata dal polveroso demo di qualche sgangherata pub’n’roll band scozzese. “I hate the ’80” è il manifesto di tutta la poetica umana e musicale dei vaselines: un ritornello irresistibilmente brioso su cui si innesta un organetto che non può non ricordare la dolcezza naif di molly’s lips; un testo che da un lato schernisce con una certa autoironia gli anni ’80 e la loro frivolezza edonistica e dall’altro rivendica con fierezza l’appartenenza ad una scena brulicante di genuina dedizione alla causa indie. Perchè sara anche vero “You want the truth and this is it: I hate the Eighties ‘cause the Eighties were shit” ma d’altronde è innegabile che “What do you know? You weren’t there. It wasn’t all Duran Duran Duran Duran”.
Disimpegno euforico e tanta, tantissima adolescenzialità sbarazzina, quindi, senza tralasciare però qualche efficace staffilata a tema religioso, come nello sfrenato psychobilly di “my god’s bigger than yours”. Potrei impiegare ancora un bel po’ a descrivere quanto trascinante sia il refrain di “mouth to mouth” o quanto siano contagiose le armonie di “such a fool” e “poison pen”, pur nella loro elementarietà dimessa e autocompiaciuta, ma il fatto è che sex with an x si può sintetizzare in una sola frase: freschezza sorprendente degna di appassionati sbarbatelli alle prime armi, senza, però, le ingenuità tipiche di una carriera acerba.
Non un capolavoro nè un disco imprescindibile, ma in questi tempi di reunion inutili e farlocche, uno dei ritorni più graditi che ci si potesse immaginare.