Twilight Singers: Intervista a Greg Dulli

Incontriamo un gioviale Greg Dulli in un assolato pomeriggio di Aprile nel cortile del Circolo degli Artisti di Roma. Greg sta chiedendo al suo premuroso tour manager se c’è una piscina all’interno del giardino (c’era, in effetti), poi ci guarda e ci accoglie con un rilassato sorriso

Ciao Greg! Il tuo cognome suona come un cognome Italiano, ma so che sei Greco-Americano: come pronunci il tuo cognome?
Assolutamente ‘dùlli’ (con la U), e non solo negli stati Uniti ci tengo si pronunci così, ma ovunque io vada. Ho origini greche, ma a dir la verità il mio è un cognome francese, per cui in teoria sarebbe ‘düllì’ (lo pronuncia con perfetta fonetica francese – con la ü stretta e l’accento sull’ultima sillaba – seguito da un “Oui!”). Le mie origini sono Greche, Irlandesi e Francesi.

So che negli Stati Uniti, quando qualcuno ha delle forti radici straniere, tende a essere in famiglia molto conservatore e tradizionalista riguardo a certe eredità culturali: ricordi a tal proposito qualche episodio della tua infanzia ad Hamilton (Ohio)?
Il padre di mia madre era Irlandese, e così non faceva altro che parlare dell’Irlanda tutto il giorno! Mentre il nonno di mia madre era nato in Grecia, così facevamo le danze greche, mangiavamo cibo greco, e dall’altra parte vedevo mio nonno irlandese che si distruggeva col Jameson!

Ci sarà stata un sacco di musica nella tua famiglia allora!
Ascoltavamo un sacco di musica greca, mio nonno greco amava la musica. Comunque la mia famiglia non è mai stata molto “musicale”, ero io “quello a cui piace la musica”, un po’ la pecora nera della famiglia, quello “strano”.

In una famiglia cattolica?
Sì, esatto.

Parliamo un po’ di Dynamite Steps, ascoltandolo mi ha riportato fortemente a certe sonorità degli Afghan Whigs, e quindi un feeling molto “anni novanta”, tuttavia l’impressione finale è che riesca comunque a suonare molto attuale, moderno e fresco: come hai ottenuto questo effetto?
Non lo so. Quando creo un disco, quello che ne risulta è di solito una reazione rispetto a quello che artisticamente ho fatto in precedenza. In questo caso Il disco dei Gutter Twins era molto dark, lento, e in qualche misura influenzato da un sapore folk e country. Penso di aver sentito il bisogno di reagire a quelle atmosfere dilatate e di ritirare fuori un po’ di rabbia!
Ma per risponderti, in verità non tendo a programmare molto nei miei dischi, in realtà non mi pongo nemmeno tanto il problema di scrivere un disco… Scrivo un paio di canzoni, poi le lascio lì a depositarsi, mi prendo il mio tempo. Quando arrivo a cinque canzoni, allora beh, comincio a dirmi “mhh, forse sto facendo un disco”.

Sei noto per amare le collaborazioni. Nella tua carriera hai lavorato con un sacco di gente. In Dynamite Steps ad esempio c’è il solito Mark Lanegan, ma anche Ani di Franco, Gene Trautmann dei QOTSA e degli Eagles of Death Metal, il chitarrista dei Verve Nick McCabe. Un parterre molto variegato! Come scegli solitamente i tuoi collaboratori?
Conosco molta gente in ambito musicale, e so esattamente cosa ciascuno di loro sia in grado di fare. Non li prendo con me tanto per avere qualcuno che suoni nel mio disco. Li scelgo perché so che mi saranno utili per raggiungere uno scopo. Ad esempio in Blackbird and The Fox avevo bisogno di un particolare tipo di controcoro, ed Ani aveva già cantato nel precedente disco dei Twilight Singers “Powder Burns”, così mi sono detto che volevo esattamente QUEL tipo di controcoro, e l’ho coinvolta. Per quanto riguarda Nick McCabe e Mark Lanegan su Be Invited, il tutto è cominciato registrando il brano con Tommaso Colliva, insomma, era partita come una cosa tra me e Tommaso. Poi mi sono accordo che mi serviva un controcoro, di quelli molto bassi… e allora mi sono detto “mhh, mi sa che so già chi chiamare!” (ride, ovviamente riferendosi all’amico Mark Lanegan). Poi ho avuto casualmente uno scambio di mail con Nick (McCabe n.d.r.), che in realtà non avevo mai conosciuto di persona, e lui ad un certo punto mi fa “Che stai facendo in questo periodo? Ti serve una chitarra da mettere su qualche tuo brano?” Ed io “in effetti sì!”.
Per quanto riguarda Gene (Trautmann n.d.r.) è un amico da almeno dieci anni, ha suonato coi QOTSA e con gli Eagles Of Death Metal, e suona anche con la band di Mark Lanegan, in più abita a venti minuti da casa mia! Per cui… Ho la fortuna di avere degli amici talentuosi.

In ogni caso, la caratteristica saliente di Dynamite Steps è la tua voce, e in particolar modo la passione e l’intensità che hai messo in ogni traccia. In una recente intervista hai parlato brevemente di una traccia del disco che ti ha fatto svenire durante le registrazioni. E’ stata Gunshot?
No, è She Was Stolen. Premetto che ho smesso di fumare tre anni fa, cosa che ha reso la mia voce più potente. Ma tutte le volte che penso di avere una voce potente, mi convinco di avercela ancor più potente di quello che è effettivamente. Quel giorno mi ero svegliato molto “su di giri”. Mi piaceva come la canzone suonava, ma sapevo che era un po’ fuori dalla mia portata: ho provato ad abbassarla di tonalità, ma non mi convinceva, così ho voluto provare a farla così com’era. La cosa interessante è che non pensavo di stare svenendo, pensavo letteralmente di stare per  morire! Non era una sensazione brutta, è stato… quasi piacevole! Ho pensato che se il mio cuore si fosse fermato in quel momento sarebbe stato un modo favoloso per morire. Cantando una canzone, dormendo o scopando: i tre modi migliori per morire.

Ascoltando Dynamite Steps mi sono detto che era bello sentire di nuovo un po’ di intensità e di purezza nel modo di registrare ed utilizzare la voce. La scena alternativa di oggi mi sembra mancare un po’ di quella sincerità e di quella purezza. Si opta per soluzioni più “editate”, per così dire.
La gente a volte mi accusa di cantare “out of key” (stonando, fuori tonalità n.d.r.) ecc ecc. E io probabilmente non sono il miglior cantante che esista sulla piazza da un puto di vista strettamente tecnico. Ma non lo sono stati nemmeno Bob Dylan o Neil Young. Loro avevano semplicemente quel qualcosa che li distingueva, avevano una “loro” voce. La tua voce, la mia, quella di ciascuno di noi è unica! Io non voglio suonare come qualcun altro, voglio suonare COME ME. Se ti piaccio va bene. Se non ti piaccio, va bene lo stesso. Io faccio quello che faccio nella speranza che porti sensazioni, emozioni e gioia, così come le porta a me… Faccio questo da quando sono un teenager: avevo una band già a tredici anni!

Come si chiamava la band?
Mhh, non ricordo bene come ci chiamavamo (ride)… mhh troppo tempo! (ci pensa) …Mi sembra che ci chiamassimo “Penance”, sai, è come quella formula che devi dire quando hai problemi con la Chiesa… Ma… di cosa stavamo parlando?

Della sincerità che comunichi con la tua voce
Ah sì. Come saprai a me piace molto la musica soul, e la musica soul non riguarda solo ciò che è black music: la musica soul non ha un colore. La musica soul significa musica che viene dall’anima, e riguarda il modo in cui tu riesci a tirar fuori dei sentimenti dalla tua anima, e a farmeli sentire attraverso la voce. Questo è soul. E questo è il mio modo di cantare: fino quasi a restarci secco! (ride).

A proposito di soul music, forse a causa della tua passione per questo tipo di musica, o forse per altri motivi personali, mi sembra di ravvisare un senso di religiosità in alcuni tuoi testi. Una religiosità nel senso più ampio della parola.
Assolutamente sì.

Qual è il tuo rapporto con la religione?
La religione oggi come oggi è un business, ed è utilizzata per controllare la gente. Ho smesso di essere religioso all’età di tredici anni. Ognuna delle religioni principali ha un Salvatore, il Salvatore sacrifica sempre qualcosa per aiutare tutti, il Salvatore crede nell’amore, nella compassione, nella tolleranza e nella comprensione. Ma tutte queste meravigliose intenzioni vengono corrotte quando diventano Cattolicesimo, Islam, o Giudaismo. Diventano come delle aziende, con un quartiere generale, un dirigente, e persone che conquistano, uccidono e depredano i più deboli, proprio quelli che dovrebbero proteggere. Il mio modo di intendere la religione è spirituale, e io condivido la mia spiritualità cantando, attraverso atti di compassione e gentilezza, e attraverso le piccole azioni della mia vita quotidiana. Credo fermamente nella gentilezza, nella compassione, nella tolleranza e nel rispetto come linee di condotta fondamentali. Per concludere, quindi, non sono una persona religiosa, ma potrei essere definito una persona spirituale, quello sì. Nella mia vita sono sommerso da persone che mi amano e che io amo a mia volta. Questa è la mia ricompensa.

E qual è la tua relazione con il desiderio, l’erotismo?
Always up for it! (sono sempre pronto per quello! n.d.r.)

So che negli Stati Uniti sei stato criticato per alcuni tuoi testi, accusato di machismo e misoginia, ma a me sembra che – per citarne una su tutte – Be Sweet sia una della canzoni d’amore più dolci che un uomo possa dedicare ad una donna, proprio perché è completamente sincera e senza filtri.
Sì! E inoltre parla male degli uomini, non delle donne!
Per risponderti, la mia relazione con il desiderio è la stessa di sempre. Cerco di controllarlo, ma ogni tanto mi piace lasciarlo sfogare e allora… “LET’S GO! COME ON!” (ride)

Può essere che negli Stati Uniti siano meno rilassati nei confronti di quel tipo di contenuti?
Non a Los Angeles! (e lo dice sorridendo con un sorriso impunito da ragazzino, impagabile)

Parliamo un po’ di Manuel Agnelli: hai scelto Manuel per accompagnarti in queste date italiane dei Twilight Singers, e so che ti ha seguito in diverse date per tutta Europa negli scorsi tour. Sembra che, prima che colleghi, siate davvero buoni amici!
Manuel è come un fratello per me. Siamo incredibilmente vicini.

Come vi siete conosciuti?
Ci siamo conosciuti attraverso un amico comune, un amico di origini siciliane che si stava sposando a Las Vegas, e che aveva invitato i Twilight Singers a suonare in cinque o sei date con gli Afterhours. Così abbiamo fatto questo tour con gli Afterhours in Italia, e durante il tour io e Manuel siamo diventati grandissimi amici, al punto che Manuel mi chiese di collaborare con gli Afterhours all’album che sarebbe poi diventato “Ballate per piccole Iene”.
Poi sono tornato in Italia durante il tour di Ballate per suonare come special guest in un paio di concerti, e alla fine ho finito per suonare con loro in ben 55 date: praticamente sono diventato un membro ufficiale degli Afterhours, il loro chitarrista aggiunto, per un anno! Manuel ha poi ricambiato il favore, unendosi alla mia band. In tutto abbiamo diviso il palco per la bellezza di 200 concerti.

Sembra quasi che tu e Manuel condividiate un simile stile vocale, e forse anche un simile approccio alla vita: c’è qualcosa di vicino al blues e alla black music anche nel suo stile, non trovi?
Assolutamente sì! Manuel è una persona molto soul, piena di spirito. Un grandissimo chitarrista e un cantante SENZA PAURA. Lui lascia scorrere davvero i suoi sentimenti da capo a piedi, attraverso tutto il suo corpo. Ricordo di averlo osservato da sottopalco, quando eravamo in tour insieme, e ricordo di aver sentito l’elettricità che emanava da lui mentre era sul palco. La prima volta che ho visto gli Afterhours ero nel side-stage, e mi sono detto “cazzo, voglio proprio andare a sentirli da sottopalco!”. Così mi sono mescolato al pubblico durante lo show, prima nelle retrovie, poi avanzando sempre di più, finché non ho quasi raggiunto il palco: la gente era come impazzita, c’erano ragazzine urlanti dappertutto! Così ho cominciato ad urlare anche io! (ride) Sono davvero grandi!

Qualcuno del pubblico si è accorto che aveva vicino Greg Dulli?
No di certo: Non stavano guardando me!

Ballate per piccole Iene è stato uno degli album degli Afterhours più largamente celebrati, così in Italia c’è una certa curiosità a proposito di un tuo possibile ritorno al lavoro con la band di Manuel. Sappiamo che il prossimo disco degli Afterhours non ti vedrà coinvolto, ma per caso qualcosa bolle in pentola per future collaborazioni?
Devo pensarci su, non so cosa farò. Tuttavia io e Manuel abbiamo parlato un paio di giorni fa a proposito di possibili collaborazioni e di quando le potremmo mettere in opera. Ora come ora le nostre agende sono molto piene, ma sarò sicuramente di ritorno in autunno, esclusivamente per far visita a Manuel, nella sua casa fuori Milano. Lì si parlerà sicuramente di qualcosa… Ho alcuni amici in Italia, alcuni a Roma, altri in Sicilia, così di tanto in tanto vengo a farmi un giro: mi piace molto come si sta qui!

Ricordi qualcosa della lavorazione di Ballate? E’ vero che è nato quasi tutto da jam sessions?
Quando sono arrivato in Sicilia, a Catania, per registrare l’album, loro avevano tre canzoni pronte. Una era proprio la title track “Ballata per la mia piccola Iena”, che è rimasta praticamente invariata. Le altre due le abbiamo scartate, se non ricordo male. Abbiamo proceduto attraverso jam sessions, eravamo tutti molto sciolti, c’era una bella atmosfera, si usciva sempre insieme la sera, ed è stato un momento di grande ispirazione per tutti noi, sia per me che per i ragazzi della band. Quando entro in contatto con persone nuove succede sempre qualcosa di interessante. Quando sono tornato in America, dopo aver seguito la band per un anno, sono convinto che abbiano davvero sentito la mia mancanza!

Ricordi qualche momento divertente della lavorazione di Ballate?
Te ne posso raccontare uno: eravamo andati a pranzo, e stavamo ritornando a piedi verso lo studio di registrazione. Siamo passati davanti ad una gelateria, c’erano una decina di ragazze all’interno che quando hanno visto Manuel hanno cominciato ad urlare nemmeno fossimo i Beatles, e siamo dovuti scappare, come in A Hard Day’s Night!

Ricordo di averti visto dal vivo sul palco insieme agli Afterhours, qui a Roma al Villaggio Globale, mentre eseguivi con loro la cover di un brano degli OutKast, Hey Ya! Non avrei mai pensato che tu potessi suonare una canzone del genere! So che ami molto suonare cover un po’ “particolari”, stasera ci suonerai qualcosa di strano?
Beh, Hey Ya! più che un pezzo “strano” è solo una gran bella canzone, non ti pare?! Stasera suoneremo una canzone che forse non conoscerai, quasi nessuno la conosce, è di una band dei tardi anni ’60 chiamata The Action, sono stati prodotti da George Martin, il produttore dei Beatles, hanno fatto un solo album, e su quell’album c’era una canzone strepitosa, chiamata Brain, ed è quella che faremo stasera come cover.

Ora una domanda di carattere generale, ma penso che rivolgerla a te sia significativo, data la tua passione per la musica nera: ultimamente stanno uscendo molti dischi influenzati dalla musica black, ma direi più in generale da sonorità africane. Parlo dei Tv On The Radio, degli Animal Collective, di Flying Lotus, fino ad arrivare persino agli ultimi Radiohead. Pensi sia solo una moda passeggera o qualcosa di più significativo?
Penso che il rock ‘n roll venga dalla black music. La sua essenza più intima è black: la cassa, il battito, tutto questo viene dall’Africa. Puoi rendertene conto o meno, ma non si scappa: “Once you go black you never go back!” (ride)

So che possiedi alcuni bar a Los Angeles, e che il tuo primo lavoro è stato quello di barman, quando eri adolescente. Mi viene da pensare che tu sia un professionista dietro al bancone. Ci puoi dire la tua ricetta di cocktail preferita?
Sì, ho lavorato quando ero un ragazzino nel bar di mio zio, e ora possiedo due bar a Los Angeles e uno a New Orleans: posso dire che so combinare qualcosa dietro al bancone! Il mio drink preferito si chiama “Donaji”, e per prepararlo ti serve un liquore messicano, il Mescal. Premetto che c’è Mescal e Mescal…

Quello col verme dentro è quello buono?
No quello col verme dentro è proprio quello che devi evitare: niente che abbia un verme al suo interno può essere buono, a meno che tu non sia un pesce! Comunque, in questo cocktail devi mettere:

Il cocktail di Greg Dulli (The Donaji)

1 shot ½ di Mescal
1 shot di succo d’arancia
¾ di shot di lime
¾ di shot di succo di limone
1 shot di nettare di agave

shakeralo, un po’ di sale sul bordo del bicchiere, versalo. Avrai un cocktail incredibile!

In un’intervista online su un sito chiamato Lazy-i.com ho trovato questa divertente definizione di te: “Greg Dulli è un po’ come quel tipo che arriva ben impomatato alla tua festa e che in dieci minuti si è già fatto amici tutti i presenti. A fine serata si è scolato tutta la tua riserva di alcolici, e si è scopato la tua ragazza. E l’unica cosa di cui sei dispiaciuto è che se ne sia dovuto andare via così presto!” pensi che sia una definizione azzeccata della tua personalità?
(Ride di cuore) Ahaha, no! O meglio, penso che parli di com’ero fatto circa otto anni fa. Se parliamo del Greg Dulli di otto anni fa, sì, quello ero assolutamente io. Sono cambiato molto in questi anni, ma penso che potrei ancora andare a letto con la tua ragazza! (ride)

Per finire. Tutti i dischi dei Twilight Singers si concentrano intorno ad un nucleo concettuale: Blackberry Belle parla della morte del tuo caro amico, il regista Ted Demme, Powder Burns parla dell’uragano Katrina: di cosa parla invece Dynamite Steps?
Dynamite Steps sono delle “piccole esplosioni di verità”, è come il bilancio della mia vita, ovvero “la verità secondo me”. E’ questo il concetto alla base del disco. Undici passi: “uno, due, pow, pow” (mima le esplosioni di una mina). Ogni passo che faccio è un’esplosione. Ma le esplosioni non sono necessariamente un evento negativo. Un orgasmo ad esempio è un’esplosione, e non è affatto un male!

E su questo chiudiamo, è stato un onore Greg!
Il piacere è tutto mio!

Foto Live di Antonio Siringo